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Verso il sinodo di ottobre. Amazzonia laboratorio ecclesiale

logo sinodoamazonico- Il sinodo sarà l’occasione di una più convinta recezione dell’enciclica «Laudato si’». Amazzonia laboratorio ecclesiale (di PASQUALE BUA, Vita pastorale)
- Dall’ascolto dei popoli autoctoni alla conversione ecologica. Dinamismo della cattolicità (di DARIO VITALI, Vita pastorale)
- Con i missionari cappuccini che operano fra gli indios nella microregione brasiliana dell’Alto Solimões. La Bibbia è scritta sugli alberi (di EGIDIO PICUCCI)



Verso l’appuntamento di ottobre
Nel numero di aprile il mensile «Vita pastorale» dedica un ampio dossier all’Assemblea speciale del sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica che si terrà nel mese di ottobre in Vaticano. Fra i contributi di approfondimento in esso contenuti pubblichiamo ampi stralci di due articoli nei quali, da una parte, si sottolinea l’importanza del sinodo sull’Amazzonia anche per una più efficace comprensione dell’enciclica di Papa Francesco Laudato si’, e, dall’altra, si invita a ripartire dal concetto di popolo di Dio se si vuole davvero raggiungere una Chiesa “dal volto amazzonico”.



Il sinodo sarà l’occasione di una più convinta recezione dell’enciclica «Laudato si’»
Amazzonia laboratorio ecclesiale
di PASQUALE BUA

Il sinodo di ottobre prossimo può costituire un’occasione propizia per ridestare l’attenzione su un documento a tutti gli effetti rivoluzionario. L’Amazzonia, pur geograficamente lontanissima da noi, può trasformarsi in un promettente “laboratorio” ecclesiale, capace di favorire anche in casa nostra una più profonda comprensione e, soprattutto, una più convinta recezione della Laudato si’. Non v’è dubbio, del resto, che anche l’Italia abbia i suoi “guai” con l’ambiente: già da tempo si parla della pianura padana come di una delle aree più inquinate d’Europa.
A livello planetario, è ben noto che l’Amazzonia costituisce oggi una delle regioni della terra più esposte all’ingordigia umana: uno sfruttamento iniziato tra XIX e XX secolo con la “febbre del caucciù” e proseguito con l’avvento delle monocolture e dell’allevamento intensivo, la costruzione di dighe e infrastrutture, la massiccia estrazione mineraria e la deforestazione incontrollata. Attività, quest’ultima, che raggiunge cifre da capogiro, se solo si pensa che la foresta amazzonica comprende 6,7 milioni di chilometri quadrati di boschi, suddivisi tra otto diversi paesi: ventidue volte la superficie dell’Italia. Un’immensa distesa verde, in cui scorre il 20 per cento delle acque dolci del pianeta, consentendo la vita di oltre 2500 specie animali, 40.000 specie vegetali e, soprattutto, 43 milioni di persone, fra cui tre milioni di indigeni. Non è un caso che la Laudato si’ menzioni esplicitamente l’Amazzonia. Al n. 38 Francesco la definisce, insieme al bacino fluviale del Congo, uno dei «polmoni del pianeta colmi di biodiversità». Si tratta di territori di vitale importanza non solo per chi li abita, ma per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità. Territori, purtroppo, minacciati oggi da «enormi interessi economici internazionali che, con il pretesto di prendersene cura, possono mettere in pericolo le sovranità nazionali». Richiamandosi al Documento di Aparecida (2007), il Papa non teme di denunciare che esistono «proposte di internazionalizzazione dell’Amazzonia, che servono solo agli interessi economici delle corporazioni transnazionali».
