apolidiLONDRA, 27. Una dichiarazione congiunta che esorta il governo del Regno Unito a sostenere e a migliorare i diritti delle persone prive di qualunque cittadinanza, cioè gli «apolidi», è stata firmata nei giorni scorsi a Londra dall’arcivescovo Rowan Williams, già primate della Comunione anglicana, dal rabbino Hershel Gluck, presidente del Forum arabo-ebraico, e da altri centodieci leader religiosi. I firmatari, impegnati nella difesa dei diritti umani e nella promozione della dignità umana, chiedono alle autorità britanniche di rivedere le sue politiche nei confronti di questa particolare categoria di persone.
Coloro che non godono della protezione di alcuno stato (dalla definizione dell’articolo 1 della Convenzione di New York del 1954) spesso non sono identificabili e rischiano di veder violati i propri diritti: non possono, per esempio, lasciare il Regno Unito ma, al tempo stesso, non hanno la documentazione necessaria per ottenere un lavoro. In tutto il mondo ci sono circa dieci milioni di persone in queste condizioni. I leader religiosi, attraverso quest’iniziativa che fa parte della campagna #LockedInLimbo guidata dalla Rete europea sull’apolidia, hanno chiesto al governo britannico un impegno maggiore nell’accoglienza agli apolidi, e in particolare di fare propri cinque principi chiave. Innanzitutto garantire che gli apolidi non rimangano bloccati in una sorta di limbo semplicemente perché non hanno un paese verso il quale tornare. Assicurare un’identificazione tempestiva laddove una persona sia priva di nazionalità e garantire che i detenuti abbiano pieno e immediato accesso alla procedura di determinazione dell’apolidia prevista nel Regno Unito. Effettuare una valutazione di vulnerabilità individuale, facilitare l’integrazione nella comunità regolarizzando gli apolidi e concedendo loro un permesso di soggiorno e l’accesso facilitato alla naturalizzazione. Infine, migliorare il monitoraggio e la raccolta dati sull’ap olidia, al fine di affrontare efficacemente un problema che deve essere compreso correttamente in tutte le sue sfaccettature. «Questa — ha spiegato Rowan Williams — è una dichiarazione significativa, che mostra il sostegno interreligioso agli sforzi globali per contribuire a porre fine all’apolidia e alla detenzione arbitraria a essa associata. I gruppi di fede hanno un ruolo importante nel chiedere ai politici di dare priorità al benessere delle persone che affrontano emarginazione ed esclusione. È bello — ha aggiunto — v e d e re così tanti leader religiosi affrontare questo tema preoccupante che colpisce milioni di persone in tutto il mondo». Dello stesso avviso anche il rabbino Hershel Gluck, presidente del Forum arabo-ebraico e presidente e fondatore del Forum ebraico-musulmano, per il quale «non c’è dubbio che l’apolidia lasci le persone vulnerabili a rischio di essere dimenticate e abbandonate. Tutte le persone meritano di avere i loro diritti umani riconosciuti e rispettati, motivo per cui questa collaborazione di comunità multi-religiose è così importante». L’essere riconosciuti apolidi dovrebbe comportare una serie di benefici, tra i quali il rilascio di un permesso di soggiorno di 30 mesi, rinnovabile, e in più l’accesso ai programmi di assistenza so ciale. Rappresentanti buddisti, cristiani di diverse denominazioni, indù, ebrei e musulmani hanno sostenuto la dichiarazione. Tra i firmatari: il pastore Derek Browning, moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia; Bharti Tailor, vicepresidente di Religions for Peace UK; la pastora Lorraine Mellor, presidente della Conferenza metodista, e il rabbino Aaron Goldstein, presidente della Conferenza dell’ebraismo rabbinico liberale.

© Osservatore Romano - 27-28 novembre 2017

Share this post

Submit to FacebookSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn


"L'articolo e le immagini sono state prese dal web al solo scopo di condividere il buono ed il bello, per il Vangelo, su questo sito, senza scopo di lucro. Nel caso di violazione del copyright, siate gentili, cortesemente, contattateci ed il materiale sara' subito rimosso. Grazie."