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In Libia nessuno garantisce la sicurezza dei rifugiati

Mentre il Consiglio di sicurezza dell’Onu non è riuscito a trovare un accordo per condannare il raid contro il centro di detenzione dei migranti a Tripoli a causa, sembra, dell’opposizione degli Stati Uniti, la questione dei rifugiati esplode in tutta la sua evidenza. Il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj «dopo il massacro a Tajoura sta considerando il rilascio di tutti i migranti nei centri di detenzione, perché la loro sicurezza non può essere garantita».
A darne notizia è stato ieri il ministro dell’interno Fathi Bashagha. «Come Unhcr — ha detto poi Andrea De Bonis, responsabile per l’agenzia internazionale della protezione dei rifugiati — auspichiamo da tempo il rilascio dalla detenzione dei migranti nei centri in Libia. A queste misure va affiancata una presa di responsabilità dei paesi europei, affinché supportino dei piani di evacuazione dei rifugiati che si trovano in Libia. L’Italia sta facendo la sua parte, avendo evacuato circa settecento rifugiati dal dicembre 2017».
La chiusura dei centri dovrebbe riguardare 6-7.000 persone, di cui 3.000 a Tripoli. I dati provengono da una recente stima fornita dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Fra questi ci sono anche i 600 fino a qualche giorno fa rinchiusi a Tajoura, il centro colpito dal raid aereo La cifra globale e relativamente aggiornata è in linea con i «4.900 rifugiati e migranti» che erano «rinchiusi in centri di detenzione in Libia» segnalata nel dicembre scorso da un comunicato dell’Unhcr.
La chiusura dei centri di detenzione, dovrebbe naturalmente essere accompagnata da misure in grado di garantire l’incolumità e un destino dignitoso per quanti fino a ora vi sono stati rinchiusi. La comunità internazionale sino a ora non è riuscita però a esprimere una voce univoca ed efficace. A dimostrarlo sono anche le difficoltà vissute in queste ore all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu, riunito per esprimere una posizione chiara rispetto alla possibile apertura di un’inchiesta sui raid contro Tajoura. La riunione della notte scorsa è andata avanti per due ore a porte chiuse. La Gran Bretagna avrebbe fatto circolare una bozza per condannare il raid e chiedere un cessate il fuoco in Libia. Fonti diplomatiche, riportate dalle agenzie di stampa, hanno spiegato che gli Stati Uniti si sono opposti all’approvazione, anche se non è ben chiaro per quale ragione. Un precedente comunicato del dipartimento di stato americano aveva condannato il "ripugnante" attacco contro il centro migranti di Tajoura, ma non aveva chiesto un cessate il fuoco nello scontro che oppone il governo di Tripoli alle milizie del generale Khalifa Haftar. La questione libica è stata al centro anche dei colloqui fra il presidente russo Putin e il capo del governo italiano Conte. Secondo Putin «Non sarebbe male ricordare da cosa tutto è cominciato. Chi ha distrutto la stabilità della Libia? Per me è stata una decisione della Nato. E questo è il risultato. Abbiamo osservato il caos, e la lotta tra vari gruppi paramilitari. Non dobbiamo portare noi un ruolo stabilizzatore» della situazione, ha chiarito, «dobbiamo chiederlo a chi» lo ha deteriorato. Difficile immaginare che Washington possa convergere con questa lettura della crisi nel paese nordafricano.

© Osservatore Romano - 6 luglio 2019