Rassegna stampa etica

Fondamenti e principi della presenza dei cattolici in politica

famigliaL’attenzione che la Chiesa dovrebbe al PdF. Esattamente oggi si compiono due anni dalla pubblicazione di un contributo della medesima firma di questa pagina che voleva offrire una chiarificazione sulla presenza identitaria dei cattolici in politica. «Non serve un “partito cattolico”», era il claim, ma semmai un partito che si fondi sulla morale naturale
e sui fondamenti giusnaturalistici della Costituzione. Si propongono infine cinque spunti di riflessione e di azione per gli amici del Popolo della Famiglia.

di Paul Freeman

Proprio due anni fa scrissi una chiarificazione necessaria sulla presenza identitaria dei cattolici in politica. Con Un partito cattolico»? No. Un partito che si fondi sulla Morale Naturale e sui fondamenti giusnaturalistici della Costituzione” desideravo argomentare come non è ora necessario un “partito cattolico”, confessionale. Per molti motivi, ed anche per chiarire bene l’intervento del Santo Padre del 2015 che riporto nella parte che interessa al nostro discorso:

“.. si sente: “Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!”: quella non è la strada. La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. “No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici”: non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato. “Ma, un cattolico può fare politica?” – “Deve!” – “Ma un cattolico può immischiarsi in politica?” – “Deve!”. Il Beato Paolo VI, se non sbaglio, ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. “Ma, Padre, fare politica non è facile, perché in questo mondo corrotto … e alla fine tu non puoi andare avanti …”: cosa vuoi dirmi, che fare politica è un po’ martiriale? Sì. Eh sì: è una sorta di martirio. Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere. Cercare il bene comune pensando le strade più utili per quello, i mezzi più utili. Cercare il bene comune lavorando nelle piccole cose, piccoline, da poco … ma si fa. Fare politica è importante: la piccola politica e la grande politica. Ma, nella Chiesa ci sono tanti cattolici che hanno fatto una politica non sporca, buona; anche, che hanno aiutato alla pace nei Paesi. Ma pensate ai cattolici qui, in Italia, del dopoguerra – alcuni: pensate a De Gasperi; pensate alla Francia: Schumann, che ha la causa di beatificazione … Si può diventare santo facendo politica. E non voglio nominare più: valgono due esempi, di quelli che vogliono andare avanti nel bene comune. Fare politica è martiriale: davvero un lavoro martiriale, perché bisogna andare tutto il giorno con quell’ideale, tutti i giorni, con quell’ideale di costruire il bene comune. E anche portare la croce di tanti fallimenti, e anche portare la croce di tanti peccati. Perché, nel mondo è difficile fare il bene in mezzo alla società senza sporcarsi un poco le mani o il cuore: ma per questo vai a chiedere perdono, chiedi perdono e continua a farlo. Ma che questo non ti scoraggi. “No, Padre, io non faccio politica perché non voglio peccare” – “Ma non fai il bene! Vai avanti, chiedi al Signore che ti aiuti a non peccare, ma se ti sporchi le mani, chiedi perdono e continui avanti!”. Ma fare, fare …” (Papa Francesco, 30 aprile 2015 “Dialogo tra Francesco e Comunità di vita cristiana, trascrizione integrale” vd https://www.ilcattolico.it/catechesi/catechesi-del-santo-padre/dialogo-tra-francesco-e-comunita-di-vita-cristiana-trascrizione-integrale.html)

Oggi, come allora, il discorso del Santo Padre non deve essere manipolato da nessuno.
Neanche strumentalmente durante una campagna elettorale, magari per sostenere visioni miopi, politicamente e culturalmente parlando, né tantomeno visioni manichee, tanto care al DNA italiano che ama le lotte epiche Lazio-Roma, Terni-Perugia, ecc.. ecc. Eh sì perché le battaglie epiche-identitarie, con la razionalità mossa dalla pancia, sono proiezioni del “bisogno di identità” di cui ho trattato su queste pagine (Serie di riflessioni sui Bisogni fondamentali e la Filautia, vd www.ilcattolico.it )
 

