Rassegna stampa etica

Il sorriso di Anna

annaGente di Spirito

Guido Marangoni è un ingegnere informatico, marito di Daniela e papà di Marta, Francesca e Anna. Quest’ultima è nata con un cromosoma in più e il suo arrivo ha rivoluzionato la vita di tutta la famiglia. Ne è nato un libro che è stato un successo editoriale nel 2017 (Anna che sorride alla pioggia, Sperling & Kupfer). Il successo si è poi allargato in modo sorprendente, e qui comincia la nostra conversazione con Guido. 

Da vari anni giri in lungo e in largo l’Italia facendo interventi-spettacoli che riscuotono molto successo parlando di disabilità. Come ti è venuto in mente di trasformare un tabù come la disabilità in un tema su cui si può perfino scherzare? Non c’è il rischio di banalizzare un tema serio, se lo si prende "alla leggera"?

Cambierei l’espressione "prendere alla leggera" con "prendere con leggerezza". Il banalizzare ha sempre a che fare con la superficialità, la leggerezza — una parola che amo molto — invece sa essere molto profonda e non esiste banalità nelle profondità. Qualsiasi cosa succeda nella vita, bella o brutta, abbiamo sempre la possibilità di guardare a quell’evento da un punto di vista diverso. Quasi sempre la leggerezza, il sorriso, il non prendersi troppo sul serio suggeriscono orizzonti impossibili da vedere se rimaniamo nell’arroganza del dolore. Non è per nulla facile e, come succede per tutte le cose che contano, ci vuole allenamento... confidenza, altra parola che amo. 

In un TEDx del 2015, intitolato "La potenza della fragilità" hai raccontato che la paura più grande è quella di generare disabilità. Cosa ti ha fatto capire la storia della vostra famiglia? 

La nostra storia è una storia come ce ne sono altre migliaia, anzi milioni. Non è più o meno eccezionale di altre, anzi la oserei definire "normale", anche se "normale" è una delle parole più lontane dal concetto di "persona". La "persona normale", che tanto nominiamo, nella realtà non esiste. L’arrivo di Anna, con la sua disabilità esplicita, ha messo ben in evidenza una dinamica che non avevo mai analizzato, pur avendola sotto gli occhi: tutti, proprio tutti, abbiamo delle disabilità, a volte fisiche, a volte cognitive, altre volte del cuore, che non si vedono, ma ci sono. Nessuno di noi però si riconosce con la propria disabilità o fragilità. Tutti desideriamo semplicemente che qualcuno si accorga di noi. Non so bene per quale motivo, ci hanno insegnato (o ci siamo insegnati) a fare in modo che si accorgano di noi esponendo e amplificando la nostra parte più prestante, più forte. Ma il segreto che ho scoperto, con l’aiuto di Anna, Marta, Francesca e Daniela, è che la nostra vera potenza risiede proprio nella nostra parte più fragile. Non è potente la nostra fragilità, ma certamente la possibilità che abbiamo di condividerla e intercettare la parte umana di chi ci sta attorno, chiunque esso sia, è di una potenza disarmante. Finalmente ho intuito cosa voleva dire quel "pazzo" di san Paolo con le parole "Quando sono debole, è allora che sono forte…". 

Se permetti, una domanda personale: spesso racconti che per molti anni hai lottato contro la balbuzie. In che modo l'esperienza diretta di una fragilità ti ha aiutato a capire quelle degli altri? 

La mia balbuzie è stata ed è una compagna di vita molto molto difficile... terribile, egoista, esigente e a volte sadica. Ho sofferto molto ed è stata l’unica cosa che a un certo punto mi ha fatto davvero odiare la vita. Da piccolo pregavo e dicevo "Caro Gesù, voglio che in paradiso tutti quelli che sulla terra parlavano fluentemente balbettino e tutti noi balbuzienti invece parliamo lisci come uno speaker radiofonico". Era una preghiera arrabbiata, ma soprattutto viziata da un errore enorme: se mi avesse davvero ascoltato anche in paradiso sarei stato diverso. Il trucco era tutto là, era la diversità il centro di tutto. Potrebbe essere un'altra disabilità, una fragilità che ci fa star male, anche una semplice timidezza o un insignificante brufolo sul naso per un adolescente. Nelle mie preghiere 2.0 chiedo "Lascia stare Gesù, va bene così..., organizza perché in paradiso siano tutti felici, me compreso". Questo cambio di prospettiva sulla mia balbuzie e sulla sofferenza che mi ha provocato sicuramente mi ha aperto gli occhi, anzi mi ha permesso di sintonizzarmi un po’ meglio anche sul dolore di chi incontro. Sospendere il giudizio e mettersi nei panni della persona che incontriamo è una classica banalità che nasconde una verità molto potente. 

