Rassegna stampa etica

Funerali di Jean Vanier,

jean vanierNel primo pomeriggio di oggi, giovedì, sono stati celebrati presso la piccola comunità di Trosly-Breuil, a nord di Parigi, i funerali di Jean Vanier, fondatore dell’Arca, morto il 7 maggio scorso. Il rito, svoltosi nel segno della semplicità, è stato presieduto da Pierre d’Ornellas, arcivescovo di Rennes e rappresentante della Chiesa cattolica presso l’Arca internazionale. Altri presuli e leader religiosi hanno preso parte alle esequie. Tra questi Jacques Benoit-Gonnin, vescovo di Beauvais, e il suo predecessore Jean-Paul James, Stephen Conway, vescovo anglicano di Ely, e fratel Alois, priore della Comunità di Taizé. Familiari, amici e rappresentanti dell’Arca e di Fede e Luce hanno anche reso omaggio a Vanier alla fine della celebrazione, durante la quale sono stati interpretati canti in inglese e giapponese, e recitate preghiere della tradizione islamica. Il segno della pace è stato quello del “Namaste” indiano. Pubblichiamo, in una nostra traduzione, ampi stralci dell’omelia pronunciata dall’arcivescovo di Rennes.

Guariti dai più deboli
di PIERRE D’ORNELLAS
Jean, nostro fratello e nostro amico, ci lascia un messaggio, o piuttosto ci affida una Parola. L’abbiamo udita nei passi della Bibbia che sono stati appena proclamati. Jean li ha scelti personalmente per sé e per noi, in vista di questo giorno. Insieme formano una Parola che è entrata nel nostro cuore. Ha meditato questa Parola nei 55 anni trascorsi all’Arca e nei 48 anni vissuti con gli amici di Fede e Luce.
Questa Parola ha interpellato Jean in vista della creazione dell’Arca, affinché questa fosse un’umile e viva luce in 40 paesi e oltre. Questa Parola ha guidato Jean nei suoi incontri con gli esclusi, i reietti, i detenuti, in tutto il mondo: proprio loro, con le loro sofferenze e il loro grido per stabilire una relazione, hanno toccato e infranto il cuore di Jean. Grazie a loro, lui ha compreso meglio l’immensa profondità della parola che risuonava nel suo cuore. Grazie a loro, questa Parola è cresciuta in lui.
Questa Parola ha portato Jean a soffrire per le divisioni. L’ha spinto a operare per l’unità tra i cristiani e a lavorare per la pace tra le religioni. Grazie a questa Parola, ha compreso che l’umanità e la povertà sono il cammino più sicuro per l’unità, per la pace, per la fraternità. Jean era tormentato dalla pace, ne era assetato. Era abitato da un immenso desiderio: che gli uomini vivessero come fratelli, al di là delle differenze della loro confessione religiosa o della loro appartenenza sociale e culturale!
Questa Parola ha chiesto a Jean di liberarsi di ogni orgoglio, di ogni pretesa di dominare e di ogni senso di colpa, al fine di avvicinarsi gradualmente all’ideale inaccessibile del vero «discepolo» di Gesù «dolce e umile di cuore». Questa Parola l’ha spinto a essere in «perpetua conversione», come confessava a 88 anni.
Oggi Jean si fa da parte dinanzi a questa Parola che non viene da lui. Questa Parola si offre a noi con rispetto e dolcezza. Che siamo qui a Trosly o nelle nostre Comunità, l’ascoltiamo insieme, anche se siamo tanto diversi nei nostri cammini e nelle nostre convinzioni spirituali.
Per i cristiani, è Parola e Luce di Dio. Per tutta la famiglia dell’Arca e di Fede e Luce è una Parola che raggiunge ognuno lungo il cammino davanti al mistero della povertà, della debolezza, dell’angoscia e della fragilità. Per tutti, questa Parola è una luce che si riflette sul volto di tante persone rese fragili, che offrono al nostro sguardo la loro vulnerabilità ed elemosinano la nostra amicizia. Le persone con deficit intellettivo si fanno eco, a modo loro, di questa Parola che converte i nostri cuori, liberandoli dalle barriere che erigiamo per paura della differenza.
Questa Parola è anzitutto un gesto, quello di Gesù. Egli depone le vesti, che sono forse il segno della sua appartenenza sociale. Se ne disfà. Prende un asciugatoio, quello del servizio, e si mette in ginocchio per lavare i piedi dei suoi discepoli. Gesù si fa debole dinanzi a noi. Per toccare i nostri cuori e guarirli, non usa altri mezzi se non presentarsi a noi nella sua debolezza, come l’ultimo dei servi. Attraverso la sua debolezza, lava i nostri cuori induriti dall’orgoglio e barricati nel potere, nella sicurezza, nella certezza di avere ragione. Egli è «Maestro e Signore», ma lo è abbassandosi per amore. È «Maestro» attraverso la sua tenerezza e il suo perdono indefettibili che sollevano e rimettono in piedi nella fiducia e nella gioia.
