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Uguali diritti per i cristiani in Iraq

Piano aiuti ACS IraqBAGHDAD, 25. «I cristiani iracheni e le altre minoranze hanno bisogno di rassicurazioni per poter rimanere nella loro terra, proseguire nella loro presenza millenaria, e continuare la loro convivenza con le altre componenti della società. Loro vogliono che il governo li guardi con gli stessi occhi con cui guarda gli altri gruppi, facendoli sentire cittadini di pari dignità, sia nei diritti che nei doveri.
Perché la cittadinanza, come sappiamo, non è basata sulla religione e la dottrina, ma su basi comuni». Lo scrive il patriarca di Babilonia dei caldei, cardinale Louis Raphaël I Sako, in un messaggio pubblicato sul sito del patriarcato e tradotto dall’arab o per AsiaNews da don Rebwar Audish Basa. In esso il porporato approfondisce i motivi dell’emigrazione dei cristiani dall’Iraq ma anche i fattori che li incoraggiano a rimanere, partendo da un punto essenziale: «I cristiani in Iraq sono un popolo originario, e non una comunità immigrata che è venuta da un altro pianeta. Le radici dei cristiani iracheni risalgono al primo secolo dopo Cristo». Nel corso della loro storia — sottolinea Sako — «hanno servito il paese in modo decisivo e influente a tutti i livelli, economico, culturale e sociale. Essi credono fermamente che l’Iraq sia la loro terra di origine e parte integrante della loro identità, e che rappresentino una parte fondamentale delle diverse componenti della società. Perciò rifiutano di essere emarginati per quanto riguarda la loro appartenenza alla terra e al popolo iracheno. Nonostante tutto quello che è accaduto in Iraq, i cristiani desiderano, dal profondo del cuore e per tutti, la pace, la stabilità, una vera uguaglianza, un reale riconoscimento della cittadinanza, la libertà e la dignità». Per arrivarci, servono «soluzioni rapide e chiare per alcune questioni: il rispetto della loro identità e diversità, nonché delle zone appartenenti a essi storicamente (contro i tentativi di un cambiamento demografico ed etnico), la loro protezione da qualsiasi minaccia, attacco, o da qualsiasi legge che li opprima». Inoltre, aggiunge il patriarca caldeo, «c’è una grande necessità di ricostruire la fiducia fra i cristiani e i loro vicini nelle zone liberate dal cosiddetto stato islamico, tramite procedure concrete: la punizione dei criminali, il risarcimento dei danni a favore delle vittime, la restituzione degli immobili ai proprietari originari, la rimozione delle mine dai loro campi, la ricostruzione delle abitazioni, e il miglioramento nei servizi essenziali, affinché possano tornare nelle loro case». Nel messaggio si forniscono anche dei dati. I cristiani erano circa il 4 o 5 per cento della popolazione irachena, circa un milione e mezzo prima della caduta del regime di Saddam Hussein, e rappresentavano un’élite nazionale, culturale, sociale ed economica. Ma dall’inizio del 2003 sono stati uccisi circa 1220 cristiani in diversi episodi di violenza in tutto l’Iraq; settecento persone, inclusi religiosi, sono stati uccisi per la loro appartenenza cristiana. Sono state sequestrate 23.000 proprietà immobiliari di cristiani e distrutte 58 chiese. In tutte queste statistiche non è incluso ciò che ha fatto lo stato islamico: ha bruciato e profanato tutte le chiese a Mosul e nei villaggi della piana di Ninive. Come conseguenza, un milione di cristiani, su un totale di un milione e mezzo, ha lasciato l’Iraq e ha intrapreso la strada dell’emigrazione. La situazione attuale — conclude il cardinale Sako — «richiede una strategia precisa, per stabilire la giustizia sociale e le pari opportunità. Ed è molto importante lavorare sul discernimento, l’insegnamento, l’educazione alla cultura dell’accettazione dell’altro, e il rispetto reciproco tra le persone appartenenti a diverse religioni. Tutto questo bisogna farlo nelle case, nei luoghi di culto, nelle scuole, sui libri e i programmi scolastici, e nella formazione degli insegnanti. Infine, bisogna condannare qualsiasi insulto o aggressione contro qualsiasi cittadino, soprattutto se causato dalla sua appartenenza religiosa, dottrinale, etnica, o di sesso».

© Osservatore Romano - 26 agosto 2018


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