Rassegna stampa etica

Dizionario Montiniano. Amore non è una parola umana

amore in famigliaGiacomo Scanzi

«E qui ci si presenta — chiede Paolo VI ai fedeli riuniti per l’udienza del mercoledì, il 20 settembre 1972 — una formidabile questione: sappiamo noi veramente che cosa è l’amore? Non è questa parola fra quelle più usate, e perciò fra le più difficili a definirsi, fra quelle polivalenti nei significati, a cui è attribuita? Non è fra le più equivoche, perfino fra le più sublimate e le più degradate?». La parola amore è tra le più care e importanti del magistero montiniano.
Per tutta la vita è un nucleo tematico intorno a cui ruota non solo la riflessione culturale e spirituale, ma la ragione stessa, il significato di un’intera esistenza. Amore parola, amore esperienza, amore umano, amore di Dio, amore alla Chiesa. Sono dimensioni inseparabili per Montini, poiché ogni forma d’amore ha una sola, unica radice. È la parola stessa che lo dice, e non è parola umana.
Questione decisiva, dunque, quella dell’amore, perché sul suo campo si gioca una battaglia titanica. E in gioco vi sono le sorti non solo della felicità possibile degli uomini, ma le ragioni stesse dell’esperienza religiosa e, dunque, della Chiesa. Alla radice del problema vi è la sostanziale ambiguità semantica ed esperienziale dell’amore. Per questo è il campo preferito su cui osa giocare la sua partita malefica il grande seduttore, il mistificatore, l’origine di ogni male. A cominciare da una sua sostanziale liquefazione semantica. Così occorre per Montini innanzitutto ricostituire nella sua originale natura proprio la parola e il suo significato originario. «L’amore vero — continuava il Papa — è l’atto cosciente e volontario verso il bene. La natura ci aiuta a dirigerci verso il bene; l’inclinazione, amore istintivo e sensitivo, si fa atto di volontà; diventa vero amore; si tratta allora d’una duplice operazione: la scelta e la forza». Tale inclinazione naturale al bene ha una sua ragione ultima: l’amore è innanzitutto predisposizione religiosa, attratta dalla forza gravitazionale dell’amore di Dio, «forma di conversazione della creatura col Creatore, del figlio col Padre». Radica qui, in questa forza d’attrazione, che diviene nell’esperienza umana linguaggio attrattivo, la sensualità buona che caratterizza ogni forma d’amore, quello squisitamente umano che ha nel matrimonio la sua forma piena e il suo linguaggio più compiuto, e quello sacerdotale che ha nell’assimilazione a Cristo la sua forma più alta e il suo linguaggio esclusivo.
Poetica ed epica sono inscindibili, in ogni caso, da ogni esperienza d’amore. E ciò lo rende grande e unico nell’orizzonte dell’esperienza umana. Così, se l’amore coniugale «è prima di tutto amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale», come sottolinea Paolo VI nell’Humanae vitae, e se è da condannare ogni forma di angelismo, esso si presenta, sul piano della storia come testimonianza «della bellezza, della grandezza, della santità del vincolo matrimoniale davanti ai vostri figli, che devono affrontare la vita sull’esempio dei loro genitori; e davanti alle coppie più giovani». «Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite».
Amore coniugale e amore sacerdotale: la radice è la medesima. E tuttavia nella scelta del celibato, nel secondo caso — rifletteva Montini nel 1930, decimo anniversario della propria ordinazione sacerdotale — si «risolve il problema personale dell’amore, determinando definitivamente la libertà all’unico amore di Dio. Dalle mille cose su cui può vagare l’amore, in una si concentra ch’è al sommo e fuori delle cose. Da sentimento vago e volubile, sensibile e piacevole, l’amore qui diventa volontà aperta e forte, profonda e pronta a ogni dolore. Da istantaneo e passeggero qual