Rassegna stampa etica

Gli aggettivi che ci identificano

Giovani e disabilità all’Università Salesiana

Parlare ai ragazzi di disabilità, sport e inclusione è sem

Laura Coccia nel corso del suo intervento al convegno «Sports for different Heroes» all’Università Salesiana

pre una sfida molto affascinante. In una società che impone i suoi modelli di bellezza, i suoi canoni in cui il diverso è da allontanare, da respingere, da trattare con ostilità in nome di un ego sempre più fagocitante, affrontare il tema dell’inclusione è fondamentale.

Durante l’adolescenza il percorso di accettazione del proprio fisico è difficile per tutti, è il periodo dei complessi, della ricerca dell’omologazione che spesso si risolve nel desiderio di un tatuaggio, la prima sigaretta o un intervento di chirurgia estetica per modificare un aspetto che proprio non piace.

 

Un adolescente con disabilità non ha scelta, se non fare i conti con un’immagine di sé completamente al di fuori di ciò che è considerato “normale”. Questa situazione mette il giovane davanti a una decisione, un aut aut determinante per il suo futuro: rimanere relegato in un angolo a osservare la vita degli altri o vivere insieme agli altri. La scelta non è banale perché quell’angolo può sembrare la soluzione più semplice e comoda, un luogo dal quale osservare la vita degli altri senza essere visti, senza mettersi in gioco, senza correre il rischio di essere sottoposti alle domande curiose di chi vorrebbe sapere qualcosa in più, conoscere, senza pregiudizi.

Vivere la vita, al contrario, è estremamente complesso perché implica il fatto di mettersi in gioco sotto gli sguardi e le domande degli altri, soprattutto dei più giovani. Gli interrogativi dei bambini, soprattutto, sono senza filtri sociali, quel dito puntato verso l’ignoto che anticipa un «perché?» molte volte può essere spiazzante per gli adulti che, presi in contropiede, rispondono con un impaurito: «Zitto! Non si chiede!». Ma quella risposta mancata e quella paura sono i mattoni che costruiscono i pregiudizi.

Quindi, occorre lavorare molto per costruire ponti dove oggi ci sono muri, partendo dalle scuole. Questo è stato il mio compito di relatrice al convegno svoltosi all’Università Salesiana e rivolto soprattutto agli studenti e alle studentesse del Liceo scientifico sportivo Pacinotti, grazie all’impegno dei loro professori.

Cos’è la disabilità? Come sempre ho chiesto ai ragazzi di descriversi con degli aggettivi e ognuno ha scelto quello in cui si identificava di più. «Disabile» è uno dei tanti aggettivi possibili, esattamente come «spastico» o «cerebroleso», aggettivi che a una prima occhiata distratta mi caratterizzano. Secondo la convinzione comune, però, questi aggettivi sono sinonimo di disabilità intellettivo-relazionale e di incapacità in senso generale. Invece ho un dottorato di ricerca.

La realtà è che l’incidenza della disabilità intellettiva sulle persone con spasticità e cerebrolesione è bassa, ma è stata sufficiente nel corso degli anni a radicare un pregiudizio difficile da scardinare: troppe volte anche nel linguaggio della politica e del giornalismo si sentono utilizzare le patologie e le disabilità come un insulto nei confronti di chi ha un’opinione differente. C’è molto lavoro da fare e per questo è fondamentale riflettere insieme ai ragazzi.

La parola disabilità in sé non ha senso perché la disabilità al singolare non esiste, esistono le diverse abilità, l’importante è avere gli strumenti giusti per sviluppare i propri talenti: c’è chi ha bisogno di una carrozzina, chi di un atleta guida, chi necessita di più tempo, chi corre i 100 metri in meno di 10 secondi, ma tutti raggiungono il traguardo. Il compito della società è quello di fornire a tutti i cittadini gli strumenti giusti, senza pregiudizi.

I medici classificatori che sono chiamati a decidere in quale categoria di (dis)abilità debba competere un atleta non si ferma alla diagnosi, ma valuta le sue capacità. La diagnosi è scritta su un foglio ma non descrive una persona e le sue abilità. A parità di disabilità, infatti, lo sviluppo di una persona è influenzato dalla gravità di una patologia così come dal contesto medico, familiare e sociale in cui si innesta e, quindi, quali strumenti ha avuto a disposizione per far crescere le proprie potenzialità, basti considerare quante madri si ritrovano sole ad affrontare la disabilità di un figlio.

Le famiglie al cui interno ci sono persone con disabilità sono lasciate sole troppo spesso, invece dovrebbe essere compito di tutta la comunità prendersi cura di chi ha bisogno di un aiuto, perché se una persona porta un masso da sola può rimanere schiacciata sotto il suo peso, ma se lo stesso masso viene portato da più persone diventa più leggero da sostenere.

Ognuno di noi ha delle abilità diverse che possono essere dovute alle abitudini come, ad esempio, la conoscenza del computer e dei social network è una caratteristica delle nuove generazioni che sono abituate a trovare le risposte in un click, mentre i più grandi si trovano più a loro agio con giornali e dizionari cartacei. Queste abilità differenti, però, non spaventano nessuno perché rientrano in un cambio generazionale del tutto naturale con il trascorrere del tempo.

Queste riflessioni, rafforzate dagli esempi che si sono susseguiti dalla forza del Progetto Filippide, portato avanti da Nicola Pintus e dai suoi collaboratori, che porta i ragazzi con sindrome dello spettro autistico e disabilità intellettivo-relazionali a correre le maratone, di Aero Gravity, che a Milano fa lanciare con il paracadute le persone con disabilità guidate in tandem da un istruttore, e la scuola calcio per bambini con sindrome dello spettro autistico, portata avanti dal settore scolastico della Figc, sono l’esempio tangibile che costruire un mondo in grado di accogliere tutte le sfumature della vita è possibile.

di Laura Coccia



© Osservatore Romano - 24-25 febbraio 2020


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