grazia commento vuotoRiceviamo e rilanciamo
Fonte: Facebook

Sul numero di grazia del 27 luglio scorso il direttore Silvia Grilli ha pubblicato un trafiletto in cui ci fa conoscere la sua opinione in merito alla tragica vicenda di Charlie.
Il finale è bellissimo, vale la pena ribadirlo:
“Se una cosa abbiamo imparato è che bisogna evitare di arrivare in un’aula di tribunale per decidere il bene, che apparentemente tutti volevano, di un bambino che non può decidere”.
Trovo che, se avessimo veramente imparato almeno questa cosa, il sacrificio di Charlie non sarebbe stato vano.
Ma purtroppo non è così, dal momento che nel mondo di simili casi ne sono capitati e continuano a capitarne parecchi, anche se ben pochi riescono a creare sufficiente clamore mediatico per giungere alla nostra attenzione.

A silenziare il grido straziante di tanti genitori messi con le spalle al muro da una medicina che non solo si dichiara impotente di fronte alla malattia (cosa che di per sé non è certo una colpa), ma si arroga il diritto di emettere un giudizio di valore sulle vite di cui dovrebbe prendersi cura, sono esattamente i ragionamenti del direttore di cui sopra, la quale ha azzeccato giusto la chiusa dell’articolo, inventando di sana pianta tutto il resto: Charlie non è mai stato un piccolo corpo inerme che non vedeva e non sentiva (i medici del Bambino Gesù hanno confermato che non c’erano danni cerebrali irreversibili e che il bambino era presente, sebbene parzialmente sedato); i giudici non si sono affidati all’unico strumento che avevano, cioè la scienza infallibile, bensì il giudice Francis in una delle prime udienze ha persino rifiutato di accettare come prova i risultati della risonanza in cui si evidenziava che Charlie non aveva danni cerebrali, perché l’esame era stato fornito dalla madre invece che dall’avvocato d’ufficio assegnato alla famiglia, il quale si era “stranamente” dimenticato di presentare tale importantissima prova in tribunale.
L’alleanza tra medici e genitori è stata brutalmente recisa dal GOSH, il quale ha impedito alla famiglia di portare a proprie spese il figlio negli USA a tentare per tempo, quando ancora c’erano speranze, una cura sperimentale priva di effetti collaterali.
I medici erano così interessati a non far soffrire Charlie che per tre mesi gli hanno lasciato una cannula da 6 mm infilata nel naso invece che praticargli la tracheostomia fissa, che è molto meno fastidiosa per il paziente e può permanere anche per anni senza controindicazioni per il tratto laringeo, e lo hanno tenuto in ostaggio in un reparto ospedaliero senza fornirgli alcuna cura invece di tentare anche in loco la cura ai nucleosidi che, benché non ancora completamente testata, aveva l’approvazione dei genitori e il sostegno della comunità scientifica.
Erano talmente assorbiti dal best interest anche della collettività, che secondo loro non deve essere costretta a pagare terapie senza speranza per malati senza speranza, che hanno pensato di spendere fiumi di soldi in avvocati, trascinando una causa legale per mesi, invece di dimettere semplicemente il paziente e lasciare che i genitori spendessero i loro soldi come meglio volevano.
In ultimo, ma non per ultimo, i genitori hanno deciso di “lasciare andare”, cioè non tentare più alcuna terapia, quando gli esperti internazionali hanno constatato che il ritardo (gravemente doloso da parte del GOSH) dell’inizio del trattamento ormai ne avrebbe segnato la certa inefficacia.
Questo non ha mai significato da parte loro l’accettazione dell’omicidio del figlio, ma solo la rassegnazione (dolorosissima invero) al fatto che la loro creatura presto sarebbe morta a causa di questa malattia degenerativa già troppo degenerata.
Hanno implorato i giudici di concedere loro più tempo, tutto il tempo che serviva per prendersi cura con amore dell’inevitabile trapasso, per cullare, coccolare, vezzeggiare come ogni madre sa fare col proprio piccolo, ma tutto è stato loro negato. In silenzio, come ladri, hanno portato via Charlie e lo hanno ammazzato, sventolando una sentenza.

Sì, dobbiamo evitare di arrivare in un’aula di tribunale, perché è molto difficile che lì venga veramente deciso il bene di un bambino che non può esprimersi.
Ritenere che un genitore che si batte per tenere in vita il figlio non stia lottando per il suo miglior interesse è una stortura tutta giudiziaria che trova posto solo in contorte legislazioni anglosassoni, messe in pratica da parrucconi egocentrici e senza cuore.
Chiunque guardi il proprio figlio e provi ad immaginare una minaccia che si avvicina, può perfettamente comprendere dove sta il bene.


Grazie alla CharliesArmy ITA

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