gerusalemme via dolorosaGERUSALEMME, 30. «Le persone che muoiono ci insegnano che non c’è differenza tra di noi: se sei malato, hai bisogno di aiuto». Sono parole forti quelle con cui suor Monika Duellman racconta il senso del suo lavoro portato avanti ogni giorno presso l’ospedale francese Saint-Louis.
Gerusalemme è una città che facilmente si può definire multiculturale e multireligiosa, anche se troppo spesso ogni comunità vive per proprio conto e talora finisce per nutrire sentimenti di ostilità e di avversione nei confronti di chi non condivide la stessa identità culturale o lo stesso credo religioso. Eppure esistono luoghi, e l’ospedale Saint-Louis è uno di questi, dove è possibile sperimentare una reale condivisione. I pazienti sono ebrei, musulmani, cristiani, atei. Sono israeliani, palestinesi, o stranieri. Sono cittadini locali, lavoratori illegali, rifugiati, senza tetto. «Noi non vogliamo cambiare nessuno. Quando arriva qualche malato, gli diciamo: “Ci prenderemo cura di te, con te, nel modo in cui tu vuoi, nella maniera in cui tu sei”», afferma suor Monika, che da tredici anni dirige la struttura sanitaria che sorge alle porte della città vecchia. La sua testimonianza è raccolta dal sito in rete Terrasanta.net, che definisce il Saint-Louis, come «un ospedale formato famiglia». E, infatti, come in ogni famiglia ciascuno partecipa alle feste dell’altro. La suora racconta che «siano il capodanno ebraico, le feste musulmane o il Natale, tutti amano preparare e celebrare feste». Oltre a rispettare le ricorrenze religiose, c’è molta attenzione anche alle norme alimentari. L’ospedale ha una cucina kosher e rispetta le leggi alimentari di ebrei e musulmani. Con questa idea, mettendo la persona al centro e prima di tutto, il Saint-Louis opera come centro di cure palliative per malati terminali, centro per malati cronici e residenza per anziani che non hanno un posto dove andare. Il nosocomio iniziò a funzionare nel 1880 come ospedale generale, ma venne completato solo nel 1896. Dopo il 1948 il Saint-Louis si trovò esattamente sulla “linea verde” del confine e la congregazione di suore di Saint-Joseph che lo gestisce decise di costruirne un altro dall’altra parte della frontiera. Dopo un vuoto di due anni, la struttura sanitaria divenne un centro specializzato di cure oncologiche integrato nel sistema israeliano. Nel 1970 è diventato il primo ospedale del paese per cure palliative. «Le sfide per noi qui — dice la religiosa — sono imparare a vivere insieme, rendersi conto che i nostri pazienti stanno per morire, saperli salutare quando se ne vanno e aiutare le famiglie a farlo»

© Osservatore Romano - 1 ottobre 2017

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