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Nota della Chiesa ortodossa russa sulla questione ucraina. Cresce la tensione fra Mosca e Costantinopoli

bartolomeo kirill divisiGiovanni Zavatta

«Il patriarcato di Mosca è costretto a sospendere la commemorazione liturgica orante del patriarca di Costantinopoli e, con profondo rammarico, la concelebrazione con i gerarchi del patriarcato di Costantinopoli, oltre a interrompere la partecipazione della Chiesa ortodossa russa alle assemblee episcopali, ai dialoghi teologici, alle commissioni multilaterali e a ogni altro organismo presieduto o co-presieduto da rappresentanti del patriarcato di Costantinopoli».

È la decisione presa il 14 settembre dal sinodo della Chiesa ortodossa russa riunito in sessione straordinaria sotto la presidenza del patriarca Cirillo. Come prevedibile, la nomina da parte del patriarcato ecumenico di due suoi esarchi a Kiev, «nel quadro dei preparativi per la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina», non è rimasta senza conseguenze. Il patriarcato di Mosca, in un lungo documento nel quale ribadisce come la sua giurisdizione sulla metropolia di Kiev duri ininterrotta da secoli, si lamenta del fatto che la decisione di Bartolomeo sia stata presa senza un accordo con Cirillo e con il metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina, Onufry, e costituisca «una flagrante violazione della legge ecclesiastica e un intervento di una Chiesa locale nel territorio di un’altra». Nel caso in cui, prosegue il testo, «il patriarcato di Costantinopoli continuerà a svolgere le sue attività non canoniche nel territorio della Chiesa ortodossa ucraina, saremo costretti a interrompere completamente la comunione eucaristica con il patriarcato di Costantinopoli. Tutta la responsabilità delle tragiche conseguenze di questa divisione ricadrà personalmente sul patriarca Bartolomeo e sui gerarchi che lo sostengono. Consapevoli che la situazione attuale mette a repentaglio l’intera ortodossia mondiale, noi, in questo momento di difficoltà, chiediamo supporto alle Chiese autocefale locali e invitiamo i primati delle Chiese a comprendere pienamente la nostra responsabilità comune per il destino dell’ortodossia mondiale, iniziando una fraterna discussione pan-ortodossa sulla situazione della Chiesa in Ucraina».
Nel comunicato il patriarcato di Mosca afferma che, dopo una serie di vicissitudini politiche e storiche, «la riunificazione della metropolia di Kiev con la Chiesa russa ebbe luogo nel 1686 e fu realizzata attraverso un atto firmato dal patriarca Dionisio iv di Costantinopoli e da membri del suo sinodo. Il documento non dice nulla sulla natura temporanea del trasferimento della metropolia, contraddicendo le attuali accuse infondate dei gerarchi di Costantinopoli», i quali, invece, sottolineano il carattere temporaneo di tale atto.
La questione dunque è molto complessa. Il patriarcato ecumenico, non considerando più l’Ucraina come territorio canonico sotto la giurisdizione di Mosca e in virtù dell’indipendenza ucraina raggiunta nel 1991, ha cominciato con il tempo a prendere in considerazione i tentativi di creare una Chiesa ortodossa locale indipendente. Nell’aprile scorso il parlamento di Kiev ha sostenuto la richiesta, fatta dal presidente della Repubblica, Poroshenko, al patriarca Bartolomeo, tesa alla concessione del tomos dell’autocefalia; richiesta appoggiata anche dai rappresentanti di organizzazioni (considerate scismatiche da Mosca) come il patriarcato di Kiev e la Chiesa ortodossa autocefala ucraina, non riconosciuti da alcuna Chiesa ortodossa nel mondo. Cirillo il 31 agosto si è recato a Istanbul per discutere la questione con Bartolomeo, considerato anche il suo ruolo di primus inter pares fra gli ortodossi. Una settimana dopo c’è stata la nomina dei due esarchi, l’arcivescovo Daniel di Pamphilon (Stati Uniti) e il vescovo Ilarion di Edmonton (Canada), con la quale il patriarca ecumenico ha certificato la sua volontà di riunire le tre comunità odierne — Chiesa ortodossa ucraina, patriarcato di Kiev e Chiesa ortodossa autocefala ucraina — in un’unica entità.
Per il sinodo della Chiesa ortodossa russa, «la posizione sulla questione dell’autocefalia che il patriarcato di Costantinopoli sta esprimendo ora contraddice completamente la posizione concertata da tutte le Chiese ortodosse locali, risultato delle difficili discussioni nell’ambito dei preparativi del santo e grande concilio e affermata nel documento Autocefalia e il modo di proclamarla, firmato dai rappresentanti di tutte le Chiese locali, inclusa la Chiesa di Costantinopoli. Le azioni unilaterali, non canoniche, di Costantinopoli nel territorio dell’Ucraina, commesse ignorando completamente la Chiesa ortodossa ucraina, indicano un sostegno diretto allo scisma ucraino».
Dal Phanar non si registra al momento alcuna reazione ufficiale. L’arcivescovo di Telmessos, Job, rappresentante del trono ecumenico, ha tuttavia definito «inutili» le minacce del patriarcato di Mosca di rompere la comunione con Costantinopoli. «La comunione eucaristica — ha dichiarato in un’intervista ripresa dal Religious information service of Ukraine — dovrebbe essere interrotta per ragioni serie, dogmatiche, e non per un capriccio. Per quanto riguarda le questioni dello scisma e dell’autocefalia in Ucraina, tutti sanno che questo problema non è una questione di natura teologica e non c’è bisogno di accusare qualcuno di eresia». Job ribadisce che «l’Ucraina è sempre stata incondizionatamente territorio canonico del patriarcato di Costantinopoli». Quest’ultimo «è obbligato ad adottare determinate misure», a causa della «spaccatura della Chiesa in Ucraina». L’autocefalia è proposta quindi «non come arma di guerra, ma come medicina per sanare la divisione».


© Osservatore Romano - 16 settembre 2018

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