Quali sono quegli aspetti della Laudato si’ che il prossimo sinodo potrà aiutarci a capire e a vivere meglio? Un primo elemento, assolutamente decisivo, sta nella presa di coscienza della relazione strettissima tra crisi ambientale e crisi umana e sociale. Relazione che sta alla base del concetto-chiave di “ecologia integrale”, nel quale si fondono l’ecologia ambientale e l’ecologia umana. Come il Papa ripete a più riprese, un ambiente inquinato non è che la cartina al tornasole di una società “inquinata”: «L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale» (n. 48). Ecco, allora, che la questione ecologica è inseparabilmente culturale, spirituale e morale: essa postula una vera e propria “conversione” del cuore e degli stili di vita, chiamando in causa la predicazione, la catechesi, la teologia. Che posto ha la cura del creato nelle omelie domenicali, nei corsi di formazione cristiana per piccoli e grandi, nei nostri blasonati curricula teologici?
Un secondo aspetto, profondamente connesso, riguarda i poveri, siano essi gli indigeni amazzonici o gli “scartati” che vivono in tante altre aree del pianeta. Costoro sono oggi i meno responsabili del dissesto ambientale e i più danneggiati dai suoi effetti nocivi. Esiste, così, un vero e proprio “debito ecologico” tra il cosiddetto Primo Mondo e il cosiddetto Terzo Mondo. I poveri sono i più vulnerabili alle conseguenze sulla salute determinate dall’inquinamento, perché hanno minori possibilità di curarsi. «A questo», prosegue il Papa, «si uniscono i danni causati dall’esportazione verso i paesi in via di sviluppo di rifiuti solidi e liquidi tossici e dall’attività inquinante di imprese che fanno nei paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei paesi che apportano loro capitale» (n. 51). I paesi poveri stanno diventando la “discarica” dei paesi ricchi, soprattutto quando si tratta di rifiuti “proibiti”. L’ecologia non può che fare tutt’uno con la solidarietà, la giustizia e anche una salutare indignazione: in che modo le nostre comunità ecclesiali possono sensibilizzarsi sul debito ecologico e promuovere forme di intervento che, superando il semplice assistenzialismo, favoriscano una mobilitazione delle coscienze contro lo “sfruttamento” ecologico delle nazioni meno sviluppate?
In terzo e ultimo luogo, il sinodo potrà aiutarci a prendere le distanze, come cristiani e come cittadini, da quello che il Papa definisce il “paradigma tecnocratico”. Esso consiste nell’idea che la natura sia un ammasso informe da manipolare a piacimento, idea che si manifesta nella diffusa mentalità dell’“usa e getta” applicata alle risorse della terra: tendiamo a concepire il mondo come uno sterminato magazzino di “oggetti” a nostra completa disposizione, di cui servirci fin quando ci servono per poi buttarli via quando non ci sono più utili. Di fronte a ciò si tratta di dare avvio a una nuova mentalità, con minuscoli gesti controcorrente. Non si tratta di grossi impegni, sproporzionati alle possibilità del singolo, ma di gesti quotidiani, alla portata di tutti, che iniziano in famiglia, “luogo della formazione integrale” di ogni persona: «Evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via. Tutto ciò fa parte di una creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano» (n. 211). Potremo riuscirci anche noi italiani, distanti oltre diecimila chilometri dall’Amazzonia?