è l’atto di volontà in cui si esprime, l’amore pronuncia una promessa lunga quanto la vita e, Dio voglia, l’eternità». Ecco la radice poetica ed epica dell’amore totale, parola risolutiva, indivisibile e intramontabile. E tuttavia proprio questa parola diviene il bersaglio dell’attacco malefico e su di essa si svolge il gioco facilitatore della modernità. Da esperienza l’amore si fa astrazione, concetto, quindi esce dalla storia e dal suo mistero d’eternità, per diventare frammento, oggetto di consumo, e, dunque, parola labile e leggera, disposta a mimetizzarsi per essere pronta all’uso.
«L’amore — sottolinea Paolo VI nell’omelia per il giovedì santo del 1974 — nell’esperienza umana è un termine terribilmente equivoco, a seconda dei beni a cui si rivolge; può significare le passioni più abbiette e più sordide, può camuffarsi nell’egoismo più esigente e maligno, può bilanciarsi in legittime reciprocità trovandosi pago di ciò che riceve per ciò che ha dato, e può concedersi con calcoli di quasi inavvertito interesse». Per sfuggire alla trappola lessicale che si storicizza come debolezza d’amore, occorre riaffermare la natura ontologica dell’amore nella sua duplice manifestazione: esperienza di libertà ed esperienza di carità. «Que pourrait valoir un amour qui serait de contrainte et non de choix?», afferma con forza Paolo VI la notte di Natale del 1965 davanti al corpo diplomatico. E nello stesso tempo «osiamo dunque pronunciare una grande parola: carità è diventato l’amore» (G. B. Montini, Lettera pastorale sulla famiglia, Milano, 1957). Libertà e carità definiscono insomma l’amore nella sua natura e nel suo linguaggio. Perché l’amore è «esperienza di luce e comunicazione», parola e non rumore.
Alla radice di ogni esperienza affettiva umana, Paolo VI intravvede l’impronta della “tenerezza di Dio”, la sola capace di promuovere compiutamente ogni tenerezza umana. È la tenerezza che Montini rintraccia nella propria radice familiare, in cui l’amore coniugale del padre Giorgio e della madre Giuditta si compiono perfettamente nel disegno misterioso della vita e della sua stessa vocazione sacerdotale. Mistero e storia, Assoluto e persona: l’amore è insomma la sintassi di Dio per indicare all’uomo un’umanità piena. E questo è a sua volta il sogno della Chiesa: restituire all’uomo un’umanità «modellata sull’archetipo, Cristo Signore». E se c’è, nella società moderna, una narrazione dell’amore che illude, che diverte, che schiaccia l’esperienza più grande e umana al livello della caricatura, Paolo VI non smette mai di richiamare, oltre la poetica dell’amore, la sua epica, la sua parte eroica che radica nel sacrificio. Sì, l’amore è una via luminosa, ma è anche una via stretta. E Paolo VI il 25 giugno 1969 si domanda senza reticenze se «il cristianesimo sarebbe fatto per i temperamenti deboli di forza umana e per i fiacchi di coscienza morale? Per gli uomini imbelli, tiepidi, conformisti, e non curanti delle austere esigenze del Regno di Dio?». E, sul piano dell’amore sacerdotale, la domanda è ancora più penetrante: «Ci domandiamo alle volte se non sia da cercare fra le cause della diminuzione delle vocazioni alla sequela generosa di Cristo, senza riserve e senza ritorni, quella della presentazione superficiale d’un cristianesimo edulcorato, senza eroismo e senza sacrificio, senza la Croce, privo perciò della grandezza morale d’un amore totale».
È la santità la dimensione compiuta dell’amore. Essa è, per Paolo VI, nel suo svolgersi umano un immenso “dramma d’amore”; santità per tutti, per cui la vita si compie nel suo mistero, nel suo passaggio, nella sua stessa memoria. Prima del definitivo, tenero abbraccio amoroso del Padre.

© Osservatore Romano - 26 luglio 2018.


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