La questione è estremamente semplice ma complessa e difficile al contempo.
Semplice perché il cristiano è chiamato ad essere “come l’anima nel corpo” (Lettera a Diogneto, VI) nel vissuto sociale e quindi anche politico e quindi non deve portare la Civitas Dei sulla terra. E qui viene il difficile, cioè il secondo moto dell’incarnazione che è la trascendenza. Il cristiano deve poter risvegliare, eccitare, rinvigorire, con tutti i mezzi a sua disposizione, compresa la ragionevolezza, quelli che sono i preambula evangelii, cioè i principi, e i valori che derivano da questi principi, che sono l’archetipo dell’umano. E che sono trasversali, meta-temporali e meta-culturali.

Non c’è un’unica via, ma molte vie. La via politica in senso ampio è via civica, quotidiana.

Poiché ho incontrato Cristo sono capace di rinvigorire, illuminare e rendere vivi quei fondamenti umanissimi che Dio stesso ha messo nel mio cuore e nel cuore di ogni uomo. È un fare che è una restituzione, un “debito” nello Spirito, seppure in ordine al vivere sociale. Questo “restituire ed illuminare civico” però non esaurisce l’azione del Regno che è ben più ampia. Per questo tutto è politica ma la politica non è tutto.

L’Eternità è tutto.

Il cristiano, dunque, che segue le orme di Nostro Signore Gesù Cristo e cerca di vivere, per quanto possibile, nella sua carne i suoi misteri, spinge e riconosce di essere attirato alla vita eterna, alla Vita Vera. Ed in questo moto desidera liberamente condurre ed attrarre molti fratelli e sorelle. Perché la vita eterna consiste già in questo, in una comunione vissuta, sofferta, bramata, in Lui.

Per tale motivo il Regno ha confini più ampi della vita sociale e politica ma li presuppone come una parte del servizio e del luogo del donarsi.

Ci sono però delle coordinate da rispettare.
Tali coordinate sono la grammatica archetipica e pre-evangelica, naturale, di cui accennavamo, che deve essere riproposta continuamente. La nostra natura ferita, infatti, tende soventemente a dimenticarla producendo frutti nefasti che con linguaggio attuale chiamiamo secolarizzazione e nichilismo.
Termine moderno ma non è la prima volta che accade nella storia dell’umanità.

Anche la Storia di Babele, raccontata nel Genesi, mostra questo progetto in cui l’uomo dice solennemente e chiaramente: “.. facciamoci un nome” (Gen. 11,4). Tutte le volte che l’umanità non solo nega esplicitamente Dio ma nega la struttura archetipica dell’umano, che Dio ha consegnato e donato, succedono drammi. Negare la natura, cioè la finalità dell’umano, è infatti già “contro-natura”.

Questa chiarezza sui fondamenti dell’umano è già presente alla luce della “ragione che ragiona”, cioè che rispetta sé stessa. Ma viene illuminata e rinvigorita e realmente finalizzata con il Kerygma che, come abbiamo visto e come ricorda il Santo Padre, appartiene ad altra sfera e ad una finalità più ampia.

Mentre è fondamentale che nelle comunità; siano esse parrocchiali che movimenti, che comunità religiose, per certi versi, sia sempre ri-educata la dimensione archetipica dell’umano. Altrimenti si producono dei mostri: cattolici “adulti”, credenti che sostengono aborto, divorzio, unioni civili omo-affettive e tutto quanto allontana e obnubila o svilisce la grammatica archetipica dell’umano e che mina gravemente il Bene Comune.

