Lista rassegna stampa mondo

Le stragi nel giorno di Pasqua

sguardo di Gesù- La condanna del mondo islamico e dei leader cristiani

- Dolore e allerta. Il sedicente stato islamico rivendica gli attacchi che hanno provocato oltre trecentocinquanta morti

- Desiderio di pace. Nelle comunità cattoliche sconvolte dai sanguinosi attentati (di Paolo Affatato)

 

La condanna del mondo islamico e dei leader cristiani
«Gli attacchi contro civili innocenti che celebrano una festività religiosa dimostrano che le persone che li hanno compiuti non sono altro che vigliacchi disumani». Sono parole di ferma condanna quelle espresse dal Consiglio dei saggi musulmani, sotto la presidenza di Ahmad Al-Tayyeb, il Grande imam di Al-Azhar, in seguito ai sanguinosi attentati terroristici compiuti nel giorno di Pasqua nello Sri Lanka. Questi attacchi, ha denunciato l’organismo islamico, «vanno contro gli insegnamenti di tutte le religioni, nonché contro tutte le leggi e norme sociali internazionali».
In un tweet personale, Al-Tayyeb dice inoltre di non poter immaginare che «un essere umano possa prendere di mira persone innocenti nel giorno della loro celebrazione» religiosa. «Queste perverse azioni terroristiche — ribadisce il Grande imam — vanno contro gli insegnamenti di ogni religione».
Messaggi di cordoglio, solidarietà e preghiere sono venuti dai leader cristiani di tutto il mondo. Alle parole di Papa Francesco si sono uniti anche i patriarchi ortodossi di Costantinopoli e Mosca, il primate della Comunione anglicana, il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese.
Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha condannato «fermamente qualsiasi attacco terroristico e atto di odio, violenza e fondamentalismo, indipendentemente dalla sua fonte», invitando tutti a cooperare «per costruire la coesistenza pacifica e la collaborazione attraverso il dialogo e il rispetto reciproco».
Da Mosca, il patriarca Kirill ha indirizzato un messaggio di condoglianze al cardinale Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, arcivescovo di Colombo, sottolineando che «gli atti terroristici commessi contro chiese cattoliche e alberghi in Sri Lanka» sono «crimini disumani» che «non possono avere alcuna giustificazione, qualunque sia il pretesto utilizzato dai responsabili». Il leader ortodosso ha anche scritto al presidente della Repubblica dello Sri Lanka, Maithripala Sirisena, dicendosi «profondamente scioccato» e sperando che «l’autorità statale e gli organismi competenti faranno tutto il possibile perché non solo gli esecutori ma anche gli organizzatori di questi sanguinosi crimini non si sottraggano alla responsabilità delle azioni malvagie che hanno commesso».
Sostegno al popolo srilankese è giunto anche dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, per il quale «c’è qualcosa di particolarmente blasfemo nella sfrenata e indiscriminata uccisione di vite umane nel giorno in cui i cristiani celebrano la risurrezione del Signore di ogni vita». Gli attentati perpetrati contro le chiese sono «una negazione oscena della libertà fondamentale che Dio ha dato a tutti noi», prosegue il primate anglicano, secondo il quale «il trauma di queste morti non può servire allo scopo di chiunque conosca veramente Dio, creatore e sostenitore della vita in tutta la sua pienezza».
Dal canto suo, il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), tramite il suo segretario generale, Olav Fykse Tveit, ha affermato che «tali atti di violenza minano la santità della vita e costituiscono un sacrilegio in molti sensi». «Gridiamo contro questo sacrilegio e affermiamo con fermezza che la violenza non deve generare violenza. Nello spirito dell’amore di Cristo — ha aggiunto — ci atteniamo alla convinzione che la violenza, l’odio e la morte non avranno l’ultima parola». Inoltre, l’arcivescovo anglicano di Colombo, Dhiloraj Canagasabey, che è membro del comitato centrale del Cec, ha condannato «questi atti di terrorismo vili e crudeli» in un messaggio di condoglianze «alle famiglie e agli amici di coloro che hanno perso la vita e sono stati feriti». Auspicando «un’indagine approfondita per portare in giudizio i responsabili di questi fatti», il presule chiede al governo di «garantire la sicurezza dei luoghi di culto».
Dalla Terra Santa, i patriarchi e le Chiese di Gerusalemme si sono detti «profondamente rattristati per gli orribili atti di violenza che hanno colpito persone innocenti e credenti durante le funzioni della domenica di Pasqua» e hanno espresso solidarietà a «tutta la popolazione dello Sri Lanka, in particolare coloro che sono stati coinvolti in prima persona in questi attentati terroristici».
Dal mondo ebraico, il presidente del World jewish Congress, Ronald S. Lauder, ha chiesto «tolleranza zero per coloro che usano il terrore per far avanzare i loro obiettivi», aggiungendo che «questo barbaro assalto a fedeli che stavano celebrando uno dei giorni più sacri del cristianesimo, serva da doloroso richiamo del fatto che la guerra contro il terrorismo deve essere in cima all’agenda internazionale e perseguita senza sosta».

