Rassegna stampa etica

DdL Zan - Il concetto ambiguo di “omofobia” prima lama nelle ferite delle persone con omo-affettività

Le cateneAncora in questi giorni in Parlamento è stato chiesto, senza successo, di definire univocamente il termine, che risulta irrimediabilmente violento.

Paul Freeman

Sul termine “omofobia”, oramai di uso comune nella comunicazione, occorre rilevare, purtroppo, che, come tante manipolazioni del linguaggio, tale termine è inappropriato perché non parte da una riflessione antropologica. Tale termine si presenta anche dissonante ed ambiguo etimologicamente.

Il termine omofobia di per sé significa “paura angosciosa ed immotivata (con tratti di patologia) dell’uguale” che, a ben vedere, se si è onesti, è anzitutto la paura nascente dal contrasto interiore che vive ogni persona con omo-affettività.

Né si creda che coloro – come fece anni addietro Franco Grillini a Porta a Porta – i quali si dicono “felici” poi lo siano autenticamente. Semplicemente hanno assunto un accettabile equilibrio liminale dell’io. Ma la ferita rimane, la dissonanza permane e l’unica risposta feconda e sanante rimane quella che proponiamo di seguito.

Tutte le strategie politiche – di pessima politica, di politica a-valoriale – mosse dall’APA, dall’OMS e dai progetti omo-fili interni ad uno Stato, come quello attuale del DdL Zan, sono progetti viziati che conservano una certa dose di prepotenza ma che, soprattutto e drammaticamente, aumentano lo stato di illiberalità proprio delle persone con omo-affettività. A certe visioni liberalistiche non importa il principio dell’umano, la verità sull’uomo che c’è, è palese, naturale e finalizzata, interessa, piuttosto, il prevalere del soggetto e del suo “sentire” (del suo percepirsi) su un principio. Il principio, infatti, illuminerebbe il soggetto ad un reale equilibrio armonico non solo liminale ma anche sub-liminale, profondo.

La persona sboccerebbe in una fecondità.

Non è certamente e meramente un incontro dicotomico tra un principio e la percezione esperienziale della persona ma una integrazione possibile tra il principio e la realtà che la persona esperisce.

Progetti di legge che bypassano questo passaggio non aiutano l’integrazione della persona con omo-affettività in sé stessa e nel tessuto relazionale sociale ma aumentano le ferite sia del sé che del sé in relazione.

Se la persona con omo-affettività sperimenta una tensione non si tratta di negarla ma di assumerla all’interno di una antropologia sana e naturale che permette anche - nelle percezioni dissonanti – l’assunzione in un progetto donativo, in una capacità di amare.

Tale è ad esempio la castità umanamente vissuta da una persona con omo-affettività.

La spinta sessuale, prepotente in ciascuno di noi ed anche nelle persone con omo-affettività, spinge, sovente, ad una consumazione irresponsabile dell’istinto come un grido di esser-ci e di sopravvivenza psichica. Tale “spinta” è in realtà, se mal amministrata, senza castità appunto, un boomerang che sfalda la persona sempre più ed amplifica il grido autentico che vi è dietro la spinta sessuale.

Per castità non si intende, secondo morale naturale, una astensione formale dell’uso della propria sessualità e della genitalità ma l’uso armonico della medesima in una finalità naturale. La tensione omosessuale, proprio perché non legata agli aspetti inscindibili della comunione e della procreazione, naturalmente intesi, produce una falsificazione della comunicazione sessuale che va dunque ricondotta ad un equilibrio. Altrimenti la persona si “spersonalizza” sempre di più.

La persona con tensione omo-affettiva ed omo-sessuale, dunque, può, all’interno di una ri-significazione di tale tensione, vivere una donazione feconda e gioiosa.