La Chiesa, tramite questi principi archetipici ed i valori che da essi derivano, ed illuminata dal Vangelo di Cristo, struttura il suo pensiero sociale, cioè la Dottrina Sociale della Chiesa.
Tale Dottrina parte da molto lontano, persino dalla Chiesa Apostolica e, in certo qual modo, la lettera a Diogneto, che abbiamo citato, mostra il primo sforzo della comunità cristiana di essere auto-cosciente del suo essere nel mondo.
Le encicliche sociali, recenti, a cominciare dalla Rerum Novarum, sistematizzano quel Corpus con cui la Chiesa fornisce il suo apporto pre-politico, poi politico e sociale al mondo.

Pertanto dobbiamo rettamente intendere le Parole a braccio del Santo Padre quando dice letteralmente: “.. Non è un partito politico. “No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici”: non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato. “Ma, un cattolico può fare politica?” – “Deve!” – “Ma un cattolico può immischiarsi in politica?” – “Deve!”.

Il Papa non vuole ridurre l’azione del Regno ad azione per la polis. In tal caso avremmo quello che con linguaggio moderno, usando le parole di Massimo Borghesi, si chiamerebbe “Teologia politica”. Ed è una forzatura imperdonabile.
Nel contempo tale forzatura capitola in un principio immanente e tutt’altro che trascendente di Stato confessionale o fondamentalista. Tipico della struttura primigenia dell’Islam, nonostante non venga riconosciuto dal politicamente corretto.

Da altra parte, il ruolo proprio della Chiesa non è quello di guidare la Polis ma di annunciare il Regno. Sarebbe grave e si mancherebbe gravemente se la Chiesa riducesse il suo agire al di fuori della logica del Mistero Pasquale.
I fedeli laici, nelle autonomie che sono loro proprie, hanno la responsabilità di animare e rendere feconda la Polis secondo i preambula evangelii che sono i principi non negoziabili e i valori sociali che da essi derivano e, poi, con la proposta delle esigenze della morale evangelica.

La Dottrina Sociale della Chiesa, che si fonda sulla struttura archetipica dell’umano, cioè sui principi che non si negoziano e sui valori che da essi derivano, umani e sociali e sulla bellezza e la novità del Vangelo, fornisce la bussola, fornisce criteri, per l’azione politica operativa. Criteri, indicazioni e lumi che vanno poi tradotti operativamente in dimensione politico-partitica e sociale.

Ma, come dicevamo, non è compito della Chiesa, come popolo fedele intiero, e tantomeno come clero ordinato e divinamente istituito, “immischiarsi” nella “polis”, ma dei laici come popolo “nel mondo” che riconosce e scopre e vede tale struttura archetipica come Bene Comune e Bene possibile.
Certamente anche il clero è cittadino della polis, e come tale dovrà dare il suo apporto, ma le sue principali finalità di vocazione, personale e cittadina, sono altre.

Questo è ciò che auspica il Concilio Vaticano II (Apostolicam Actuositatem, 7ss) e qui si compie un cammino cattolico laicale adulto nella fede e nell’umano.
Fedeli laici che non hanno bisogno di Vescovi pilota.
Né del plauso dei Vescovi umanamente compiacenti per soddisfare logiche clericali e punti di vista esterni alla “polis” che giustificano e rinforzano posizioni simil-lobbistiche.
Laici che vivono con passione la confessionalità personale (anche se non nascosta in un “cantuccio” come i liberali vorrebbero) e fa lievitare le strutture archetipiche che parlano a tutti, anzi a ciascuno. E che costruiscono il Bene Comune.
Il Regno è dunque incipit, finalità e valore aggiunto dell’umano.

Compito dei Pastori della Chiesa è quello di non sottovalutare queste strutture archetipiche che vanno riconosciute, illuminate ed alimentate dopo la priorità del Kerygma, della Liturgia, della Catechesi e della Carità.

Non una sola parola di sana e sincera auto-critica si sente dai nostri pastori.
Persino dalla recente intervista al card. Ruini. Eppure su questo anche i pastori sono chiamati a crescere e non a denunciare, dall’esterno, una certa irrilevanza dei cattolici in politica, nei partiti.
Forse, dietro questa irrilevanza, non c’è solo l’accidia personale di quei fedeli cattolici in politica ed un loro responsabile tradimento, ma anche una scarsa proposta feconda, viva ed illuminante sui preambula archetipici che è mancata e su cui anche il clero vive una grande confusione all’interno del cammino pastorale.
Confusione che si ripercuote a livello civico.