La pagina fb "Buone notizie secondo Anna" ha 60 mila followers e milioni di visualizzazioni: può essere che il successo social dipenda proprio dal tono positivo e non colpevolizzante che usate? 

Non saprei, ma sicuramente buona parte del merito è di Anna, della sua solarità e gioia di vivere. È vero anche che in moltissimi apprezzano lo sforzo di cogliere le buone notizie, il lato positivo. Il tentativo di non trovare per forza un colpevole, ma sottolineare il bello che c'è, anche nelle difficoltà. Mi invitano spesso nelle scuole e una delle cose che dico ai ragazzi è: "Avete mai visto un telegiornale? Che notizie ci sono?" in coro rispondono "Brutte!" e io proseguo "Ecco, noi adulti siamo esperti in brutte notizie. È giusto sottolineare anche quelle, ma ci siamo lasciati prendere la mano e ci siamo completamente dimenticati di come si raccontano le belle notizie. Mi fate un piacere? Ci dovete aiutare... raccontate voi, in tutti i modi, in tutte le forme le belle e le buone notizie che incontrate". I loro occhi si illuminano come avessero ricevuto l’incarico più importante del mondo. Vedere questi occhi vispi e interroganti è davvero magico e dona tanta speranza. 

Siamo fatti di-versi, perché siamo poesia" è una sintesi che usi spesso. Puoi spiegarci cosa significa? 

Questa frase mi è venuta in mente una notte mentre stavo terminando il libro "Anna che sorride alla pioggia". Avevo il desiderio di sintetizzare la bellezza della nostra diversità, la potenza generativa della nostra diversità collegandola alla leggerezza. La poesia, in tutte le sue forme, è certamente una bellissima espressione della leggerezza. E così quella notte continuavo a domandarmi: "Ma perché siamo fatti diversi?" Non ho trovato una risposta che mi piacesse, ma ad un certo punto ho pensato "Anche le poesie sono fatte di versi...". Con mia grande gioia, emozione e anche incredulità ritrovo scritta questa frase su lavagne, sui social, su segnalibri e t-shirt o come titolo di incontri e convegni. 

Papa Francesco spesso invita i cristiani a non avere una "faccia da funerale". Cosa pensi del rapporto tra fede, buonumore ed evangelizzazione? 

Mi viene in mente Alessandro Manzoni (che, ad essere sinceri, è un autore che ho imparato ad apprezzare solo quando ho saputo che era balbuziente… il che mi ha convinto a rileggerlo) che alla fine del romanzo descrive l’umiltà del Marchese che invita a pranzo Lucia e Renzo, li serve ma non si siede a tavola con loro: "v'ho detto ch'era umile, non già che fosse un portento d'umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari". A volte siamo talmente buoni e umili da metterci al di sotto di chi stiamo incontrando, dimenticandoci completamente della persona. E con la faccia un po’ sofferente attendiamo il premio da chi, guardandoci, magari pensa "ma che bravo". A volte la "faccia da funerale" è proprio per far vedere quanto stiamo soffrendo a fare il bene. Mi è sempre piaciuto tanto il passo di Giovanni dove Gesù dice che "vi riconosceranno da come vi amerete". E amare credo sia saldamente collegato con la gioia, la felicità, il buonumore. In una fede dove il buonumore, pur in mezzo alle inevitabili difficoltà della vita (la vita è fatta così, non ne esiste un’altra), è il segno di riconoscimento. Con questa dinamica così solare non serve quasi pensare all'evangelizzazione, perché viene da sé.

di Carlo De Marchi

© Osservatore Romano - 4 luglio 2019


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