papa armeniSi erano salutati davanti al monte Ararat, nel monastero di Khor Virap, liberando in cielo due colombe in un volo di amicizia, di fraternità e di pace. Si sono ritrovati in Vaticano la mattina di giovedì 5 aprile, nei giardini davanti al Governatorato, per l’inaugurazione della statua bronzea di san Gregorio di Narek, grande araldo della solidarietà universale. Papa Francesco e Karekin ii, catholicos di tutti gli armeni, hanno rinnovato così l’abbraccio e la preghiera comune condivisi due anni fa, nel giugno 2016, in occasione della visita del Pontefice in Armenia. Con loro c’erano anche il catholicos della Chiesa armena apostolica di Cilicia, Aram I, il patriarca cattolico Grégoire Pierre XX Ghabroyan, di Cilicia degli Armeni, e il presidente della Repubblica d’Armenia, Serzh Sargsyan.

Il vero “cerimoniere” di questo incontro è stato san Gregorio di Narek, poeta, monaco, mistico e teologo del x secolo, figura cardine della cultura e dell’universo spirituale armeni, autentico ponte tra oriente e occidente, voce di un ecumenismo che affonda le sue radici nei secoli. Papa Francesco, durante la visita del 2016, definì il suo Libro delle Lamentazioni come la «costituzione spirituale» del popolo e parlò di lui come «dottore della pace» citando stralci della sua opera, come il passo in cui scriveva: «Ricordati, Signore, di quelli che nella stirpe umana sono nostri nemici, ma per il loro bene: compi in loro perdono e misericordia. Non sterminare coloro che mi mordono: trasformali! Estirpa la viziosa condotta terrena e radica quella buona in me e in loro». E nella messa celebrata a Gyumri definì il santo poeta — che lo stesso Francesco ha annoverato tra i dottori della Chiesa universale il 12 aprile 2015 — come «grande araldo della misericordia divina». In quell’occasione, il 25 giugno 2016, il Papa passò tra la folla per salutare la comunità cattolica locale a bordo della jeep volendo accanto a sé Karekin II per lanciare un concreto e visibile messaggio di dialogo, di pace e fraternità.

Fu proprio in quel viaggio, durante la visita di cortesia al palazzo presidenziale di Yerevan, che il presidente della Repubblica Sargsyan, donando al Pontefice una piccola statua di san Gregorio di Narek, auspicò che l’immagine del mistico potesse un giorno trovare posto anche in Vaticano. L’opera, in bronzo, è stata collocata nei giardini vaticani, alle spalle della basilica, tra la stazione e il palazzo del tribunale, lungo la strada che si affaccia sul piazzale di Casa Santa Marta. L’autore è David Erevantsi, artista di Yerevan impegnato nella preservazione delle tradizioni armene in tutto il mondo. È stata realizzata interamente in bronzo in una fonderia della Repubblica Ceca. «Che questa statua di san Gregorio di Narek sia benedetta e santificata dal segno della santa Croce e del santo Vangelo e dalla grazia di questo giorno» ha solennemente scandito Papa Francesco recitando la formula di benedizione durante la cerimonia che è divenuta occasione per un breve momento di preghiera comune.

Il Pontefice è arrivato alle 12.20 insieme all’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia. Ad affiancare il Papa sulla pedana posta di fronte alla statua ancora velata c’erano, oltre a Karekin II, ad Aram I e a Grégoire Pierre XX Ghabroyan, i cardinali Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, e Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Di lato il presidente armeno Sargsyan.

Tra i presenti, oltre alle delegazioni dei patriarchi, c’erano anche il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, l’arcivescovo Raphael Minassian, ordinario per gli armeni cattolici dell’Europa orientale, il vescovo Brian Farrell, segretario del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, l’ambasciatore armeno presso la Santa Sede, Mikayel Minasyan, e il rettore del Pontificio collegio armeno, padre Nareg Naamo.

Ad aprire il rito — diretto dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, coadiuvato dal cerimoniere Ján Dubina — è stato Papa Francesco con il segno della croce. Quindi, sette seminaristi del Pontificio collegio armeno hanno intonato un inno dedicato ai santi traduttori e dottori della Chiesa. Dopo la lettura in inglese del passo del Vangelo di Giovanni (15, 9-17) nel quale Gesù, durante l’ultima cena, affida agli apostoli il comandamento dell’amore: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni agli altri», è stata recitata, sempre in inglese, una preghiera di san Gregorio tratta dal Libro delle Lamentazioni. Eccone il testo di grande profondità teologica e bellezza poetica: «Signore, il fuoco è per te come rugiada che rinfresca, e la pioggia, come fiamma che incendia. Sei potente nel configurare la pietra come forma che ispira, ed erigere il razionale come statua che non parla e non respira. Tu rendi degno degli onori il debitore avvilito, e chi è ritenuto puro, Tu perscrutandolo giudichi nel diritto. Chi è vicino alla morte, Tu lo dimetti nella delizia dei beni, e lo svergognato, lo fai rientrare dopo avergli unto di gioia il volto. Raddrizzi chi è condannato al precipizio delle ordure, e chi è traballante, lo stabilisci nella saldezza della roccia».

Al termine l’ambasciatore Minasyan ha scoperto la statua per la benedizione data da Papa Francesco.

Subito dopo, sono stati Aram i, Ghabroyan e Karekin ii a succedersi nelle preghiere di intercessione per la pace. Il rito si è concluso con la recita comune del Padrenostro e con un abbraccio fraterno.

© Osservatore Romano - 6 aprile 2018


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