L’esistenza di queste strutture archetipiche, di questi fondamenti dell’umano non sono “valori che ci sono cari” come detto erroneamente (e gravemente) da qualcuno.
Non sono valori cattolici.
Non sono valori “di nicchia” che solo noi abbiamo o che alla peggio conosciamo o ri-conosciamo.
Questo modo di parlare e di pensare nasce infatti da una scarsa conoscenza di questi principi e dei successivi valori.
E compie il gioco della visione liberalistica ed ideologica, quella del “facciamoci un nome”, presente in ogni epoca.
Che passa per la massoneria di ogni genere e grado. Sono infatti principi e valori che ogni uomo onesto e razionale scopre dentro di sé e nel Bene Comune.

Attenzione dunque a mal interpretare “Libera Chiesa in libero Stato” (C. de Montalembert/ C. Benso di Cavour) o persino “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mt. 22,21). Il cattolico, come cittadino che vive la sua dimensione sociale e politica, magari anche non partitica, non è chiamato a vivere una schizofrenia sui principi e sui valori. Divenendo di fatto un polilatra.

Il cristiano, come cittadino, deve poter essere colui che rende vivida nel cuore, negli occhi, nella mente e nelle mani, la struttura archetipica dell’umano grazie al Vangelo di Cristo, all’incontro vivo con Lui e con la Sua Chiesa.
Il cristiano si fonda sull’eternità e punta ad essa ma dovunque passa deve poter far fiorire il deserto nichilizzato dell’umano, con la Bellezza e la Gioia.
Bellezza e Gioia che porta anche i lontani, prima o poi, a formulare una domanda: “Ma perché fai questo? Nel nome di chi dai un senso ai tuoi passi ed alle tue scelte?” Usando le parole del Santo Padre, è una “scelta martiriale”. Qui si fonda la vera utilità e la vera efficacia.

Dare dunque una connotazione negativa alla politica significherebbe disprezzare il nostro essere qui per puntare all’eterno; vorrebbe dire disprezzare la Dottrina Sociale della Chiesa e lo sforzo continuo che essa fa e ha fatto nel tempo per aiutare i cittadini del mondo nell’essere più umani ed accogliere, se vogliono, la pienezza dell’umano e della Gioia che è il Vangelo di Cristo, l’incontro vivo e vivificante con Lui.

Dunque, tutte le volte che un movimento o partito politico si avvicina al rispetto di queste strutture archetipiche deve essere promosso. Diversamente se vi si allontana, per logiche ideologiche, strumentali, lobbizzate e lobbizzanti deve poter essere abbandonato e proporre un’alternativa.
Altrimenti, anche in buona fede, o indirettamente, si alimenta il “facciamoci un nome”.

Ma qui, adesso, viene la dimensione importante che ci aspettiamo dal Popolo della Famiglia come realtà di movimento e partito nato dal Family Day. Che, a differenza da quanto viene detto da qualcuno, non ha spaccato il popolo del Family Day, ma ne ha rispettato molte delle istanze più profonde ed operative presenti in buona parte di esso.

Il popolo del Family Day ha vissuto una esperienza di “corrente” e nel contempo “fusionale” ma non aveva un’anima sola. Né ha avuto l’imprinting di chi lo ha servito dal palco o di chi ha curato l’organizzazione di quelle straordinarie giornate.
Volerlo piegare alle proprie esigenze ed alle proprie visioni è, senza mezzi termini, violento.
Chiunque lo faccia.
Ed è segno di non avere compreso, nei fatti, né il pre-politico, né il politico.
Chiunque si “appropria” del popolo del Family Day, sia esso un comitato o un movimento-partito compie una sorta di clericalizzazione. Ed è grave oltre che strumentale.

