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Sulle strade del mondo

bartolomeo agnellinoBASILEA, 30. «Sul cammino della vita, certe tappe contano più delle altre, alcune esperienze sono trasformatrici e segnano fortemente il destino delle persone. Il cristiano è un essere in pellegrinaggio. Pellegrino sul sentiero della propria vita, come sulle strade del mondo».
Nel messaggio inviato ai partecipanti all’incontro europeo della comunità di Taizé, il patriarca ecumenico Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, sottolinea quanto sia importante per un giovane cristiano «prendere coscienza della responsabilità contenuta in questa tappa di fede e speranza, incontro e dialogo, preghiera e conoscenza», rappresentata dal raduno di Basilea, «incrocio europeo del cristianesimo, cuore battente dell’ecumenismo». Il cristiano è alla continua ricerca di saggezza, amore e speranza, «trasforma il mondo nella misura in cui egli trasforma se stesso indossando il Cristo». Il patriarca ortodosso ricorda la sua visita a Taizé, nell’aprile scorso, quando, citando Olivier Clément e in particolare l’op era Taizé: un sens à la vie , ha affermato: «“L’avvenimento Taizé” cristallizza le aspirazioni di una gioventù che prova disagio a essere, a credere, a vivere. “L’avvenimento Taizé” agisce come una potente parabola di conversione e di riconciliazione, ponendo l’accento sulla vita interiore che permette di entrare nel mistero dell’unità, iscrivendosi al contempo pienamente nella vita del mondo». La vita spirituale del cristiano — insiste Bartolomeo — «non è affatto staccata dal mondo, anzi, essa si costruisce e si sviluppa a contatto con il mondo. Paradossalmente, anche nelle sue forme più radicali, il monachesimo non ha mai smesso di essere in relazione con il mondo, continuando instancabilmente a pregare per quest’ultimo. Così bisogna valutare non solo lo scopo di questi incontri ma anche la responsabilità che incombe sui partecipanti, e cioè incarnare realmente e in maniera tangibile i frutti dello Spirito che permetteranno il ristabilimento dell’unità dei cristiani nella comunione delle Chiese». Nella meditazione di ieri sera, fratel Alois, priore di Taizé, è tornato sul viaggio compiuto a ottobre in Sud Sudan e in Sudan: «Al ritorno, pensavo al nostro incontro e mi domandavo: come comunicare ai giovani riuniti a Basilea il grido di dolore che sale dalla miseria, dalla violenza, dalla fragilità estrema di cui siamo stati testimoni in Africa? Mi chiedevo ancora: che cosa fare affinché questo grido venga ascoltato, perché le persone che soffrono non abbiano più l’impressione che il loro grido si perda nel vuoto? Il Sud Sudan — ha osservato — attraversa un momento di grande difficoltà che provoca il pessimismo in molti. Non hanno più speranza. Il paese è vittima di un’inflazione galoppante, i salari non vengono più pagati da diversi mesi, la violenza si diffonde e circolano molte armi». Dalle suore di Madre Teresa Alois ha visto delle madri che portavano i loro bambini denutriti: «Talvolta è la figlia maggiore di appena 9 anni che porta il suo fratellino. Per andare a vendere qualcosa al mercato, queste madri fanno giornate intere di cammino sotto un enorme calore, portando sulla testa la merce e tenendo un bebè sulla schiena in una pelle di capra». In Sudan il priore è rimasto impressionato da un’altra donna, la mamma di Samir. «Chi è Samir? Uno dei giovani rifugiati che accogliamo da due anni. È arrivato a Taizé dopo un viaggio molto travagliato e, poco dopo, improvvisamente, ha avuto una crisi cardiaca ed è morto all’istante. Gli altri giovani rifugiati si sono occupati del funerale con l’imam della nostra regione. In Sudan, ho raccontato tutto l’accaduto a sua mamma. A ogni frase replicava con un “ Al hamdulillah , lode a Dio”. Poi mi ha spiegato: “Era il mio solo figlio. Mio marito mi ha lasciato. Sono ammalata. Avevo venduto la nostra casa per pagare il viaggio di Samir”. E questa donna musulmana ha aggiunto delle parole che la Bibbia pone sulla bocca di Giobbe: “Dio ha dato, Dio ha tolto. Siano rese grazie a Dio”. Mi è sembrato che tutti noi potessimo guardare attraverso questa donna tutte le mamme del mondo che conoscono la sofferenza per i loro figli», osserva fratel Alois. Racconti dolorosi, ma anche in Europa, realtà vicina, ci sono situazioni gravi, vissute da persone ferite dalla vita: «Con il vangelo che abbiamo letto stasera, noi sappiamo che, nel farsi uomo, Cristo Gesù si è unito a ogni essere umano. È presente in ogni persona, soprattutto nella persona più abbandonata. Quello che facciamo ai più piccoli, lo facciamo a lui. Vorrei allora condividere con voi la mia esperienza: quando sentiamo il grido di un essere martoriato, guardiamo negli occhi, ascoltiamo, tocchiamo le persone che soffrono — ha detto — ci avviciniamo a Gesù povero tra i poveri, essi ci fanno entrare in una maggiore intimità con lui. L’incontro personale con i più vulnerabili fa scoprire la dignità dell’altro e permette di ricevere ciò che anche la persona più sprovvista può trasmettere. Non portano forse un contributo insostituibile alla costruzione di una società più fraterna? Esse ci svelano la nostra vulnerabilità rendendoci persone più umili, più umane. E paradossalmente una gioia è donata; è forse solo una scintilla, ma è una gioia vera che i più poveri condividono con noi». Questa mattina, nei piccoli gruppi, si è posta la domanda: come ascoltare meglio il grido dei più vulnerabili e rispondervi con la propria vita, come ascoltare quello che hanno da comunicarci? «Essi ci aiutano a uscire dai problemi che non sono essenziali e a gioire nel diventare più semplici, più umani. Il loro coraggio rinnova il nostro coraggio», ha concluso Alois.

© Osservatore Romano - 31 dicembre 2017

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