Ad esempio, con tutti i limiti di un esempio che deve essere contestualizzato, Carlo (persona di fantasia) sperimenta una tensione omo-affettiva verso le persone di sesso maschile. La tensione c’è, non va negata ma può non essere assecondata nelle espressioni affettive e genitali che porterebbero ad una falsificazione di ciò che la sessualità è nella reciprocità del genere ma necessita di essere re-veicolata verso una donatività concreta; verso persone, maschi e femmine, che necessitano di cura, di presenza, di prossimità, di servizio.

Questo porta, castamente, appunto, la persona con omo-affettività a non diminuirsi nel dare e ricevere amore ma a viverlo all’interno di una progettualità che il significato sessuale porta in sé per finalità, di donazione, di fecondità e di comunione.

La mortificazione lucida e temperante della tensione omo-sessuale non limita la persona e la sua libertà ma situa e colloca la libertà in un progetto donativo. Questa è appunto la castità, lo spostamento delle energie sessuali da un binario che andrebbe a morire verso un muro di irrealizzazione spostandole verso un binario di progettualità donativa. Ed è valido per ogni tipo di relazione, anche per la relazione uomo-donna, sia prima del matrimonio che durante il coniugio. Prima del matrimonio per la continenza e il germogliare della donazione e della fedeltà. Nel matrimonio con la donazione reciproca e nel rispetto profondo reciproco, anche nella dimensione inerente il linguaggio affettivo-sessuale, aperto alla vita. La castità sana la persona e le sue dimensioni relazionali che, per tutti, sono ferite, e, per tutti, sono comunque una “porta stretta”.

Questa “castità” dunque non è rinuncia ad amare ma veicolo ad amare meglio e di più, come accade umanamente per tante situazioni donative e vocazioni umane possibili.

Gandhi, apostolo della non violenza, ma anima pensante, affermava: “Non si pensi che la castità è impossibile perché è difficile. La castità è il più alto ideale, non deve quindi far meraviglia che richieda il più alto sforzo per raggiungerla. Una vita senza castità mi sembrerebbe insipida e animalesca: il bruto, per natura sua, non ha autocontrollo, l’uomo è uomo perché è capace di averlo” (GANDHI, La mia vita per la libertà, pp. 193-194)

E tale visione dell’affettività è inscritta nel cuore dell’uomo, di ogni uomo. Ogni persona, uomo o donna che sia, è chiamata alla castità intesa come retto uso della dimensione affettiva e genitale della propria capacità donativa. Ricorda infatti S. Agostino inerente i comandamenti: “Affinché gli uomini non potessero lagnarsi che la legge era incompleta, Dio ha scritto sulle tavole della legge (i comandamenti) ciò che essi non leggevano nei loro cuori. Certamente questi precetti vi erano scritti, ma non volevano leggerli.
Dio li mise sotto i loro occhi perché fossero costretti a vederli nella loro coscienza: la voce di Dio, avvicinandosi in qualche modo agli uomini esteriormente, li costrinse a rientrare nel loro intimo” (In Psalm., 57, 1)

Questa visione, che è legata alla morale ed è pre-religiosa, andrebbe approfondita e non è ambito della psicologia ma della filosofia del diritto, dell’antropologia e necessita di competenza, di amore, tempo e fatica. Necessita di relazioni attente in cui si veda come arricchente e possibile un indirizzo di castità per persone con omo-affettività. Se uno è casto e ti sta accanto, ti fa respirare la bellezza della castità. Ti umanizza. Qui occorre crescere, come ricorda il Concilio in un ambito di pre-requisiti: “nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa’ questo, fuggi quest’altro” (Gaudium et spes, 16).

Non voler crescere in questo comporta pessime leggi, quello che per Aristotele è la ragion pratica che porta ad un erroneo giudizio: “l’intemperanza corrompe il giudizio della ragione: non però quello della ragione speculativa, per il quale si comprende che i tre angoli di un triangolo equivalgono a due angoli retti, ma quello della ragione pratica, e cioè dei giudizi che presiedono l’agire umano” (Etica a Nicomaco, Lib. 6, cap. 5)

Una volta chiariti questi delicatissimi aspetti si esprime una oggettivazione in una legge.