Ma la Parola va oltre. Ci chiede di fare come lui: dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. Vuole che siamo anche noi «Maestri» facendoci servi umili e amorevoli. Infatti il più grande tra noi è colui che è più umile, più piccolo, più servo. Lavarsi i piedi gli uni gli altri è riconoscere che siamo tutti deboli e poveri, che siamo tutti preziosi agli occhi di Dio. È mettersi alla scuola dell’umiltà e dell’amore, è guardare l’altro con rispetto e delicatezza. È imparare che «la debolezza è il luogo della relazione e dell’aiuto reciproco», come ricorda Jean nel suo ultimo libro. Ma chi lava meglio i piedi? Le persone che più assomigliano a Gesù nella loro debolezza e nella loro semplicità. Sì, sono le persone deboli, rese fragili, che ammettono la loro vulnerabilità! Le persone con una disabilità mentale sanno lavare i nostri piedi offrendoci la loro relazione e la loro amicizia che ci trasformano nel più profondo dei nostri cuori. La loro debolezza bussa alla porta dei nostri cuori affinché accettiamo tutti di non avere più che una sola forza, quella di amare e di lasciarci amare. La loro sete dell’incontro ci invita a sbarazzarci di tutto ciò che, in noi, ostacola il vero incontro e la fedeltà dell’amicizia.
Cari membri dell’Arca: Dio vi ha scelti per mostrare a tutti che possiamo essere fratelli e sorelle. Dio vi ha scelti affinché tutti comprendiamo che la nostra felicità è vivere in comunione gli uni con gli altri. Dio vi ha scelti affinché il mondo sappia che la pace è possibile e che possiamo vivere in pace gli uni con gli altri con le nostre tante differenze. Ognuna delle vostre comunità è un luogo di pace e di comunione. Benediciamo Dio per questo!
Voi che siete qui dinanzi a me o nelle vostre comunità in tutto il mondo, ci mostrate il cammino di questa fraternità e di questa pace: è attraverso la debolezza accettata e la pazienza di tessere relazioni che i nostri cuori si liberano poco a poco delle loro pretese orgogliose che impediscono la comunione. È attraverso la vulnerabilità che i nostri cuori scoprono poco a poco la loro capacità di compassione e la loro sete di amare e di essere amati.
Nelle sue lettere all’Arca, Jean confessa: «Sono stato colpito dall’infinita bontà e dalla capacità di amore che si nascondono in ogni essere umano». Poi aggiunge: «Dio è nascosto nel povero: noi veniamo guariti e risvegliati all’amore dall’amicizia e dalla comunione con le persone più povere e più deboli». Non per fare per loro, ma per essere lì con loro al fine di permettere alla vita, alla libertà e alla pace di sbocciare in esse e in noi grazie all’incontro e alla relazione.
Dinanzi all’infinita bellezza di ogni persona, come non essere sconvolti scoprendo che ognuna è così infinitamente preziosa! Come non impegnarsi allora affinché ogni persona venga liberata dalle catene ingiuste che l’imprigionano? Come non darsi all’altro affinché i gioghi interiori ed esteriori che l’opprimono scompaiano, di modo che la sua collera e la sua rivolta si plachino? Come non lottare affinché le persone oppresse dal disprezzo, dall’esclusione e dall’indifferenza ritrovino la libertà dei figli di Dio grazie al rispetto, alla considerazione e alla compassione? Ecco la «giustizia» alla quale la parola profetica invita tutti noi oggi.
Se l’Arca è un segno — per quanto modesto — di questa «giustizia», allora la sua «luce spunterà come l’aurora …. spunterà nelle tenebre» (Isaia, 58, 8-10). Questa è l’Arca: un segno che illumina molti alla ricerca della vera vita.
L’Arca è segno perché è un mistero di relazione e di compassione, dove i cuori si uniscono per la pace. Jean Vanier ne è stato l’araldo. Scriveva nel 1988: «In un mondo che incoraggia costantemente le persone a salire i gradini della scala sociale, lo Spirito Santo ci insegna a scendere in fondo alla scala per trovare la luce nel cuore dei poveri. Ciò sembra folle, anzi impossibile».
Dio ha benedetto l’Arca dal 5 agosto 1964 con i suoi tre fondatori: Philippe, Raphaël e Jean. L’Arca sarà sempre sotto la benedizione di Dio perché le persone con una disabilità mentale continueranno a fondare l’Arca nel futuro, sia nelle Comunità già esistenti da più o meno tempo, sia nelle nuove Comunità che sorgeranno qua e là nel mondo.
Dio infinitamente buono, benedici l’Arca con la mano dei tuoi poveri! Dio infinitamente misericordioso, accogli nel tuo Regno il tuo servo Jean.



