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Messa per la pace nella penisola coreana

messa pace in CoreaNel pomeriggio di mercoledì 17 ottobre il cardinale segretario di stato ha presieduto, all’altare della cattedra nella basilica di San Pietro, la “messa per la pace” nella penisola coreana. Alla celebrazione ha partecipato, tra gli altri, il presidente della Repubblica di Corea Moon Jaein che, al termine della messa, ha tenuto un discorso di saluto al segretario di stato. Pubblichiamo il testo dell’omelia del cardinale.

di PIETRO PAROLIN

L’Evangelista Giovanni racconta che il Signore Gesù apparendo ai discepoli per la prima volta dopo la Resurrezione, si rivolse loro con questo saluto: «Pace a voi!» ( Giovanni , 20, 19). I discepoli già avevano sentito risuonare parole simili la sera dell’ultima cena, prima che il Signore si consegnasse nelle mani dei suoi persecutori, accettando fino in fondo il sacrificio della croce per la salvezza del mondo. Infatti, congedandosi dai suoi Gesù aveva detto: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore». La pace che il Signore offre al cuore dell’uomo in ricerca della vera vita e della gioia piena è quel mistero spirituale che unisce il sacrificio della croce alla potenza rinnovatrice della resurrezione: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace!». Questa sera, desideriamo umilmente alzare lo sguardo a Dio, a colui che regge la storia e le sorti dell’umanità, ed implorare, ancora una volta, per tutto il mondo il dono della pace. Lo facciamo pregando in particolare perché anche nella penisola coreana, dopo tanti anni di tensioni e di divisione, possa infine risuonare compiutamente la parola pace. Nella prima lettura di questa celebrazione abbiamo sentito richiamare dall’autore del D e u t e ro n o m i o la duplice esperienza vissuta dal popolo di Israele, quella della “b enedizione” e quella della “maledizione”: «Quando tutte queste cose che io ti ho poste dinanzi, la benedizione e la maledizione, si saranno realizzate su di te e tu le richiamerai alla tua mente in mezzo a tutte le nazioni, dove il Signore, tuo Dio, ti avrà disperso [...] allora il Signore tuo Dio cambierà la tua sorte, avrà pietà di te e ti raccoglierà di nuovo da tutti i popoli [...]». La saggezza della Scrittura ci fa comprendere che soltanto chi ha sperimentato il mistero imperscrutabile dell’apparente assenza di Dio di fronte alle sofferenze, alla sopraffazione e all’odio, può comprendere fino in fondo che cosa significhi sentire nuovamente risuonare la parola pace. Certamente, come persone di buona volontà, noi tutti sappiamo che la pace si costruisce con le scelte di ogni giorno, con un impegno serio a servizio della giustizia e della solidarietà, con la promozione dei diritti e della dignità della persona umana, e specialmente attraverso la cura dei più deboli. Ma, per colui che crede, la pace è prima di tutto un dono che viene dall’alto, da Dio stesso. Anzi è la manifestazione piena della presenza di Dio, di Colui che i profeti hanno annunciato come il principe della pace. Sappiamo bene, altresì, che la pace che viene da Dio non è un’idea astratta e lontana, ma un’esp erienza vissuta concretamente nel cammino quotidiano della vita. Essa è, come ha richiamato più volte Papa Francesco, «una pace in mezzo alle tribolazioni». Perciò, quando Gesù promette la pace ai discepoli, aggiunge anche: «Non come la dà il mondo, io la do a voi». Infatti, come sottolinea ancora il Papa, il mondo spesso «ci anestetizza per non farci vedere un’altra realtà della vita: la croce». Ecco perché la pace che Dio ci offre va oltre le attese meramente terrene, non è il frutto di un semplice compromesso, ma una realtà nuova, che coinvolge tutte le dimensioni della vita, anche quelle misteriose della croce e delle inevitabili sofferenze del nostro pellegrinaggio terreno. Per questo, la fede cristiana ci insegna che «una pace senza la croce non è la pace di Gesù». Papa Paolo VI , che abbiamo avuto la gioia di vedere canonizzato domenica scorsa in una radiosa giornata di festa, indicendo per la prima volta la Giornata Mondiale della Pace, il 1° gennaio 1968, e riprendendo alcune espressioni già care a san Giovanni XXIII , così si rivolgeva ai fedeli cattolici e a tutti gli uomini di buona volontà: «Occorre sempre parlare di pace! Occorre educare il mondo ad amare la pace, a costruirla, a difenderla; e contro le rinascenti premesse della guerra [...] occorre suscitare negli uomini del nostro tempo e delle generazioni venture il senso e l’amore della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore». Cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore la grazia di fare della pace un’autentica missione nel mondo di oggi, avendo fiducia nella misteriosa potenza della croce di Cristo e della sua risurrezione. Con la grazia di Dio, la via del perdono diventa possibile, la scelta della fraternità tra i popoli un fatto concreto, la pace un orizzonte condiviso anche nella diversità dei soggetti che danno vita alla Comunità internazionale. «Allora, le nostre preghiere per la pace e la riconciliazione saliranno a Dio da cuori più puri e, per il suo dono di grazia, otterranno quel bene prezioso a cui tutti aspiriamo».

© Osservatore Romano - 19 ottobre 2018


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