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Mosul deve rinascere

bambino MosulBAGHDAD , 27. La rinascita dell’Iraq non può prescindere dalla presenza dei cristiani e dal dialogo con la realtà islamica. Ne è convinto don Paolo Thabit Mekko, sacerdote caldeo di Qaraqosh, un tempo la città cristiana più importante dell’Iraq e divenuta per oltre due anni, fino all’ottobre 2016, il capoluogo del cosiddetto stato islamico per la Piana di Ninive.
A un anno dalla completa sconfitta delle milizie fondamentaliste, il sacerdote è testimone diretto, anche perché in questi anni ha condiviso la condizione dei profughi, del clima di estrema incertezza che accompagna il lento ritorno dei cristiani a Mosul, la seconda città irachena, e più ampiamente nella Piana di Ninive. «La situazione generale di incertezza che si respira nel paese — afferma — è acuita dallo stallo nella formazione del nuovo governo, e le accuse di brogli contribuiscono a complicare ancor più la situazione e generano paura». Anche perché, aggiunge, oltre alle case «bisogna garantire un futuro attraverso il lavoro». La questione più sentita è infatti la grave carenza di occupazione, da sempre il fattore decisivo per una reale rinascita di un paese e, in questo caso, anche per il rientro di centinaia di migliaia di profughi, soprattutto quelli fuggiti all’estero. Il futuro passa, dunque, attraverso il rilancio della scuola, del lavoro e dell’apertura di spazi commerciali. Fra questi, come riferisce l’agenzia AsiaNews, un segnale positivo viene anche dalla recente apertura di un “caffè letterario”, luogo dedicato all’i n c o n t ro e alla lettura. Iniziativa impensabile sotto il potere e la censura jihadista. Dopo anni di terrore, soprattutto nel settore orientale di Mosul, la vita sembra tornata normale ed è anche molto più facile spostarsi all’interno dei quartieri occidentali. In questo contesto, la Chiesa caldea è vicina a chi ha perso tutto, rinnovando la propria missione volta a «proteggere, promuovere e integrare» le famiglie che man mano tornano a casa. Nelle ultime settimane, riferisce ancora il sacerdote, «almeno 100 famiglie cristiane» sono rientrate nel settore orientale di Mosul, quello che ha patito meno le devastazioni del conflitto. Si tratta, afferma, di «un primo gruppo anche se non si può ancora parlare di stabilizzazione. L’obiettivo è la riapertura nelle prossime settimane della chiesa caldea di San Paolo. Sarà un momento significativo per tutta la comunità». Tuttavia, aggiunge, «la gran parte dei rifugiati vive ancora oggi nel Kurdistan iracheno». A Mosul, comunque, la situazione delle abitazioni un tempo abitate dalle famiglie cristiane «è buona», perché poche sono andate distrutte e la gran parte è stata occupata da musulmani. Ora si sta cercando di ottenerne la restituzione. «Diversa» è invece la situazione nella Piana di Ninive, perché i «danni sono molto maggiori, molte case sono state bruciate» ed è essenziale «accelerare i lavori di ricostruzione». Quello che conta comunque è generare un clima di collaborazione, di fiducia e di dialogo. «Nei giorni scorsi — racconta il sacerdote caldeo — mi sono recato di persona a incontrare alcune famiglie di dignitari musulmani e festeggiare la fine del ramadan. Con loro abbiamo parlato della rinascita di Mosul, che non può prescindere dalla presenza dei cristiani come chiesto espressamente dai leader islamici moderati».

© Osservatore Romano - 28 giugno 2018

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