Il messaggio del Papa
Messaggio del Santo Padre ai funerali di Jean Vanier



Nell’amicizia con fratel Roger della Comunità di Taizé
Ricerca di Dio e difesa dei vulnerabili

Poco dopo la morte di Jean Vanier, il priore della Comunità di Taizé ha indirizzato una «lettera a tutta la famiglia dell’Arca», nella quale ricorda i forti legami di amicizia tra il suo predecessore fratel Roger e Vanier.
di FRATEL ALOIS
La morte dell’amatissimo Jean Vanier ci commuove e vorrei assicurarvi che noi, i fratelli di Taizé, condividiamo il dolore vostro e della sua famiglia. Da moltissimi anni un’amicizia profonda univa Jean e fratel Roger, l’Arca e la nostra comunità. Dopo la morte di fratel Roger, questa amicizia è continuata e io stesso ho spesso vissuto momenti di condivisione assieme a Jean, durante le nostre reciproche visite a Trosly o a Taizé. Eravamo felici di accoglierlo sulla nostra collina, dove veniva volentieri per pregare con noi e per parlare ai giovani di ciò che gli stava talmente a cuore. Siamo colmi di gratitudine per la stretta collaborazione che si è stabilita fra l’Arca e la nostra piccola fraternità formata da alcuni fratelli che vivono in Bangladesh. Vorrei sottolineare anche quanto sia positivo per molti nostri giovani fratelli passare alcuni mesi in una comunità dell’Arca.
Perché siamo così vicini? Abbiamo in comune lo stesso desiderio di mantenere uniti, nella nostra esistenza quotidiana, la ricerca di Dio nella preghiera e l’impegno delle nostre vite a fianco dei più vulnerabili. Fratel Roger ha aperto questo cammino per noi e Jean lo ha aperto a voi. Penso che siano felici ora di essere uniti, accanto a Dio nella vita dell’eternità, e che preghino per noi. Possa la loro preghiera aiutarci a rimanere fedeli a queste due vocazioni così legate l’una all’altra: vita interiore e solidarietà umana con i più diseredati!
In questi giorni di dolore, vorrei pregare con voi: Gesù il Cristo, tu hai vinto la morte e tu sei misteriosamente presente accanto a ciascuno e ciascuna di noi. Tu ci permetti di essere in comunione con coloro che ci hanno preceduto, in particolare con Jean Vanier. Il suo amore per i poveri lo rende un testimone vivente del Vangelo. Ora tu lo accogli accanto a te. Tu ci colmi di speranza. Così, anche con una fede piccolissima, come lui oseremo dire anche noi attraverso la nostra vita: «Cristo è risorto!». 


© Osservatore Romano - 17 maggio 2019