Rassegna stampa etica

COSA CI POSSIAMO ASPETTARE DAL VACCINO OMICRON

omicronAlberto Beretta - Facebook

E’ notizia di ieri che Pfizer entro marzo avrà a disposizione il nuovo vaccino adattato a Omicron. Molti si chiedono se questa mossa avrà un impatto reale sulla pandemia perché già si parla di nuove varianti che potrebbero vanificare l’efficacia del nuovo vaccino.
Ma studi recenti ci insegnano che i futuri richiami vaccinali saranno in grado di ampliare notevolmente la capacità del sistema immune di proteggerci dalle nuove varianti. Uno studio in particolare, dal Giappone, dimostra che quando il sistema immune è esposto a due varianti diverse impara a produrre anticorpi capaci di neutralizzare anche le varianti che non sono ancora apparse.
Lo studio ha analizzato la capacità di neutralizzare Omicron dei sieri di persone vaccinate con due dosi Pfizer e poi infettate con la variante Delta o Alpha, prima della comparsa di omicron sulla scena. Le infezioni di sfondamento, così sono definite le infezioni nelle persone vaccinate, sono un fenomeno ormai noto a tutti noi. Un evento quasi sempre senza conseguenze cliniche gravi perché i vaccini possono perdere efficacia contro l’infezione con le varianti ma non la perdono contro la malattia.
I ricercatori hanno analizzato la capacità dei sieri di queste persone di neutralizzare Omicron prima e dopo l’infezione. Analizzandola prima dell’infezione (e dopo la vaccinazione) hanno potuto verificare la perdita di efficacia neutralizzante del vaccino contro Omicron. Ma dopo l’infezione con Alpha o Delta, a sorpresa, l’efficacia contro Omicron è aumentata notevolmente.
Da notare che la proteina Spike di Omicron è molto diversa da quella impiegata nel vaccino attuale e anche da quella di Alpha e Delta.
Per semplificare se indichiamo con la lettera A la Spike del vaccino, con B la Spike di Alpha, con C la Spike di Delta, e D la Spike di Omicron, i risultati ci dicono che dopo avere incontrato due volte A e una volta B o C impariamo a neutralizzare D, o forse anche E e così via.
Alla base di questo fenomeno esistono due meccanismi fondamentali in immunologia. Il primo è quello della maturazione della risposta anticorpale che avviene nel tempo e porta alla produzione di anticorpi sempre più efficienti dopo due o tre richiami con il vaccino o con il virus stesso (nel caso di una infezione di sfondamento).
Il secondo meccanismo è legato alla struttura della Spike, e in modo più specifico alla presenza nella sua parte più importante di brevi sequenze di amino acidi (che noi immunologi chiamiamo epitopi) condivise fra tutti i coronavirus. Ne segue che immunizzando una persona con A + B o A + C insegniamo al sistema a produrre anticorpi contro questi epitopi che troviamo anche su D, E e così via.
A sostegno di questo meccanismo abbiamo una prova sperimentale molto solida: l’efficacia clinica contro Omicron di un anticorpo monoclonale (Sotrovimab) che riconosce esattamente questi epitopi condivisi dai vari coronavirus.
Gli esperimenti dei colleghi giapponesi ci dicono un'altra cosa interessantissima. L’efficacia contro Omicron osservata dopo due dosi e un’infezione tende ad aumentare con il passare del tempo fra la seconda dose e l’infezione. Un’infezione di sfondamento che avviene a distanza di 100 giorni dalla seconda dose di vaccino genera più anticorpi capaci di neutralizzare Omicron rispetto ad un’infezione che avviene dopo 20 o 30 giorni.
Anche questo fenomeno era in un certo senso atteso perché i due meccanismi citati sopra, l’aumento dell’efficienza degli anticorpi e la capacità di produrre anticorpi contro gli epitopi condivisi, richiedono tempo per entrare in funzione. Tempo che serve alle cellule del sistema che producono anticorpi per maturare e entrare rapidamente in azione al successivo incontro con il virus. E’ il motivo per cui si discute molto sulla tempistica della terza dose e dei futuri richiami vaccinali.
Le implicazioni di questo studio sono molteplici. La prima è che vaccini efficaci contro le future varianti non sono più un sogno. In questo contesto il vaccino adattato a Omicron potrebbe avere un impatto notevole sulla pandemia. Perché se da una parte potrà essere usato per richiami che ci proteggeranno contro Omicron stessa, dall’altra amplierà notevolmente il respiro della risposta immune contro le altre varianti, compresa Delta se sarà ancora in circolazione, ma anche contro nuove varianti che potrebbero emergere in futuro.
I tempi della somministrazione dei richiami andranno ovviamente calibrati sulla base dei risultati che arriveranno nei prossimi mesi. E’ sempre più probabile che si vada verso un regime di mantenimento con richiami annuali.
Un'altra implicazione di questo studio è che la rapidità con cui Omicron si sta diffondendo provocando infezioni di sfondamento in moltissime persone vaccinate o precedentemente infettate e poi vaccinate o viceversa, avrà forti ripercussioni sulla resistenza della popolazione all’infezione. Non possiamo purtroppo parlare di immunità di gregge perché ancora troppe persone rifiutano il vaccino. Ma è ormai chiaro che da una parte l’immunità conferita dalle vaccinazioni e dai richiami con vaccini aggiornati e dall’altra quella conferita da infezioni di sfondamento, molti di noi, la maggior parte per fortuna, potranno presto godere di uno stato di immunità che ci permetterà un ritorno alla normalità pre-pandemica.
Il lavoro che cito non è ancora stato soggetto a revisione paritaria ma è stato citato in un Editoriale di Nature.
Trovate i link al lavoro e all’editoriale qui sotto

Nature

MedRxiv





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