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Una sola casa per tre religioni

the House of OneA Berlino muove i primi passi il progetto House of One

BERLINO, 30. «Nella storia ognuno ha cercato soluzioni da solo, ebrei, cristiani e musulmani, ognuno per conto proprio. Ora cerchiamo insieme. Questa è la novità». Così l’imam berlinese Kadir Sanci spiega il senso e l’originalità di House of One, la Casa dell’Uno, l’innovativo progetto di uno spazio comune per le tre grandi religioni monoteiste che ieri, con l’inaugurazione di un primo padiglione, ha cominciato il suo cammino.
L’intento è quello di riunire una sinagoga, una moschea e una chiesa nel medesimo complesso architettonico. La sede scelta è quella della Petriplatz, antico insediamento medievale di Berlino, città che porta nella storia recente il segno della divisione e che oggi è però divenuta quasi il simbolo europeo del multiculturalismo, con la presenza tra le sue mura di circa 250 diverse comunità religiose. Insieme agli altri due rappresentanti religiosi responsabili del progetto di House of One — il pastore protestante Gregor Hohberg e il rabbino Andreas Nachama — Sanci, 40 anni, racconta il significato profondo di un’impresa annunciata nel 2011 e che oggi incomincia a divenire realtà. Rispondendo alle domande di Marco Ventura sull’ultimo numero di «la Lettura», supplemento domenicale del «Corriere della Sera», il giovane imam parte dalla propria vicenda personale. «Sono nato in Germania da una famiglia immigrata dalla Turchia, una famiglia appartenente a una minoranza», premette come per spiegare che il suo compito fin dall’inizio è stato quello di essere “a m b a s c i a t o re ”, in primo luogo «per i miei genitori che avevano difficoltà con la lingua». Ma le vere difficoltà sono cominciate dopo l’11 settembre 2001. «Non potevo capire come gente che si diceva musulmana potesse aver fatto una cosa tanto terribile. Allora ho sentito la responsabilità, dovevo trovare un modo di rispondere, di combattere quelle idee. Mi sono messo a studiare. L’islam, ma anche l’ebraismo e il cristianesimo». Di qui la visita alla comunità ecumenica di Darmstadt-Kranichstein, dove cattolici e protestanti sono uniti nel desiderio di vivere sotto lo stesso tetto. «Incontrai il pastore e gli dissi: dobbiamo fare la stessa cosa per i musulmani», ricorda Sanci. La grande storia e le vicende personali si intrecciano anche nell’esperienza degli altri due promotori. Il pastore Hohberg, 50 anni, nato e cresciuto nella Germania dell’est in una famiglia protestante, ha vissuto in prima persona l’oppressione del periodo comunista. «Poi nel 1989 — ricorda — venne il tempo del cambiamento. Un tempo straordinario per me. Le parole della Bibbia, le candele, le preghiere avevano il potere di cambiare il sistema politico». E «senza uno sparo». Fu un’esp erienza decisiva: «Viene da lì la mia speranza che anche questo progetto abbia il potere di cambiare il sistema e di portare libertà e pace tra gruppi diversi». Discorso per molti versi analogo anche per il sessantasettenne rabbino Nachama, la cui famiglia, vissuta invece nella Germania dell’ovest, era sopravvissuta allo sterminio nazista. «Mia madre — racconta — si era salvata grazie a una famiglia cristiana che l’aveva tenuta nascosta. Durante la mia infanzia, il dialogo tra ebrei e cristiani non era una cosa da sinagoga o da chiesa. Aveva luogo in casa mia, ogni volta che veniva a trovarci questa famiglia fortemente cristiana, che aveva nascosto e salvato mia mad re » . E oggi la sua speranza è che «il potere del nostro stare insieme possa contribuire non soltanto a risolvere il conflitto in Medio oriente, ma anche ad affrontare i problemi della nostra società».

© Osservatore Romano - 31 gennaio 2018

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