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Dolore e allerta.  Il sedicente stato islamico rivendica gli attacchi che hanno provocato oltre trecentocinquanta morti
Da tre giorni, lo Sri Lanka piange i morti della strage di Pasqua: 359 persone hanno perso la vita e oltre 500 sono rimaste ferite in seguito a otto attacchi suicidi, avvenuti domenica scorsa, tra le città di Colombo, Negombo e Batticaloa. Il paese si è risvegliato in uno stato di emergenza che non si ricordava da almeno dieci anni, dalla fine della guerra civile tra lo stato e i separatisti tamil. Le esplosioni sono avvenute nelle chiese cristiane di Sant’Antonio a Colombo e di San Sebastiano flagellato a Negombo, nella chiesa protestante di Sion a Batticaloa e in tre lussuosi hotel della capitale. Hanno perso la vita 45 bambini, mentre altri stanno lottando per sopravvivere negli ospedali in piena emergenza.
In un lavoro congiunto con le autorità locali, gli apparati di intelligence stanno ancora verificando le rivendicazioni di rappresaglia, poiché la complessa organizzazione degli attentati rende improbabile un arco di tempo di soli trenta giorni. Sicuramente, stupisce che il sedicente stato islamico non abbia fornito la motivazione della scelta dello Sri Lanka. Il governo continua a propendere per il legame con il gruppo jihadista locale, il National Tawhid Jamaat, costola della più ampia organizzazione Sri Lankan Thowheed Jama’ath, responsabile degli atti di vandalismo a carico di alcune statue buddiste nel 2008. In attesa di conferme, sono 40 finora gli arrestati, mentre il presidente Maithripala Sirisena ha annunciato la ristrutturazione immediata dei vertici di polizia e conferito alle forze di sicurezza ampi poteri di gestione efficace dell’emergenza.
La vittima più piccola aveva appena 18 mesi e si trovava, assieme alla famiglia, nella chiesa di Sion. Altri minori hanno perso uno o entrambi i genitori. Ha tristemente colpito tutti anche un gesto di carezza nei confronti di una bambina a spasso con lo zio da parte di un attentatore, ripreso dal video trasmesso dalle telecamere a circuito chiuso, registrato poco prima dell’attacco. Si tratta di uno dei sette stragisti individuati dalla polizia. Tra gli attentatori sono stati individuati un imprenditore di un’industria del rame e un’intera famiglia con bambini al seguito.
L’agenzia di notizie del sedicente stato islamico (Is), Amaq, a tre giorni dall’attacco ha diffuso un video in cui compaiono otto uomini col volto coperto; in posizione centrale, l’unico che si presenta in volto è Zaharan Hashim: si tratta del “predicatore” che avrebbe pianificato l’attentato, la voce che ha rivendicato la paternità degli attacchi quale diretta risposta al massacro nelle moschee in Nuova Zelanda di un mese fa.
È certo che, pochi giorni fa, la polizia aveva ricevuto segnalazioni di rischio attentati. Il primo ministro, Ranil Wickremesinghe, lo ha ammesso, specificando che «le autorità non hanno prestato abbastanza attenzione». È datato all’11 aprile il fermo di uno degli attentatori per «sospetto terrorismo» a seguito di un blitz della polizia locale in una piantagione di cocco, dove erano stati rinvenuti oltre cento chili di esplosivo. Nella città di Negombo, ieri, sono state sepolte 110 vittime in una fossa comune donata dal municipio, tra le urla strazianti dei familiari e degli abitanti indignati per una strage che «si poteva evitare».
Lo stesso Wickremesinghe ha ammesso che altri stragisti potrebbero essere in circolazione pronti a farsi esplodere. L’allerta resta molto alta nella città di Colombo, che conta oltre un milione di abitanti, ma anche nei paesi limitrofi.