Il popolo delle famiglie presenti al Family Day saprà scegliere chi meglio rappresenta le loro istanze e le dimensioni archetipiche dell’umano.

Ma operativamente? Ricordiamo le Parole del Santo Padre: ““Ma, un cattolico può fare politica?” – “Deve!” – “Ma un cattolico può immischiarsi in politica?” – “Deve!”.

Inserire il quadro operativo di questo immischiarsi solo nei singoli presenti in un partito vuol dire avere povertà di visione, di fiducia e profonda miopia. Sia se viene presa questa logica operativa come unica ed assoluta sia se non tiene conto del florilegio contingente ritmato dagli inciuci di potere.
Significa che dietro l’apparente razionalità e la tattica si sta ragionando ancora con “la pancia”.
Come membro dell’Associazione culturale Zammerù Maskil lo abbiamo fatto già presente chiaramente.
Oggi, soprattutto oggi, non tenere conto di quel processo avviato dagli anni ‘80 ed operato carsicamente, in varie correnti e varie forme partitiche, con logiche muta-forma, da chi ha creato i salotti dei “consigli per gli acquisti” di sovversiva memoria dell’umano, vuol dire rinforzare strutture mortifere.
Lo sappiamo per esperienza diretta di alcuni di questi contesti.

Con questo non si intende squalificare una dimensione testimoniale ed in diaspora, che ha una sua dimensione “martiriale”. Si vuole semplicemente dire che non è l’unica modalità in astratto e che nel contempo rischia di essere inutile ora. Anzi rischia di rinforzare comportamenti inadeguati oramai strutturati e consolidati nel panorama partitico italiano da un progetto nichilista di vecchia data.

È piuttosto importante, e dopo quanto detto dovrebbe essere chiaro, che ci debbano essere, anche, realtà di movimento partitico che più possibilmente rispettino le strutture archetipiche dell’umano. Non un partito cattolico, non un partito confessionale, ma, ad esempio, un movimento-partito che, alla luce dei principi e dei valori essenziali riconosciuti dalla Costituzione, cerca autenticamente, il più possibile, il Bene Comune.

Questo rispecchia l’indole e la struttura del movimento-partito de Il Popolo della Famiglia.
Partito “nascista” come si dice con simpatia e che rappresenta, a mio parere, l’unica alternativa efficace possibile. Con l’accezione più autentica del termine “efficace”. Non solo in ordine alle imminenti politiche.

Noi sappiamo bene che non vi è Bene Comune che non passi per la famiglia.

Occorre fare un serio e fedele investimento sulla famiglia perché attraverso la famiglia si raggiungono tutte le realtà: i giovani, i disabili, gli anziani, il lavoro ed ogni forma di povertà della nostra società. Non investire sulla famiglia, concretamente, fedelmente, coerentemente, significa non avere a cuore il Bene Comune. Il fatto che le forze partitiche non lo riconoscano tutte assieme, concretamente e di fatto, ma si adoperino per voci inutili e vanesie, rende evidente di quanto il peso della Famiglia, dei Disabili e degli Anziani siano la messa a terra, ancora una volta, di tutto il corpus sociale.

Ci aspettiamo alla tribuna politica di questi giorni, che qualcuno dei vecchi volponi della poltrona sappia cospargersi il capo di cenere e piangere pubblicamente, lacrime vere, per come non hanno fatto nulla per la famiglia. Dal punto di vista valoriale, relazionale, strutturale, economico. Sia da destra, che da sinistra che dal centro. È vergognoso.


E veniamo alla nuova realtà, all’alternativa, che non è di destra o di sinistra, che è “Il Popolo della Famiglia”.
Mi permetto qui, pubblicamente e ad-intra, alcuni fraterni suggerimenti che elenco in ordine sparso.

1 – Non basta ispirarsi al Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. Occorre formarsi nella Dottrina Sociale della Chiesa per proporre nella realtà partitica una dimensione ravvivata dei fondamenti archetipici di cui abbiamo accennato.

