Rassegna stampa etica

Il valore della fragilità

jean vanierElio Guerriero

Con questo ricordo di Jean Vanier, Elio Guerriero inizia una serie di ritratti di grandi personalità della cultura contmporanea.

Molti in questi giorni hanno scritto di Jean Vanier, morto a Parigi il 7 maggio scorso. A mia volta sento impellente il bisogno di esprimergli gratitudine per un incontro inizialmente meramente professionale. Divenne invece una ferita nella carne e nell’anima, non più rimarginata ma quanto mai salutare. Nel 1978 lavoravo alla casa editrice Jaca Book che da poco aveva dato vita a una rivista dal titolo «L’umana avventura». Ricco di idee ma povero di mezzi, il mensile voleva far conoscere personaggi autentici e luoghi di lontana bellezza.
Qualche mese prima la Jaca aveva pubblicato un libro di Jean che raccontava dell’esperienza dell’Arca, iniziata da alcuni anni a Trosly Breuil a nord di Parigi. In piccole comunità di tipo familiare, l’autore, aiutato da volontari, accoglieva disabili mentali restituiti a una vita libera e degna. Si decise allora di andarlo a incontrare per farci raccontare ulteriori particolari sull’iniziativa. Venni scelto io per la trasferta quasi sicuramente perché sul mercato ero quello che costava meno. In effetti non venni proprio remunerato. Mi venne, tuttavia, riconosciuta la possibilità di compiere il viaggio insieme con mia moglie. Un’altra anomalia dietro la quale prendeva forma un disegno che non era degli uomini.
Giungemmo a Trosly Breuil in una sera di freddo e di nebbia. Ci venne, quindi, comunicato che nel giorno seguente avremmo condiviso la vita di un foyer dove vivevano e di un laboratorio dove lavoravano insieme volontari e ospiti dell’Arca. Solo nella terza giornata avremmo potuto parlare prima con i responsabili del foyer e poi con Jean e la sua assistente. Insomma lo spirito di avventura era ormai tramontato. Restava davanti a noi il confronto con l’umanità ferita dei disabili mentali. Anche la scelta di Jean e dei tanti volontari che l’aiutavano era certo encomiabile ma per niente eroica, niente affatto avventurosa. I due giorni seguenti trascorsero secondo programma. Venimmo così a sapere che l’esperienza dell’Arca aveva avuto inizio nel 1964.
Nella tarda mattinata del terzo giorno potei intervistare Vanier che parlò della fragilità come metafora dell’esistenza umana, della vicinanza dei disabili mentali a Gesù e al suo andare incontro alla morte come agnello senza parole, della loro parentela con l’eucaristia. Raccontò, però, anche della vita quotidiana dei suoi amici e delle loro responsabilità. Essi dovevano anzitutto apprendere un lavoro, quindi impegnarvisi secondo le loro possibilità e imparare l’uso e l’importanza del denaro. Per questo aveva fatto una convenzione con le autorità francesi in base alla quale lo stato si impegnava a favorire la comunità procurando un lavoro idoneo mentre i lavoratori con il compenso ricevuto restituivano allo stato parte della loro pensione.
Parlava poi delle crisi di depressione che spesso sfociavano in rabbia e atti di autolesionismo ma anche dell’umorismo, della gratitudine spontanea, della capacità dei suoi ospiti di far festa. Anzi, concluse Jean, in questi luoghi di umana fragilità si vive in amicizia e fraternità e si fa più festa che altrove. Era questo peraltro il motivo per il quale tanti giovani accorrevano all’Arca, nonostante una vita non certo comoda.
Al ritorno in Italia, l’articolo venne pubblicato e presto dimenticato per l’urgenza di altri lavori. L’incontro con Vanier, tuttavia, aveva lasciato il segno e dopo qualche anno ritornò prepotentemente di attualità. Nel 1984, dopo una maternità non proprio serena, nacque il nostro terzo figlio. In un colloquio drammatico, il medico mi comunicò che la mamma aveva molto sofferto, per cui era stato necessario sedarla. Il bambino, invece, Paolo Samuele, aveva la sindrome di down e presentava delle complicazioni intestinali. Bisognava intervenire d’urgenza e raggiungere un ospedale attrezzato per un’operazione che all’epoca era d’avanguardia. Le possibilità di sopravvivenza erano comunque scarse. Un giovane dottore mi chiese se volevo battezzare il bambino. Dopo la rapida conclusione del rito, ci fu la corsa in ambulanza per un tentativo che sembrava disperato.
E invece Paolo lottò, superò ogni difficoltà e dopo 3 mesi di degenza ospedaliera finalmente ci raggiunse a casa. Qui però scoppiò la mia ira contro Dio. Mi aveva teso un tranello, l’incontro con Jean Vanier era stato l’anticipo di un conto senza pietà. Spesso mi tornava in mente il versetto di Geremia: «Non penserò più a lui (...) Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente». Intanto però Paolo era là e bisognava occuparsi di lui. Ci disse un dottore, un caro amico: «Non chiudetevi in voi stessi, fatevi aiutare». E furono tanti ad aiutarci. Paolo, soprattutto, ci conquistò con la sua voglia di vivere, con il suo sorriso che gli sembrava stampato sul volto nonostante le sofferenze.
E col tempo l’incontro con Jean Vanier ci apparve come una via tracciata, come un disegno della Provvidenza per prepararci al compito che aveva predisposto per noi. Ora Paolo non era più una ferita dolorante, ma una compagnia e il nostro un servizio da rendere a un figlio più bisognoso. E poi c’era da lontano l’ombra paterna di Vanier che incontravo di tanto in tanto, di cui leggevo le pubblicazioni, di cui seguivo i consigli.
Mi colpiva anche la capacità di Jean di passare di servizio in servizio, di scrivere dei libri sempre interessanti, sempre nuovi. Solidamente cattolico aveva iniziato un colloquio interconfessionale con gli anglicani e con altre confessioni cristiane. Poi era passato al dialogo interreligioso, in particolare con le religioni dell’India dove, peraltro, aveva incontrato e stretto amicizia con madre Teresa. Da ultimo aveva aperto un serio dialogo con la psicologa e filosofa Julia Kristeva. Agnostica, madre di un ragazzo con disabilità, dopo aver percorso tutte le strade della laica Francia, Julia era approdata all’Arca. Jean l’aveva ascoltata e confortata, ne derivò anche un confronto culturale nel quale Julia riconosceva a Vanier il vantaggio derivante dalla sua vita, dalla sua testimonianza. Con gli anni, infine, Jean aveva acquistato un sorriso sempre più dolce, sempre più vicino alla fragilità dei suoi ospiti. Diceva negli ultimi tempi: «Li ho aiutati, ma quanto è bello lasciarsi ora curare da loro, sentire la loro gratitudine che passa dalla tenerezza delle loro carezze, dei loro sorrisi».
Caro Jean, ci hai insegnato la forza e il valore della fragilità. In un mondo nel quale sembrano ancora prevalere i tumulti dei violenti, ci teniamo stretti il tuo sorriso, la tua umanità, la tua esistenza eucaristica.
sui progressi della carta e individua le aree in cui la Chiesa deve intensificare i propri sforzi.

© Osservatore Romano -13 giugno 2019