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Desiderio di pace
Nelle comunità cattoliche sconvolte dai sanguinosi attentati
di PAOLO AFFATATO

Sconcerto, amarezza, angoscia. Ma anche desiderio di non cedere all’odio e di continuare a costruire la pace: sono i sentimenti che quest’oggi si registrano nelle comunità cristiane dello Sri Lanka, sconvolte dalla violenza insensata che nel giorno di Pasqua ha devastato tre chiese, colpito alberghi, ucciso oltre 359 persone (in un bilancio che continua a salire), ferendone oltre 500. Il primo elemento che balza all’occhio è quello di un attacco gratuito, insensato, per colpire innocenti che stavano rendendo lode a Dio, celebrando la Risurrezione di Cristo. La comunità cattolica (il 7,6% della popolazione) rappresenta una componente della società (al 70% buddista) che è sempre stata apprezzata per la sua opera di pace e di riconciliazione — portata avanti a tutti i livelli, da quello sociale, caritativo, culturale e politico — che è risultata preziosa per risanare il tessuto di una società lacerato in quasi 30 anni di conflitto civile.
E anche nelle più recenti tensioni, che hanno visto gruppi nazionalisti che si richiamano al buddismo (come Bosu Bala Sena, «Forza di potere buddista») colpire le comunità islamiche srilankesi, i credenti in Cristo hanno agito da ponte, promuovendo senza sosta incontri e attività di carattere interreligioso, lavorando sul dialogo e sulla costruzione della pacifica convivenza.
Oggi la comunità cattolica vive il momento del lutto e tutta la nazione si stringe attorno alle centinaia di famiglie che piangono la perdita dei propri cari. La disperazione delle madri, per i 45 bambini rimasti uccisi nelle stragi, un orrore che moltiplica l’orrore. L’arcivescovo di Colombo, il cardinale Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, ha celebrato il 23 aprile il servizio funebre per le vittime rimaste uccise nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, a nord di Colombo, uno dei luoghi bersaglio delle esplosioni di domenica. Per le strade di Negombo è frequente notare piccole edicole o santuari dedicati alla Vergine Maria e segni della presenza cristiana sono diffusi: per questo la cittadina viene chiamata popolarmente «piccola Roma». Oggi a Negombo la gioia e le corone di fiori hanno lasciato il posto a mestizia, sguardi bassi, visi rigati dal pianto. «Il nostro dolore è indescrivibile. Siamo amareggiati e adirati per questo vile attacco. Non lo meritiamo», afferma Jude Fernando, giovane cattolico che ha perso sua madre e un nipote di otto anni per l’esplosione di Negombo. A un’assemblea di migliaia di fedeli provati dall’emozione e dallo shock, il cardinale ha potuto dire commosso: «Fra lacrime e dolore, seppelliamo i nostri fratelli e sorelle che hanno perso la vita nei tragici attentati. Ma non possiamo perdere la speranza, che è sempre riposta in Dio. Siamo tutti chiamati a pregare con maggiore forza e intensità per la pace e la sicurezza nel paese. Il Signore ci è vicino e ci consola in questo momento di lutto e di sofferenza».
Padre Cyril Gamini Fernando è parroco della chiesa di Sant’Anna a Negombo, a pochi minuti di cammino dalla chiesa di San Sebastiano. Così racconta all’«Osservatore Romano»: «È stata davvero una tragedia per noi cattolici, bersaglio principale di questi attentati. Non riusciamo a trovare una ragione, è un attacco del tutto immotivato. Proprio come quello che accade ai martiri, uccisi solo per odio alla fede. I nostri fedeli erano in chiesa a pregare e ringraziare Dio e sono stati barbaramente uccisi». «Noi cristiani — prosegue il parroco — abbiamo sempre coltivato buone relazioni con le altre comunità religiose nel paese. Non nutriamo inimicizia verso nessuno e abbiamo sempre lavorato per la pace. Ora tanto più ci sentiamo chiamati a farlo: diciamo ai nostri fedeli di mantenere la calma, di evitare reazioni emotive, né intendiamo cedere all’odio o alla disperazione. La nostra vita va avanti confidando in Dio, nostra forza, promuovendo pace e armonia anche in questo momento così triste e difficile. Questo ci insegna l’amore di Cristo».
Anche il cardinale Patabendige Don ha concordato: «Credo che tutti questi nostri fratelli uccisi sono già martiri. Nessuno di loro, giunto in chiesa avrebbe mai pensato di non fare ritorno a casa. La vita di ciascuno di noi è nelle mani di Dio».
La prospettiva autenticamente cristiana per vivere una simile tragedia è quella di trarre un bene anche dal male più terribile, come osserva al nostro giornale John Fernando, un leader laico cattolico di Colombo: «Gli autori della strage vogliono portare odio e dividere il paese, ma questa tragedia avvicina i fedeli di tutte le comunità e rafforza la nostra fede. Nelle prossime settimane molti cittadini non cristiani si presenteranno alle porte delle chiese con fiori freschi e scritte solidali, per mostrarci la loro vicinanza. I terroristi non riusciranno a insinuare odio, paura e disperazione in tutti noi». E Josephine Periera, una insegnante cattolica, conclude: «Il governo, le autorità religiose, i leader sociali, il popolo: tutti dobbiamo lavorare insieme per la pace, per l’armonia, per la sicurezza. Questo è il cammino che ci attende».

  © Osservatore Romano - 24-25 aprile 2019

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