Incontro tra il Patriarca della Chiesa Assira dOriente e il PapaBAGHDAD, 23. «Tutti i cittadini devono essere uguali davanti alla Costituzione»: dopo il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako, anche il vescovo di curia Shlemon Warduni sottolinea che, per la rinascita dell’Iraq, è necessario ricominciare dai principi cardine dell’uguaglianza e dei diritti umani, partendo da una riforma della carta costituzionale che è «la base per garantire l’unità» del paese.
Il presule ribadisce ad AsiaNews l’impegno dei cristiani per la pace, la sicurezza e la convivenza civile (il terreno è «fertile») ma aggiunge che «manca la volontà di farlo», esortando tutte le componenti della nazione a lavorare per l’uguaglianza. La ricostruzione, dopo anni di guerra e violenze anche di matrice confessionale, deve basarsi sui pilastri della giustizia e della libertà. Come è possibile, si chiede monsignor Warduni, parlare di libertà di coscienza quando «il criterio di governo è la sharia», la legge islamica che garantisce una posizione dominante dei musulmani rispetto alle altre componenti etniche e religiose? Non è certo la prima volta che la Chiesa cattolica in Iraq critica la Costituzione, in particolare l’articolo 37,2 che non tutela i diritti e la libertà religiosa delle minoranze. Nel settembre 2015 Sako inviò una lettera al parlamento chiedendo di modificare il comma secondo cui un minore viene registrato come musulmano quando uno dei due genitori si converte all’islam. Nelle settimane scorse il patriarca, in visita in Francia, ha nuovamente invocato una riforma della carta costituzionale, con l’obiettivo di assicurare «l’uguaglianza di tutti i cittadini», riportando all’ambito di una «scelta personale» la fede professata. Quest’ultima, ha aggiunto, non deve influenzare il normale svolgimento degli affari dello stato: «Oggi le priorità degli iracheni sono la sicurezza e la stabilità», a cui si collega l’«aiuto internazionale» affinché il paese possa ripartire secondo una modalità «sana e non confessionale». Non basta «rimettere pietre e mattoni se non vi è al contempo una ricostruzione delle persone e di una società» colpita nel profondo dalle devastazioni del cosiddetto stato islamico. Per fare tutto questo — ha concluso Sako (a Parigi per una conferenza all’Istituto del mondo arabo) — è necessario cambiare una Costituzione che, approvata nel 2005, affonda le sue radici ancora nell’elemento confessionale relativamente all’identificazione dei cittadini. Riforma chiesta «anche da diverse personalità laiche musulmane». Dal canto suo Warduni fa due esempi emblematici. I figli minorenni (cristiani) di padre o madre che si converte all’islam devono diventare essi stessi musulmani; e solo a 18 anni possono decidere se tornare a dirsi cristiani. «Dove sono in questo caso parità, libertà e giustizia?», si domanda. La seconda questione riguarda la possibilità di matrimonio per le ragazze di minore età; in alcuni casi possono convolare a nozze anche bambine di nove anni. Questo è «inaccettabile», avverte il vescovo, ma vi è una componente in parlamento che vuole votare per approvare la legge. Nelle ultime settimane nel paese si è creato un fronte costituito da donne, attivisti, personalità della cultura e della religione che si battono con forza per la cancellazione di una norma «vergognosa». I cristiani rappresentano un elemento di equilibrio e «vogliamo che tutte le componenti della nazione operino per la riconciliazione. Tuttavia, vi è chi continua ad agire per interessi, per denaro e non va bene». Monsignor Warduni si riferisce anche alla drammatica contrapposizione in atto nelle ultime settimane fra Baghdad ed Erbil, cioè fra il governo centrale e la regione autonoma curda, conflitto che ha investito pure i cristiani, ostacolando il ritorno nelle case tanto auspicato dopo la cacciata dell’Is. «Questo nuovo fronte di violenze fra arabi e curdi rischia di innescare un nuovo, massiccio esodo fra i cristiani già segnati da guerra e barbarie», conclude l’ausiliare di Baghdad.

© Osservatore Romano - 24 novembre 2017

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