Se invece a colpi di propaganda si fa il contrario, come fanno ad esempio i radicali del Partito Radicale, le varie massonerie, le lobby di ogni tempo, a furia di prepotenza fondamentalista del pensiero debole, così affine a certe visioni dell’Islam, la ragione viene accantonata e si creano falle sociali con categorie “protette” che sortiranno l’effetto, nel tempo, di spaccare sempre più il Bene Comune perché spaccheranno la persona e la sua personalissima vocazione alla realizzazione sana di sé.

L’apriori di certa corrente che crea leggi ad usum è tipica in coloro che cosificano le leggi come mezzo per distruggere le leggi stesse e portare il sogno utopico di una salvezza intramondana che sposta la natura della legge stessa.

Nell’approccio fino ad ora conosciuto la legge rendeva oggettivato, il più possibile, un principio trascendente. Invece, in questa visione ideologica, che usa le leggi come mezzo per fini ideologici, come il liberalismo, la legge è mutante in base alla percezione del soggetto, sia esso singolo, che un gruppo, che una collettività. Questo relativismo fondante la legge apre però a visioni manichee inevitabili e, dunque, a categorizzare in stigmi.

Non si giudica più una legge se essa sia buona o meno ma se sia opportuna, funzionale all’ideologia. Questo, ripetiamo “frammentizza” il reale (e prima ancora la persona) disarmonizzandolo e creando categorie “nemiche”. E dove l’opportunità della legge (che potremmo chiamare non-legge) non basta, si creano categorie massmediali di odio. L’altro che non accetta la mia visione sancita dalla legge che ho creato ad usum è da odiare, è un nemico.

Questa visione stigmatizzante e categorizzante è portata avanti dal politicamente corretto e anche da tanti ecclesiastici, anche per ignoranza.

Un esempio di quanto sto dicendo, anche se evidentemente di minor tenore, si può verificare nell’accento al femminile dell’Osservatore Romano, con una rubrica a parte. Tale scelta redazionale, di cui è comprensibile la buona intenzione, è per me un assurdo che risponde a questa logica di moda e di malata femminilizzazione del sociale. Il Femminile, invece, la sua bellezza, la sua unica bellezza, la sua sinergica e complementare unicità, si può e si potrebbe esprimere con firme valide all’interno dell’unico giornale e non con rubriche dedicate. Le quote rosa dedicate sono il principio della sfemminilizzazione e del degrado personalistico del femminile.

Lo stesso meccanismo si svela quando si parla di femminicidio, altra malattia del linguaggio, moda corrente. Nessuno nega le prepotenze (gravi e talvolta gravissime) di alcune figure maschili verso le donne. Prepotenza fisica, psicologica, ecc. Ma parlare di femminicidio è improprio e risponde ad un bisogno manicheo del sociale di non affrontare il problema, anzi di aumentarlo, creando categorie oggetto di violenza.

Questo categorizzare aumenta la fragilità psicologica e sociale delle relazioni creando “nemici” ove non ci sono o creando categorie protette. Creare nell’immaginario il maschio come nemico è stupido oltre che infantile. È categorizzazione che nasce dalla nevrosi e genera nevrosi.

La realtà è che la relazione uomo-donna è ferita e ciascuno ha la sua parte di persecutore e di vittima in questa relazione. Anche questa, come dicevamo necessita di castità.

Tale relazione, feconda per il Bene Comune e per il sé, non si sana creando categorie e false aspettative.

Lo stesso fa, più drammaticamente, questo progetto di legge che è fallace proprio nella sua modalità perché categorizza alcune persone mettendole in un recinto simbolico e facendone, nel linguaggio e nel linguaggio giuridico, una categoria di persone più persone di altre. Giuridicamente questo è un ossimoro ed è il trionfo del “percezionismo” assunto a legge.

