Rassegna stampa etica

Documento dell’episcopato canadese. Il diritto all’acqua potabile

bambino acqua«Fonte di vita, l’acqua potabile è un diritto della persona di cui bisogna garantire la salubrità e l’accesso. Per il benessere di tutto il pianeta, passiamo all’azione». È l’incipit di Le droit à l’eau potable, dichiarazione con la quale la Conferenza episcopale canadese approfondisce un tema affrontato da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, ovvero lo stretto legame fra povertà e mancanza di accesso all’acqua potabile.
Nel testo, redatto dalla Commissione per la giustizia e la pace, si ricorda che «per l’individuo il diritto più fondamentale è quello alla vita. Ne consegue che gli esseri umani hanno tutti diritto a ciò che è necessario alla vita, e dunque all’acqua potabile». Le fonti di acqua dolce, quindi, «non sono mai una proprietà o un bene riservato a qualcuno ma piuttosto una ricchezza da conservare e condividere fra tutti gli esseri viventi». Da questo punto di vista, «è dovere di ogni livello di governo vigilare sulla gestione di questa risorsa così preziosa». Non è un caso se le Nazioni Unite hanno posto come sesto obiettivo di sviluppo sostenibile quello di garantire a tutti la disponibilità e la gestione dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie, in un pianeta dove circa due miliardi di persone utilizzano fonti contaminate e il 40 per cento della popolazione soffre della mancanza d’acqua.
Nella dichiarazione i vescovi partono dal tema generale per poi soffermarsi su un problema locale, che vede come vittime le comunità delle Prime Nazioni, cioè, assieme a Inuit e Métis, i popoli indigeni o autoctoni dell’odierno Canada, concentrati in particolare nelle province di Ontario e Columbia Britannica. Quando la collettività non dispone di impianti di depurazione adeguati o lo stato di povertà impedisce di procurarsi dell’acqua pulita, molti individui devono consumare acqua pericolosa per la loro salute. Questo problema, assai sentito nei paesi in via di sviluppo, esiste anche in Canada, nei territori più lontani, soprattutto in quelli abitati dalle Prime Nazioni. «Attualmente — scrive la Commissione episcopale — circa centotrenta comunità sono soggette a una raccomandazione relativa alla qualità dell’acqua potabile, il che significa che devono far bollire l’acqua del rubinetto o non possono consumarla affatto. A maggio 2018, settantasei di questi avvisi erano in vigore da più di un anno». Varie ragioni spiegano tale carenza di acqua potabile nelle riserve. In alcuni casi esiste un sistema di depurazione ma non è stato ben concepito o installato correttamente oppure non è stato ben tenuto, e dunque non riesce a gestire un volume d’acqua sufficiente. Altrove, prodotti chimici (l’uranio per esempio) presenti nella fonte di approvvigionamento rendono l’acqua inadatta al consumo. E presso altre comunità, come la Prima Nazione della riserva Shoal Lake n. 40, non esiste alcun impianto di trattamento e la gente deve andarsi a prendere l’acqua potabile da sé. «Questa situazione è scandalosa in un paese come il Canada. Possiamo rallegrarci del fatto che il governo si sia impegnato a togliere, entro il 2021, tutte le raccomandazioni a lungo termine sulla qualità dell’acqua potabile; ma resteremo vigili quanto al raggiungimento di questo impegno», sottolineano i vescovi.
Esiste poi un altro problema, quello della privatizzazione delle risorse idriche. In molti casi, essa «priva i più poveri e soprattutto i piccoli produttori agricoli dell’acqua di cui hanno bisogno». Spesso, «grandi società acquistano i diritti sulle sorgenti dalle quali estraggono enormi quantità d’acqua per venderla imbottigliata. In alcune località la fabbrica per il trattamento e l’acquedotto municipale sono stati privatizzati, il che provoca un innalzamento dei prezzi e rende l’acqua potabile inavvicinabile ai poveri».
Nel documento l’episcopato canadese propone delle piste d’azione: evitare l’acqua imbottigliata quando è possibile; prendere coscienza dei consumi e ridurli di conseguenza; sostenere gli organismi che proteggono i laghi e i fiumi della propria regione; ricordare ai parlamentari di riferimento che l’acqua dolce deve restare un bene pubblico e non diventare monopolio di società private».

© Osservatore Romano - 1 novembre 2018


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