papa Francesco e San Sun KyiLe parole di benvenuto di Aung San Suu Kyi

Il discorso evangelico delle beatitudini come «manuale» da seguire sulla via della «riconciliazione nazionale e dell’armonia sociale» in Myanmar: Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato e ministro degli Aaffari esteri, ha richiamato il messaggio scritto dal Papa in occasione dell’ultima giornata mondiale della pace, per parlare al Pontefice del futuro del paese.
«Applicare le beatitudini nell’esercizio delle loro rispettive responsabilità», ha detto, «è un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i capi delle istituzioni internazionali e per i dirigenti delle imprese e dei media». E ha aggiunto: «È una sfida costruire società, comunità e imprese agendo da pacificatori. È mostrare pietà rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente o cercare di vincere a ogni costo». Aung San Suu Kyi si è detta consapevole che la strada per la pace «non è agevole», ma anche certa che essa «è l’unica via che porterà il nostro popolo al sogno di una terra giusta e prospera che sarà rifugio, orgoglio e gioia». Tra l’altro, il ministro ha fatto riferimento alla difficile situazione nello stato del Rakhine, nel quale «questioni di lunga data, sociali, economiche e politiche, hanno eroso fiducia e comprensione, armonia e cooperazione tra le diverse comunità». L’impegno, ha affermato, è quello di «costruire una nazione fondata su leggi e istituzioni che garantiscano a tutti e a ciascuno nella nostra terra giustizia, libertà e sicurezza». Il premio Nobel per la pace del 1991 ha ringraziato il Pontefice per la comprensione e l’incoraggiamento, per «la forza e la speranza» che la sua visita porta al paese. E ha assicurato che la nazione risponderà «con serietà e umiltà» alla responsabilità cui è chiamata: «Vogliamo lasciare al futuro una terra che è stata coltivata con cura e rispetto, una terra sana, una terra bellissima; desideriamo lasciare al futuro un popolo unito in pace, sicuro nella sua capacità di crescere e prosperare in un mondo che cambia; un popolo compassionevole e generoso, sempre pronto a dare una mano a chi ne ha bisogno».

© Osservatore Romano - 29 novembre 2017

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