Questo è il vero danno di sostanza e di forma del DdL Zan. Perché le buone leggi si fanno prima chiarendo i principi e non a colpi prepotenti di lobby, pressioni, vittimismi costruiti a tavolino, piagnistei.

Avallare la necessità di una legge per proteggere le persone con omo-affettività vuol dire non accorgersi che i veri omofobi sono coloro che hanno proposto questo progetto di legge o chi, tra le fila politiche, lo sostiene vedendone la necessità, magari in parte.

Si pensi all’interno di Forza Italia all’onorevole Mara Carfagna, pur critica all’utero in affitto (pratica chiamata nel percezionismo del politicamente corretto “gestazione per altri”) che testualmente ha detto, dopo l’emendamento Costa: "Il testo così modificato non introduce un reato di opinione e tutela la libera espressione delle idee e dei valori. Mi auguro che anche altre criticità tuttora contenute nella proposta di legge possano essere esaminate e risolte, nell'obiettivo condiviso di punire le forme di violenza che colpiscono la comunità Lgbt'' (Omofobia: la maggioranza con Forza Italia su emendamento salva-opinioni Repubblica 23 luglio 2020). Già parlare di “comunità LGBT” (e comunque dare un eventuale plauso alla necessità della legge) crea un vulnus nelle persone con questa tensione, le categorizza, le ghettizza, un “vilipendio” ante-litteram. Un remare contro il bene delle persone con omo-affettività.

L’omofobia, dunque, come omo-paura e come omo-ossessione, è propria solo di coloro che veicolano questo progetto di legge come una risposta di sigillo legislativo esterno ad una ferita non sanata che hanno dentro e di cui hanno paura.

La prima omofobia interiorizzata è propria della persona con omo-affettività. Non parliamo di quella omofobia interiorizzata che le correnti omo-file indicano come primo scoglio da superare per l’accettazione di sé come “persona omosessuale” ma di quella paura subliminale presente nelle persone con omo-affettività che danno per integrata la loro omosessualità e che sacralizzano esternamente, con un progetto di legge, una ferita non integrata della loro dimensione affettiva e sessuale.

E questa omo-ferita non si svela certo per un costrutto sociale, per concetti culturali ma per la evidente dissonanza che sperimenta tra sé e l’evidenza di ragione. E, anche quando la supera accettandola, ma negando il conflitto, la persona con omo-affettività è la prima omofoba. Perché l’accettazione sociale per chi è ferito è tale che non può non sacralizzare tutto ciò che oggettivamente lo fa riconoscere come persona con quella tensione a cui non sa rispondere, non è capace di rispondere e non ha chiarezza di risposta. Ad un certo punto smette di lottare al vero (ad esempio fa outing) e decide di lottare contro chiunque lo ostacoli ad una risposta autentica che invece lo porterebbe ad una autentica pace e ad una realizzazione piena e feconda.

E la lotta è tale che amplifica la dissonanza profonda, non la sana.

Guai dunque toccare il Totem del DdL. Nasce un nuovo tabù.

Così fa questo DdL a cui non si può non essere contrari proprio per amore e rispetto delle persone con omo-affettività.

Ecco perché le persone con omo-affettività meritano una risposta, umanissima (e di fede sapienziale, per chi può) che le aiuti ad integrare meglio tale tensione in una reale fecondità che non le spacchi dal di dentro ma le renda un polo di Bene per sé e per gli altri. Perché la persona con omo-affettività è unica e preziosa. Ha un nome unico e di valore nel mondo.

Perché le persone con omo-affettività, persone come tutti, hanno un unicum vocazionale da portare nella ferita e nonostante la ferita.

Ma è importante che qualcuno voglia loro veramente bene e smetta di diseducare, diseducar-si e di diseducar-le.

Tanto è grande e preziosa ogni persona.



oggi su La Croce quotidiano, 30 luglio 2020
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