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Lettera del patriarca Sako al clero caldeo

luis raphael sakoLa carica ecclesiastica non è fonte di dignità o prestigio. Essere vescovi è una vocazione speciale, non un onore, un merito o un premio, frutto di ambizioni personali. Ciò che serve, sempre, è operare con amore, servizio e dono. Sono affermazioni contenute nella lettera con la quale il patriarca di Babilonia dei caldei, cardinale Louis Raphaël Sako, ha esortato i vescovi e i sacerdoti presenti al ritiro spirituale annuale, che come riferisce AsiaNews, è in corso ad Ankawa, sobborgo di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno.
Un chiaro invito a rilanciare l’impegno missionario a livello spirituale, sociale ed ecclesiastico. «Siamo testimoni gioiosi di Cristo», ha detto, attraverso la celebrazione dell’eucaristia «nella sua dimensione universale» e la «preghiera personale e collettiva», rispondendo all’invito di Papa Francesco a pregare per essere veri discepoli di Gesù.
«Come sacerdoti — scrive il porporato — non acquisterete dignità e prestigio diventando vescovo o patriarca, perché la vera dignità si conquista attraverso l’amore, il servizio e il dono, oltre al compito di illuminare», che è insito alla missione. Per questo, aggiunge, è sempre più importante «sottolineare l’importanza del rapporto personale di ciascun sacerdote con Cristo, il quale diventa fondamento del rapporto fra il sacerdote e la sua gente». Ricordando il compito di annunciare che è dovere primario di ogni sacerdote, Sako definisce «una grave perdita il vedere, a volte, persone consacrate che non hanno testimonianze da condividere». Da qui l’invito a preservare la spiritualità della devozione che «sembra in declino e ha colpito in modo negativo il numero delle vocazioni». Al tempo stesso — prosegue — «non dobbiamo lasciare che ambizioni personali, voci, social media, idee liberiste occidentali, finiscano per minare la nostra fiducia, le relazioni e l’armonia. I nostri fedeli sono alla ricerca di pastori gioiosi e devoti, che siano consapevoli della loro realtà, non certo di sacerdoti pessimisti e vescovi cupi».
Nella lettera il patriarca Sako sottolinea che il ritiro spirituale è un appuntamento necessario per la ricerca di «solitudine e calma» e uscire «dalla routine amministrativa», per incontrarsi e pregare, svegliare i cuori, maturare e rilanciare l’impegno missionario a livello spirituale, sociale ed ecclesiastico. E conclude ricordando che «affinché la vocazione sia efficace» richiede «preparativi psicologici, spirituali, pastorali e sociali», oltre alla predisposizione di tutti «al sacrificio e al lavoro di squadra».
Il fermo richiamo del patriarca si spiega analizzando la storia recente della Chiesa caldea, alle prese con un profondo rinnovamento: dalla crisi delle vocazioni alle divisioni interne, oggi superate, che hanno rischiato di minare l’unità, aggravate dall’esodo dei cristiani che ha riguardato anche il clero (sacerdoti e monaci, disobbedendo ai propri vescovi e al patriarca, sono fuggiti dall’Iraq per cercare rifugio in luoghi più sicuri fra le nazioni della diaspora come gli Stati Uniti o l’Australia).
Com’è noto, il 10 giugno scorso, Papa Francesco, nel discorso ai partecipanti all’assemblea della Riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali, ha espresso la volontà di recarsi in Iraq il prossimo anno e l’auspicio affinché il paese «possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della società, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali». Speranze sono nel frattempo venute dal meeting annuale dei partner di Caritas Iraq che si è svolto dal 1° al 3 luglio a Baghdad. L’incontro è servito per confermare che, grazie anche alla definitiva sconfitta del cosiddetto Stato islamico, la situazione dei cristiani è in netto miglioramento.

© Osservatore Romano - 12 luglio 2019