2 – L’umiltà è fondamentale. Se altri fanno a gara per avere uno spazio noi dobbiamo fare una gara per dare spazio al vero, al bello e buono presente nel cuore dell’uomo per la costruzione del Bene Comune. Un giorno potrai essere un candidato ed un altro fai “cenacolo” sull’umano. Non cercare di essere un leader o un guru, ma cerca di lavare i piedi al tuo prossimo. E l’ultimo posto ti sembri sempre troppo. Come disse Mosé “Fossero tutti profeti in Israele” (Numeri 11,25-29); così si cerca di servire gli altri con puro spirito di restituzione e di gratitudine, perché altri possano avere spazio e servizio, con la logica della scopa. Un giorno ti usano ed un altro ti mettono dietro la porta dove nessuno ti vede.

3 – Il desiderata è che “Il Popolo della Famiglia” rimanga sempre più “movimento” che “partito” dando luogo a centri di formazione sia sulla Dottrina Sociale della Chiesa sia sulla Morale Naturale che possano illuminare la dimensione partitica ed operativa ma anche essere una primavera formativa per il Bene Comune della Polis. Questo aiuterebbe a conservare e tenere sempre viva la dimensione da “stato nascente”, per dirla con il linguaggio di Alberoni, che è stata consegnata.

4 – I credenti ne “Il Popolo della Famiglia” devono potere avere un cuore formativo di esercizi spirituali annuali. È vero che il movimento–partito non deve essere confessionale ma i credenti al suo interno devono poter eccitare, responsabilmente, la dimensione sociale e politica con una robusta vita mistica. Anche all’interno del movimento-partito. Perché mistica e politica sono spesso legate con profonda sinergia e feconda utilità. È importante che accanto alla maniera semplice e diretta del manifestare la propria fede, ove opportuno e talvolta anche dove è umanamente inopportuno, ci sia la capacità di argomentare il Bene la capacità di essere affabili e di perdonarsi. La capacità di non accusare gli avversari e la capacità di essere fedeli. Si deve poter vedere e toccare a chi appartengono e chi seguono gli appartenenti de Il Popolo della Famiglia. Questo in ordine non solo alla santificazione personale ma anche in ordine al Bene della Polis.

5 – Un invito ai pastori, ai Vescovi ed ai sacerdoti, loro collaboratori, che possano avere a cuore questo movimento-partito non come una costola ecclesiale ma come un luogo dove portare una luce ravvivante di Bene che forma e promuove il Bene Comune. Guai se la Chiesa forma un “partito cattolico” ma anche guai se disperde il seme di bene che germoglia nei laici, con sana autonomia, senza fornire formazione sui contenuti archetipici e sulla dimensione politica della Dottrina Sociale della Chiesa. E questo è un bene per i laici ed anche per i pastori. Ognuno al suo posto con fruizione reciproca del Bene Comune.

Avrei ancora molto, molto altro da dire ma mi fermo qui per dare spazio alla riflessione possibile con altri fratelli e amici di cammino in questa avventura. L’impegno contingente del 4 marzo coinvolge necessariamente con i suoi tempi e le sue priorità, ma ben altro ci aspetta all’orizzonte.
Un orizzonte, come direbbe l’Avvocato Gianfranco Amato, che sfugge alla vista ma di cui, già ora, si potrebbe avere una certa intuita visione.

Restituiamo con gioia, senza contese e senza ladrocinio, quanto abbiamo largamente ricevuto. La lode e la gratitudine vincono sempre.


28 febbraio 2018
ARTICOLO TRATTO DALLA VERSIONE PER ABBONATI,
SOSTIENI LA CROCE ABBONANDOTI QUI http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora


Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla mailing list di cristiano cattolico. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio. Vedi pagina per la privacy per i dettagli.
Per cancellarsi usare la stessa mail usata al momento dell'iscrizione.