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Ecumenismo nella difesa della vita. Il cardinale Koch a Mosca

kirill benedizioneNella difesa della vita la Chiesa ortodossa russa e quella cattolica hanno trovato un campo di azione comune: ha preso forma da questa convinzione il colloquio svoltosi martedì 12 febbraio a Mosca per ricordare la dichiarazione congiunta firmata a Cuba da Papa Francesco e il Patriarca Cirillo nel 2016.

Si tratta del terzo incontro del genere dopo quelli di Friburgo nel 2017 e di Vienna nel 2018, e quest’anno ha per tema il «fine vita». Intervenendo ai lavori, svoltisi nel Saints Cyril and Methodius Theological Institute of Post-Graduate Studies, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha ringraziato il metropolita Hilarion che ne è rettore, rimarcando l’apertura di un nuovo capitolo nelle relazioni tra le due Chiese. In proposito ha citato il pellegrinaggio delle reliquie di san Nicola nella capitale russa e a San Pietroburgo, venerate da milioni di fedeli nel giugno 2017; la successiva visita, ad agosto, del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin; a livello accademico, i corsi estivi organizzati in collaborazione per permettere ai giovani sacerdoti di acquisire una migliore conoscenza reciproca; e, a livello culturale, le mostre congiunte dei Musei vaticani e la galleria Tretyakov. «Questi sono solo alcuni esempi dei legami che vengono gradualmente intessuti tra le nostre Chiese per riparare, filo dopo filo, la tunica strappata di Cristo», ha commentato il cardinale Koch. Passando quindi al tema del colloquio, il porporato ha rimarcato come la questione del fine vita sia «sempre stata una sfida, dato che l’uomo è l’unica creatura consapevole della propria condizione mortale. Questa sfida si presenta oggi in una nuova forma grazie ai progressi nella conoscenza e nella tecnologia medica». Infatti, ha aggiunto, «nelle società moderne, la morte di solito si verifica in ospedale, ed è spesso il risultato di una decisione medica, sia che si tratti della cessazione di un trattamento, sia del non inizio dello stesso». E tutto ciò solleva «la questione del significato della sofferenza per i cristiani, di ciò che intendiamo per “dignità”» del malato, e «di sapere se ciò che è buono per il corpo è sempre al servizio del bene integrale della persona».
In proposito il cardinale ha ripercorso attraverso un excursus storico le principali tappe della riflessione della Chiesa sull’argomento. Già nel 1957, infatti, Pio XII, nel discorso pronunciato davanti a un’assemblea internazionale di 500 medici riuniti a Roma, si dichiarò a favore delle cure palliative e contro ogni trattamento aggressivo. Nel 1980 tali posizioni furono sviluppate in un documento della Congregazione per la dottrina della fede, la dichiarazione Iura et bona sull’eutanasia, i cui principi sono stati chiaramente riassunti nel Catechismo della Chiesa cattolica. Essi ricordano il carattere moralmente inaccettabile dell’eutanasia, il rifiuto di qualsiasi trattamento “troppo zelante” e l’obbligo di cure ordinarie. Inoltre, estendendo quest’ultimo principio, il Catechismo incoraggia le cure palliative, definite «una forma speciale di carità disinteressata». E in proposito il presidente del dicastero vaticano ha richiamato anche il magistero di Papa Francesco, quando in occasione del meeting europeo della World Medical Association, svoltosi in Vaticano nel novembre 2017, scrisse che nella pratica clinica e nella medicina in generale «occorre tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile» e «se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura».
Posizioni che il cardinale Koch ha riscontrato anche nei pronunciamenti della Chiesa ortodossa russa, in particolare nelle Basis of the Social Doctrine of the Russian Orthodox Church adottate dal consiglio di Mosca del 2000, che propongono una notevole riflessione su questo tema.


© Osservatore Romano - 13 febbraio 2019