capricciIl desiderio di avere un bambino è ormai apertamente posto sopra ogni ordine di diritto e di legge

di Lucia Scozzoli

Ieri si è tenuta nella sala stampa della camera dei deputati una conferenza stampa dell’associazione Luca Coscioni, con Filomena Gallo (segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifca), Laura Rienzi (biologa esperta in Embriologia Clinica) e Angelo Calandrini (avvocato e membro della Giunta dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifca).
Il titolo della conferenza, che è stata definita dagli stessi organizzatori come una “festa”, è “una battaglia per la vita cambiando la legge 40: quando un desiderio di un bimbo batte l’ostruzionismo della politica”.
L’argomento è stato la fecondazione assistita e la condivisione da parte dell’associazione di tutte le conquiste raggiunte dal 2004 ad oggi nei tribunali, fuori dal parlamento, per smantellare la legge 40 ed ottenere il diritto alle indagini cliniche diagnostiche preimpianto anche per le coppie non infertili e non portatrici di patologie che la legge aveva escluso dall’accesso a questa tecnica. Hanno presentato la loro testimonianza due coppie: Valentina e Fabrizio sono portatori di una malattia genetica non specifcata, ma sono fertili, per cui la legge 40 non permetteva loro di accedere alla fecondazione in vitro e alla diagnosi preimpianto che avrebbe permesso di selezionale un embrione sano da impiantare. Dopo 6 aborti terapeutici effettuati perché le indagini prenatali avevano riscontrato la malattia nel feto, si sono rivolti all’associazione Luca Coscioni che per vie legali ha ottenuto per loro il permesso all’accesso alla fecondazione in vitro. Il primo tentativo in una struttura pubblica è fallito. Allora hanno cambiato struttura e nel privato hanno trovato maggiore professionalità, competenza tecnica e umana, tanto che dopo altri due tentativi sono riusciti ad avere una bambina sana. La sentenza che ha dato loro questa possibilità è del 15 marzo 2015 e con essa la corte costituzionale ha affermato che anche le coppie portatrici di malattie genetiche o cromosomiche (previste dalla 194 art.6) possono accedere alla fecondazione assistita con diagnosi preimpianto, come le coppie infertili, equiparando le garanzie che la diagnosi prenatale comunque fornisce alle coppie con quelle ottenibili dalla diagnosi preimpianto e seguendo il principio di priorità della salute della donna rispetto alla salute dell’embrione. Infatti non è coerente permettere l’aborto terapeutico per riscontrata malattia genetica e vietare la diagnosi preimpianto: in questo modo si aggrava solo il carico fsico e psicologico della donna, che deve effettuare un numero considerevole di aborti in una forma di selezione post fecondazione, quando sarebbe possibile selezionare in laboratorio un embrione sano ed evitare così alla donna il peso di aborti inutili. La seconda testimonianza è di Claudia e Maurizio: lei è affetta da talassemia e infertile, il marito è portatore sano, quindi avrebbero i requisiti per accedere alla fvet secondo la legge 40 e alla diagnosi preimpianto, ma l’ospedale di Cagliari, il Microcitemico, rigetta la richiesta per mancanza di professionalità disponibili al suo interno, dal momento che i suoi laboratori e relativo personale sono stati smantellati dall’entrata in vigore della legge 40. Allora la coppia, sempre grazie all’associazione Luca Coscioni, intenta una causa all’ospedale e la vince: il tribunale stabilisce il principio di equità nell’accesso alle cure, per cui l’ospedale pubblico deve fornire le prestazioni che la legge garantisce. In Italia ci sono 359 centri per la fvet, di cui 43 pubblici e di essi solo 4 eseguono le diagnosi preimpianto.
