Labbraccio tra il Papa e Kirill allAvanadi Michele Raviart

Con l’incontro all’Avana del febbraio 2016 tra Papa Francesco e il patriarca di Mosca Kirill si è aperta una nuova fase del dialogo ecumenico con le chiese ortodosse, i cui frutti cominciano a maturare in Paesi in cui la convivenza è sempre stata storicamente difficile. In Polonia, dove spesso la Chiesa ortodossa è stata associata alla Russia, si sta assistendo a un nuovo corso nato con l’elezione al soglio di Pietro di San Giovanni Paolo II e sancito dal crollo del comunismo.

Lo ricorda in questi giorni a Roma un convegno che si sta svolgendo alla Pontificia Università Gregoriana, “la Santa Sede verso la Russia e la Chiesa Ortodossa Orientale, da Giovanni Paolo II a Francesco, organizzato dal “Centro di dialogo e accordo Polacco-Russo” e dal “Centro del Pensiero di Giovanni Paolo II”.  “Quando nel 2012 Kirill è venuto in Polonia, ha detto in pubblico che si sono fatti grossissimi passi in avanti per quanto riguarda il passare dal confronto al dialogo e alla reciproca comprensione e costruzione dei rapporti esemplari”, ha spiegato mons. Jòzek Kowalcyk, arcivescovo emerito di Gniezno e nunzio apostolico nel Paese per 21 anni. Primo rappresentante diplomatico ufficiale della Santa Sede dopo la caduta del comunismo, mons. Kowalcyk fu scelto personalmente da Papa Wojtyla per ricoprire l’incarico e partecipò attivamente alle nove visite del Pontefice polacco nel suo Paese.

Superando le diffidenze, nel corso degli anni Kowalcyk cominciò a collaborare con gli ortodossi, a partire da piccoli gesti come l’aiuto nella ricostruzione delle Chiese. “Il dialogo teologico lasciamolo ai teologi, come ha detto Papa Francesco”, spiega l’ex nunzio, “ noi facciamo soprattutto i gesti umani, rispettiamo la dignità delle persone, anche la dignità delle altre Chiese. Così si crea un clima di collaborazione. Non dobbiamo scatenare la guerra perché uno prega in modo diverso: preghiamo sempre alla stessa persona, cioè a Dio. Penso che in Polonia qualcosa in questo senso abbiamo fatto, sono contento che viviamo in questi tempi in cui non c’è odio ma c’è veramente collaborazione reciproca… Continuiamo quello che il Concilio Vaticano II ha incominciato”.

L’importanza del Concilio Vaticano II per l’inizio del dialogo con gli ortodossi è stata ribadita anche da mons. Tadeusz Kondrusiewicz, arcivescovo di Minsk e amministratore apostolico e poi vescovo di Mosca dal 1991 al 2007. “Ogni lunga strada si inizia dal primo passo e questi passi li ha fatti soprattutto il Concilio vaticano II. Dopo Giovanni Paolo II con la sua apertura con la sua pazienza, con la sua preghiera, con il suo amore per tutte le Chiese, c’è stato Benedetto XVI con il suo pensiero prezioso, molto prezioso, che è stato stimato molto dalle varie Chiese ortodosse… Poi è arrivato il tempo di Papa Francesco con la sua cultura, con il suo sorriso, con il suo amore per tutta la gente e dopo l’incontro dell’Avana. Papa Francesco e il patriarca Kirill hanno preso questa decisione di incontrarsi”, superando molte resistenze, ha spiegato il presule.

“Prima di tutto siamo cristiani, tutti abbiamo accettato la parola di Gesù: “Ut unum sint” – che è anche il nome dell’enciclica ecumenica di San Giovanni Paolo II del 1995 - Dobbiamo essere uniti”, ha continuato. “Da questo passo avanti dipende il futuro del cristianesimo, il futuro del mondo e Papa Francesco e Kirill l’hanno fatto”, afferma. Gli obiettivi sono pace nel mondo, famiglia, difesa della vita. “Con quale fondamento vogliamo costruire il nostro futuro? Solo ricchezza? Solo piacere? Questo non basta, la storia ci ha insegnato che il fondamento deve essere la nostra fede, questa roccia. Tutti noi cristiani siamo membri di questo regno e nonostante queste divisioni dobbiamo cercare dentro di noi questa forza per andare avanti”.

© http://it.radiovaticana.va - 7 novembre 2017


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