Dall’ascolto dei popoli autoctoni alla conversione ecologica
Dinamismo della cattolicità
di DARIO VITALI

Il sinodo speciale per l’Amazzonia, al pari del Vaticano II, può essere compreso ad intra e ad extra. Se il concilio ha distinto gli argomenti che riguardavano la Chiesa in se stessa e quelli che la coglievano nel suo rapporto con il mondo, questo sinodo affronta due questioni assai diverse, che riguardano “i nuovi cammini di Chiesa” (ad intra) e “l’ecologia integrale” (ad extra). La questione ecologica riguarda, infatti, l’umanità intera, interrogata sulla sorte dell’Amazzonia, minacciata dall’economia predatoria delle multinazionali, pronte a passare sui diritti e sull’esistenza stessa dei popoli indigeni. La questione ad intra tocca, invece, la vita della Chiesa in Amazzonia e le comunità cristiane nel vasto territorio amazzonico. Se sia questo o quello il tema principale del sinodo non si può dire, visto che i due temi sono collocati sullo stesso piano. Certamente, la questione ad intra è di particolare rilievo, per la situazione della Chiesa in un vastissimo territorio diviso tra otto paesi: le molte diocesi e prelature appartengono a conferenze episcopali diverse, senza che possano essere comprese come una Chiesa locale, o una Chiesa sui iuris, caratterizzata non da un rito o da una lingua, ma dall’appartenenza a una terra e a una cultura indigena, portatrice di tradizioni che rischiano di essere cancellate dagli interessi dei grandi gruppi economici.
Le comunità cristiane riflettono la situazione complessa dell’Amazzonia: la miriade dei popoli amazzonici non supera i due milioni di abitanti, a fronte dei trenta milioni di diversa provenienza, arrivati spesso per sfruttare le ricchezze della regione. La composizione delle comunità cristiane non è, quindi, omogenea: piccole comunità indigene nella foresta, o comunità più simili a quelle del mondo industrializzato nelle città. La sproporzione numerica in qualsiasi altro contesto sociale ridurrebbe le comunità indigene a una minoranza marginale: la situazione amazzonica, con la deforestazione che mette a rischio di estinzione i popoli indigeni, impone alla Chiesa di sviluppare una presenza che assuma la difesa non solo dei suoi membri provenienti dai popoli indigeni, ma dei popoli indigeni in quanto tali e dell’ambiente in cui vivono. Si tratta qui di sviluppare una visione cristiana della vita e del mondo, che non solo assuma le tradizioni di quei popoli purificandole, ma che declini il Vangelo in effettivo dialogo con le culture amazzoniche. Che, avendo vissuto e vivendo in pace con la Madre Terra, hanno molto da insegnare non solo alle culture del profitto, ma anche alla Chiesa.
La sfida sembrerebbe quella di passare dall’inculturazione all’interculturalità, nella certezza che anche la Chiesa ha molto da imparare dall’ascolto di questi popoli, in vista di una vera e propria “conversione ecologica”. Questo non significa snaturare la dottrina cristiana, ma ricercare la modalità più autentica della testimonianza cristiana a partire dal caso estremo dell’Amazzonia, dove emergono in modo evidente i termini del discorso che accompagneranno il futuro del pianeta. Qualcuno ha parlato di “laudatosificare”, cioè di rendere la vita cristiana capace di attuare le sfide di Laudato si’ sull’ecologia integrale attraverso una cultura dell’incontro che ponga la Chiesa nella capacità di testimonianza, in un tempo di rischio globale del futuro dell’umanità. Si comprende, in questa direzione, la sottolineatura del “volto amazzonico della Chiesa”, che non domanda soltanto di “inculturare” il cristianesimo in Amazzonia, ma di “amazzonizzare” la Chiesa.
Nel seminario di preparazione al sinodo è risuonato spesso il richiamo a una “Chiesa indigena”, o a una “Chiesa dal volto amazzonico”. Le due formule non coincidono: la prima si riferisce alle comunità indigene; la seconda alle comunità del territorio amazzonico. Ma è ovvio che non può esistere la prima, se la seconda non sposa la scelta di incarnare il Vangelo dentro il quadro culturale dei popoli amazzonici, convertendosi alla custodia del creato. È questa la sfida che si pone alle Chiese dell’Amazzonia. Dunque, prima di qualsiasi questione istituzionale o ministeriale, è una coscienza di Chiesa che deve maturare e manifestarsi. Ed è la voce di una Chiesa che deve levarsi, come espressione di un sensus fidei capace di “sentire” e incarnare il Vangelo in lingua e cultura amazzonica. Così, un insieme di Chiese particolari interrogherebbe e apporterebbe un contributo decisivo al cammino della Chiesa universale. Si realizzerebbe, in modo evidente, il dinamismo della cattolicità. Una considerazione della Chiesa a partire dal popolo di Dio permetterà, forse, di affrontare la questione ministeriale a partire non più dal problema endemico della mancanza dei preti.
Sono necessari ministeri della Parola e ministeri liturgici, ma anche, e soprattutto, ministeri legati alla funzione “regale”, dedicati alla cura del territorio e delle popolazioni che vi abitano; ministeri di ascolto, in grado di entrare in dialogo con le culture e di maturare una visione della realtà da esprimere nella vita delle comunità cristiane; ministeri a servizio di un sistema di vita fondato su tradizioni ancestrali rilette alla luce del Vangelo. Ministeri peculiari, com’è peculiare il caso dell’Amazzonia, la cui situazione meriterebbe una disciplina particolare, che potrebbe essere facilmente costruita, se quelle Chiese particolari si potessero configurare come Chiesa sui iuris: la «Chiesa dal volto amazzonico».



Con i missionari cappuccini che operano fra gli indios nella microregione brasiliana dell’Alto Solimões
La Bibbia è scritta sugli alberi
di EGIDIO PICUCCI

