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Visto dalla Siria

Un campo profughi nei pressi di Aleppo (Reuters)

«In Siria tutti ricordano le parole che il Papa ha ripetuto tante volte sulla situazione mortale in cui versa il nostro Paese. In un tempo in cui tanti, anche nella Chiesa, non trovano le parole adeguate, lui ha consolato tanti cristiani siriani che soffrono  sotto il fuoco della guerra e della violenza».

Padre Jacques Mourad, nato a Aleppo, appartenente alla comunità monastica di Deir  Mar Musa,  fondata dal gesuita romano Paolo Dall’Oglio, nel 2015 è stato sequestrato dai jihadisti del cosiddetto Stato islamico, che lo hanno prelevato dal monastero  di Mar  Elian a Quaryatayn e lo hanno tenuto prigioniero per lunghi mesi. Dopo la sua liberazione ha vissuto per più di quattro anni a Sulaymaniya, nel Kurdistan iracheno, presso la locale casa della sua comunità monastica. In quel tempo, “rifugiato tra i rifugiati”, ha assistito spiritualmente e materialmente tanti profughi cristiani iracheni fuggiti da Qaraqosh e da altre città della Piana di Ninive davanti all’avanzare dei jihadisti di Daesh.

Ora padre Jacques è tornato a  Mar  Musa. Da lì segue con lo sguardo e con il cuore il pellegrinaggio che Papa Francesco ha iniziato in Iraq. «Abbiamo pregato per questo viaggio. Non è un viaggio solo per i cristiani di lì, o per un solo Paese. È un viaggio per tutto il Medio Oriente. Preghiamo che aiuti tutti — sunniti, sciiti e anche cristiani — a essere sinceri nel dialogo».

In Siria cristiani e musulmani si aspettano qualcosa dalla visita di Papa Francesco nel vicino Iraq?

In Siria la situazione è grave per tutti, cristiani e musulmani. È così grave che il popolo siriano non vede più nemmeno cosa capita intorno. Sono tutti schiacciati dalla fatica di provare a sopravvivere in una situazione economica terribile, dovuta alle sanzioni internazionali disposte contro il nostro popolo, e anche alla corruzione. Una minoranza passa le notti nei locali e nei ristoranti, gli altri cercano nella spazzatura qualcosa da dar da mangiare ai propri figli. Arrivano aiuti, anche economici, ma non so fino a che punto giungano ai destinatari. È impressionante vedere quante persone cercano cibo nella spazzatura, e quanti giovani e vecchi dormono per la strada.

C’è chi insiste che la visita avviene per “dare rilievo” ai cristiani e rafforzare la loro posizione.

Papa Francesco in Iraq porta l’amore di Gesù per tutti, non solo per i cristiani. Tutti possono voler bene a Gesù, e pregustare il suo amore per ognuno, gratuito e senza misura. Tutti hanno nel cuore il desiderio di Cristo.

A Baghdad, come sede per ospitare l’incontro tra il Papa e Vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli è stata scelta la chiesa siro-cattolica dedicata alla Madonna del perpetuo soccorso. La Chiesa della strage. Una scelta di per sé eloquente.

Il tributo reso al sangue dei martiri non è mai per riaprire ferite. Guardando a quel sangue, si può guardare anche agli assassini che l’hanno versato, e offrire a tutti il perdono, nella contemplazione della loro gloria, della gloria dei martiri. Questo è il miracolo che può avvenire, e che occorre implorare. Il miracolo che potrebbe riaprire tante strade.

Questo tempo travagliato ha cambiato la missione delle comunità cristiane autoctone del Medio Oriente?

La missione delle Chiese nei nostri Paesi consiste nel loro stesso vivere con umiltà e povertà in mezzo ai musulmani. Così si può custodire anche l’attesa di Gesù nei musulmani.

In Iraq, come in Siria, tanti cristiani appaiono inermi ed esposti a tutte le tribolazioni. C’è chi ritiene indispensabile trovare dei sistemi per proteggerli.

L’unica forza dei cristiani è vivere l’amore di Gesù, e nessun altro amore, fino alla croce. E i cristiani iracheni hanno già vissuto e continuano a vivere la loro testimonianza cristiana durante tutti questi anni di guerre. Quelli che hanno partecipato così in prima persona al mistero della passione di Cristo non hanno da aggiungere e moltiplicare parole. Vivono nelle loro giornate la spiritualità della croce di Gesù, quella di cui noi cristiani d’Oriente veniamo rivestiti quando da neonati riceviamo la cresima. Questo l’ho visto da vicino nel tempo in cui ho vissuto nel nostro monastero di Suleymaniya, nel Kurdistan iracheno. Lì erano stati accolti tanti profughi cristiani della piana di Ninive, fuggiti davanti all’avanzare delle milizie dello Stato islamico.  

Le parole sulla fratellanza scelte da Papa Francesco per parlare con i musulmani e con tutti possono essere considerate come idealismo astratto?

Nella parola “fratellanza” si concentra tutta la teologia  cristiana di cui noi in Medio Oriente abbiamo bisogno non solo per vivere ogni giorno, ma anche per testimoniare la nostra fede. Se noi cristiani smarriamo la nostra vocazione alla testimonianza, perdiamo anche il senso del nostro vivere qui nei Paesi del Medio Oriente, insieme ai nostri fratelli. Gesù è venuto a mostrarci che Dio è padre di tutti, e noi siamo tutti fratelli. Mentre quando un Paese e un popolo sono travolti da violenza, la vocazione di tutti gli uomini a scoprirsi fratelli viene negata. E questo è opera del diavolo, che vuole distruggere tutto quello che Dio ama.

Cosa serve davvero ai cristiani del Medio Oriente per continuare a vivere da cristiani nelle loro terre? Gli aiuti delle potenze straniere? I soldi mandati dagli organismi occidentali?

L’unica cosa importante è la libertà. Nella libertà si può lavorare per far crescere la giustizia, i cuori si possono convertire e può fiorire un’autentica fratellanza. Una proposta che mi viene in mente potrebbe essere quella di chiedere ai cristiani espatriati e che magari hanno assunto competenze professionali di tornare nei Paesi d’origine per aiutare la ricostruzione dei loro Paesi. Magari assicurando loro un salario appropriato. Non si può convincere chi è rifugiato, esiliato o emigrato a tornare, se non ci sono incentivi. Purtroppo in molte comunità non si è coltivata la percezione di come la testimonianza della fede può esprimersi anche attraverso queste scelte.

Il Papa cosa può suggerire ai capi delle Chiese in Medio Oriente?

Sarebbe bello che il Papa potesse invitare i capi delle nostre Chiese d’Oriente per vivere insieme un ritiro spirituale, anche per riflettere insieme su quello che Gesù insegna riguardo al rapporto con le autorità civili e i poteri del mondo. 

di Gianni Valente

© Osservatore Romano - 6 marzo 2021



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