Quindi questo principio di equità non è stato certo raggiunto nella sua globalità, ma solo ribadito nel caso specifco di Cagliari, dove il tribunale ha imposto alla struttura pubblica di dotarsi delle professionalità e dei mezzi necessari per effettuare la diagnosi preimpianto a cui la coppia aveva diritto. Al terzo tentativo, anche Claudia e Maurizio hanno potuto avere due bambini sani. L’embriologa Laura Rienzi ha poi relazionato in merito ai progressi scientifci raggiunti in ambito di diagnosi prempianto, ricordando che moltissime persone sono portatrici di malattie senza saperlo: mediamente ciascuno di noi è portatore sano di 2.8 mutazioni genetiche, con una probabilità di incontrare un partner con la stessa patologia pari all’1.5%. Poi ci sono le patologie cromosomiche, che si manifestano solo nella creazione dell’embrione e che sono incompatibili con la vita e infne ci sono le anomalie numeriche, che avvengono non per motivi di ereditarietà, ma sono probabilisticamente legate all’età della donna e dopo i 40 anni hanno un’incidenza di 1 caso ogni 50. La diagnosi prenatale che si effettua normalmente è una pratica invasiva per la donna e per il feto (si effettua con un ago aspirato) che aumenta i rischi di aborto; invece la diagnosi preimpianto non muta le probabilità di riuscita di una gravidanza, alla luce dei dati scientifci di confronto con altri embrioni impiantati. Certo la fvet è una tecnica ancora in evoluzione e la sua efcacia varia sensibilmente da centro a centro, la professionalità della struttura è determinante. In Europa gli impianti riusciti si aggirano attorno al 23%.
L’associazione Luca Coscioni, vantandosi di aver smantellato ben 38 divieti della legge 40, si prefgge ora anche l’eliminazione del divieto di utilizzo degli embrioni crioconservati e non più idonei all’impianto per la ricerca scientifca e l’inserimento nei LEA non solo della fvet (che già c’è) ma anche degli esami di diagnosi preimpianto. Ascoltando la conferenza stampa non si può negare la presenza di una coerenza inoppugnabile nelle rivendicazioni dell’associazione: nel momento in cui la tecnica permette di conoscere lo stato di salute dell’embrione e del feto e la legge permette alla donna di decidere se un’eventuale patologia non garantirebbe una vita degna, non si riesce a sostenere giuridicamente il divieto della diagnosi preimpianto nel confronto con le diagnosi prenatali. Quello che salta all’occhio è l’equivoco in cui le coppie di genitori entusiasti son caduti: essi hanno motivato le loro battaglie col desiderio di proteggere la salute dei loro futuri bambini, come se gli embrioni sacrifcati in questo lungo processo fossero solo gusci vuoti, tute interdimensionali imperfette per permettere il trasbordo dell’amata creatura da un indistinto al di là al nostro al di qua, come se gli esseri abortiti o cestinati a livello embrionale non fossero persone distinte, anch’essi fgli, ognuno diverso, peculiare, specifco. Insomma, manca completamente il riconoscimento dell’identità umana. E la cosa stupisce ancor di più nel caso della signora talassemica, che era animata dal vivo desiderio di risparmiare ai fgli il calvario della malattia che afiggeva lei e che ha sostenuto la difcoltà delle cure, l’invasività della fvet, la pericolosità della gravidanza, con parto pretermine, proprio con l’intento di proteggere, di curare, senza fermarsi mai un secondo a riflettere che, se sua madre avesse avuto a disposizione tutta la tecnica di cui ora ella faceva uso, lei stessa non sarebbe mai nata.
Quindi la sua vita non è degna di essere vissuta? Veramente qui siamo di fronte ad un cortocircuito logico che ha radici profonde, nella mancanza di dibattito sulla vita e la sua origine, nello spegnimento a livello accademico e scolastico della curiosità intellettuale che da sempre ha animato l’uomo. Emblematico in tal senso il caso dell’insegnante di un’università cattolica del Belgio, sospeso per aver affermato, durate una lezione di flosofa, che l’aborto è un omicidio e che 70 anni fa era punito come tale. È vietato discutere su questo, su quando inizia la vita, interrogarsi sull’identità, su cosa sia l’uomo e la sua dignità, su cosa sia la sua essenza specifca e peculiare. Non si tratta nemmeno di dare una risposta piuttosto che un’altra, di fare i religiosi per forza e afdarsi ai dogmi: qui non ci è più permesso riflettere, nemmeno sui dati della scienza, sui fenomeni fsici e biologici.
Qui non possiamo più pensare.

Festeggiamo insieme all’associazione Luca Coscioni la morte dell’intelligenza umana.

© http://www.lacrocequotidiano.it  - 31 marzo 2016

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