Kurupira è un personaggio mitico e magico della letteratura infantile dell’Amazzonia brasiliana, simbolo della difesa della foresta e degli animali che ci vivono. A questo personaggio si sono ispirati, a Santo Antônio do Içá, villaggio di ventottomila abitanti dell’Alto Solimões, i missionari cappuccini italo-brasiliani per un progetto importante: difendere la gioventù soprattutto dalla droga. L’idea intende coinvolgere giovani di diverse fasce di età e si sviluppa in diversi settori: calcio, volley, atletica, kung fu, danza tribale, teatro, pittura, chitarra, cucito, canto, avviamento professionale in diversi campi; artigianato e informatica per i più grandi. L’iniziativa è piaciuta e milleduecento iscritti, tra giovani e bambini, partecipano ai corsi di formazione, che prevedono attività istruttive e ludiche, compresa la capoeira, “lotta danzante” che risale al tempo della tratta degli schiavi africani e simboleggia appunto le lotte che essi dovettero affrontare all’arrivo in Sud America.
I genitori sono entusiasti del progetto perché hanno visto un grande miglioramento nei figli, le cui ferite si stanno rimarginando quel tanto che precede la guarigione. «Noi — aggiungono i missionari — collaboriamo con i formatori perché desideriamo avere una società più giusta e responsabile, grazie anche ai nostri legami di amicizia e di fiducia. Il nostro stare insieme piace alla gente che ama la vita associativa e ci avvicina alla vitalità e all’entusiasmo della nostra gioventù, convincendoci che è il modo giusto per eliminare la violenza, la droga, l’alcol, che insegnare è come mettere nelle mani dell’alunno la chiave per un’efficace interazione sociale, superando difficoltà e indifferenze».
La prima fase dell’iniziativa si è conclusa con un festival di cultura indigena che ha coinvolto sei tribù per tre giorni con una novità di risonanza inaspettata: per la prima volta è stato eseguito l’inno nazionale in lingua ticuna. Questa tribù, la più numerosa del Brasile, spiegano i missionari che lavorano a Belém do Solimões, capitale spirituale dei ticuna, «vive un sinodo permanente anche se ora ne parla più spesso. Infatti va avanti insieme e insieme riflette sui problemi materiali e spirituali che la assillano. Molte volte, assieme ad anziani, giovani e donne, che in Amazzonia hanno una lucidità, una saggezza, una resistenza e un coraggio sorprendenti, ci siamo riuniti per rispondere al desiderio di Papa Francesco di ascoltare l’Amazzonia e i suoi popoli alla ricerca di nuove strade e di nuove soluzioni pastorali e sociali. Noi missionari abbiamo sempre ascoltato la voce, anche quella più flebile, di questi indios con cui viviamo da centoventi anni; basti pensare che uno dei nostri confratelli ha scoperto un’etnia sul rio Javarí. Sono indios di grande fede, che amano il canto e la danza comunitaria, che non hanno mai rinunciato alla loro cultura, a cominciare dalla lingua. Da qualche mese ne riuniamo periodicamente alcuni nei villaggi più vicini per realizzare un piccolo-grande sogno: comporre e incidere nuovi canti religiosi per la liturgia che oggi, grazie alla traduzione della Bibbia nella loro lingua, è in gran parte indigenizzata. Si tratta di un’edizione per ragazzi, stampata e illustrata grazie alla fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre, costata dieci anni di lavoro fatto pazientemente a mano da maestri locali e da noi». Lavoro che ha avuto anche un increscioso infortunio: una parte della traduzione è affondata con una canoa che la portava in un villaggio per un’ultima revisione, costringendo gli autori a riscrivere tutto: «Attualmente ne abbiamo in deposito diecimila esemplari che pian piano — in Amazzonia tutto si muove a ritmo di pagaie — diffonderemo in ogni villaggio».
Anche questo «è nato dall’attento ascolto dei nostri fratelli, accompagnato dalla preghiera, visto che lo Spirito santo è il vero protagonista della missione. Viene certamente da Lui un’audace ispirazione: dar vita a una forma di vita consacrata indigena, fino a oggi inesistente. Una vita consacrata che abbia un volto indigeno, uno stile non tanto amazzonico, quanto ticuna, in modo che le future suore — per ora pensiamo solo al ramo femminile — possano evangelizzare nella difficile lingua tribale, vivere come si vive nei villaggi in cui sono nate e cresciute, coltivare gli stessi prodotti che coltivano le altre donne, muoversi in canoa come tutti sul fiume e l’intricata vegetazione della selva». Un processo non facile, sottolineano i cappuccini, ma necessario: «Abbiamo cominciato con due ragazze di Vendaval, uno dei settanta villaggi che fanno capo alla nostra parrocchia di San Francesco in Belém, catechiste e studentesse alla vigilia della maturità, ma che già vivono con una missionaria laica, Vitalina, condividendo quotidianamente momenti di preghiera, lavoro, formazione umana e religiosa, impegnate in varie attività pastorali con i bambini e i giovani: catechesi, formazione dei catechisti, visite ai villaggi, preparazione della liturgia domenicale. Compiti facilitati dall’ambiente perché gli indigeni dicono che per loro “la Bibbia è scritta sugli alberi”. Siamo solo all’inizio, ma notiamo un entusiasmo che ci apre alla speranza, grazie anche all’accoglienza imprevista delle aspiranti nella tribù, fiera che alcune delle sue donne “lavorino come i missionari nella casa di Tupana” (Dio)».


© Osservatore Romano - 7 aprile 2019

 

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