libero pensierodi PAUL RICHARD GALLAGHER

Storicamente, lo stato inteso in senso non confessionale, e privo di forti lacerazioni nel rapporto Chiesa-stato, si intravede solo in nord America verso la seconda metà del XVIII secolo, ma all’epoca non influisce significativamente sull’Europa e sulla Chiesa cattolica, che dalla rivoluzione francese e dalle successive esperienze politiche ricevono nuove sollecitazioni, segnate da profonde contraddizioni, che pongono tuttavia, in modo nuovo, all’attenzione generale il tema della tolleranza religiosa.
Per quanto riguarda propriamente la coscienza della Chiesa circa il problema della libertà religiosa, la consolidata esperienza dello stato confessionale nella persona del sovrano cattolico, secondo il principio del “ cuius regio eius religio ” ( Pa c e di Augusta del 1555) non rendeva al momento auspicabili altri assetti: uno stato “neutrale” era una novità difficilmente immaginabile, anche perché mancava ancora nella comprensione generale la piena distinzione tra stato e società. In sintesi, di fronte alla sfida del liberalismo, gli interventi pontifici del XIX secolo condannano alcune espressioni storiche della libertà, ma sempre in maniera aggettivata (ad esempio «la smodata libertà d’opinare», o «una totale libertà»), cioè mai viene condannata la libertà in quanto tale, come principio fondamentale. La questione in gioco per la Chiesa era quella della verità, di fronte alla quale la modernità sembrava porsi in maniera indifferente. In altri termini, la questione della verità soggiace alla questione della libertà religiosa. Risulta così evidente che il concetto cattolico di libertà non collima affatto con quello liberale. Infatti, non a caso nel primo concistoro di Leone XIII viene creato cardinale il teologo e filosofo John Henry Newman, che si oppose già da anglicano alla società liberale: lotta al liberalismo quale principio antidogmatico. Proprio a partire da Leone XIII , emerge un magistero “pastorale” proteso a ricomporre la distanza fra il patrimonio cristiano e le altre visioni del mondo. Di fronte alle libertà individuali sorte dalla rivoluzione francese del 1789, ma incapaci di dare risposta allo sfruttamento e alla miseria degli operai, la Chiesa chiede con l’enciclica Rerum novarum (1891) un’integrazione dei diritti sociali ai diritti civili e a quelli politici. A una visione individualista di impostazione liberale, la Chiesa propone una via solidale. Da questo retroterra prende avvio l’azione della Santa Sede nel Novecento, tra una ricerca di affermazione della libertas Ecclesiae da ogni ingerenza degli stati e una sollecitudine pastorale verso uomini e donne di altre tradizioni religiose. Per questo, il Novecento vede nel pontificato di Pio XI un passaggio fondamentale. L’esperienza dolorosa dei totalitarismi contribuisce alla valorizzazione della dignità della persona umana e dei suoi diritti fondamentali. Al riguardo, basta guardare all’ultimo scorcio del ministero petrino di Papa Ratti, nell’anno 1937, quando nello spazio di soli dieci giorni vengono pubblicate tre encicliche: una sulla situazione della Chiesa in Germania, la Mit brennender Sorge, una sul comunismo ateo, la Divini Redemptoris , e l’ultima sulla situazione della Chiesa in Messico, teatro tra gli anni dieci e trenta del secolo di terribili persecuzioni anticlericali, la Firmissimam constantiam . Si tratta di una precisa risposta a sollecitazioni socio-politiche, filosofiche e ideologiche, caratterizzate da una forte ostilità verso il cattolicesimo. Ostilità che ha spinto la Chiesa ad affermare la propria libertà, che trova una reale garanzia solo nel diritto alla libertà religiosa per tutti gli individui e per tutti i gruppi confessionali. La prospettiva intravista da Papa Achille Ratti si rafforza durante il periodo bellico con Pio XII , quando nel radiomessaggio del 24 dicembre 1944, egli indica nel regime democratico la forma di governo maggiormente «compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini». Con queste premesse vi sono le condizioni di un passaggio fondamentale del rapporto tra Chiesa cattolica e libertà religiosa. È il tempo del concilio Vaticano II . Si tratta di un vero slancio per un nuovo incontro tra Chiesa e mondo contemporaneo. Se in tutta l’epoca moderna la Chiesa si era battuta per i diritti della verità, ora desidera coniugarli compiutamente con i diritti dell’uomo e della coscienza. Tale passaggio epocale trova il suo fulcro nella Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae (1965). Il contributo di Paolo VI alla Dichiarazione conciliare. Sappiamo che il Papa è intervenuto personalmente nel processo di elaborazione e di redazione del testo, indirizzando il documento verso una libertà religiosa intesa come diritto civile della persona umana, un diritto che l’individuo e i gruppi devono avere di fronte allo stato. Pertanto, la libertà religiosa è espressione compiuta del diritto naturale della persona umana. Sarà il pontificato di Giovanni Paolo II a sviluppare e promuovere questa libertà, soprattutto in chiave anti-totalitaria, al fine di garantire la piena libertà alle chiese locali. Nella visione di Giovanni Paolo II la libertà religiosa è la condizione irrinunciabile perché la Chiesa possa svolgere la sua missione a beneficio dell’intera umanità. Per questo, il richiamo alla libertà religiosa rimane una costante nel discorso internazionale della Santa Sede. Il magistero di Benedetto XVI ha ulteriormente insistito su una visione dei diritti in chiave universalistica, contro ogni forma di riduzionismo al contesto culturale e temporale. Tra i diritti umani il Papa include anzitutto quello alla libertà religiosa intesa come il primo dei diritti. Nel variegato contesto degli ultimi anni, l’azione diplomatica della Santa Sede si è specialmente impegnata nella difesa della libertà religiosa sia nell’ambito bilaterale sia in quello degli organismi internazionali, con particolare attenzione alla complessa realtà della Terra santa e di tutto il Medio oriente. Più recentemente, Papa Francesco ha ricordato che la libertà religiosa «è un diritto fondamentale che plasma il modo in cui noi interagiamo socialmente e personalmente con i nostri vicini, le cui visioni religiose sono diverse dalla nostra» (Discorso all’incontro per la libertà religiosa con la comunità ispanica e altri immigrati, Philadelphia, 26 settembre 2015). Si comprende così la grande considerazione in cui la Santa Sede tiene la libertà religiosa e i suoi sforzi continui, affinché gli stati e le organizzazioni internazionali possano tenerla in debito conto come parametro essenziale. Ogni forma di restrizione della libertà religiosa mina l’armonia della convivenza sociale, facilitando la strada del fondamentalismo religioso e della radicalizzazione. È un merito storico e sofferto del Cristianesimo avere contribuito a creare, nella separazione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, la possibilità di sviluppo di uno stato laico, inteso come uno stato che garantisce a ciascuno il diritto di vivere secondo la propria coscienza la dimensione religiosa. Purtroppo, anche in Europa, si nota una crescita inquietante di forme di intolleranza e di episodi di discriminazione nei confronti dei cristiani. Appare perciò intrinsecamente contraddittorio chiedere la libertà per tutti e, in nome di quella stessa libertà, negarla ad alcuni gruppi, specialmente a quelli religiosi.

© Osservatore Romano - 30 marzo 2017

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