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Basta sangue in Sudan

sud sudanPatrizia Caiffa

Strade bloccate con pietre e incendi in varie zone della città, negozi chiusi e difficoltà a trovare cibo, internet interrotto, strutture sanitarie con poco personale perché è difficile arrivare sul posto di lavoro: in questi giorni la popolazione di Khartoum, capitale del Sudan, è nel caos più totale.
Si risveglia con l’ansia di sapere che la protesta pacifica portata avanti per mesi — con la caduta ad aprile, dopo trent’anni, del presidente della Repubblica Omar al-Bashir — si è invece trasformata in un bagno di sangue. Da allora i militari hanno stretto accordi con i manifestanti, per poi tradirli in seguito e decidere di convocare elezioni tra nove mesi. Il 3 giugno è iniziata, infatti, una inaspettata repressione delle persone accampate in sit-in davanti al quartier generale dell’esercito. Sono un centinaio le vittime secondo fonti ospedaliere; molti corpi pare siano stati ripescati dal Nilo. Il ministero della salute sudanese parla invece di quarantasei morti.
Le manifestazioni erano iniziate a metà dicembre, contro il rincaro del cibo e della benzina. Dopo il dietrofront dei militari i sudanesi hanno continuato a protestare per chiedere elezioni libere e trasparenti in tempi brevi. Il sogno di liberazione di questi giovani, tra cui si stagliava Alaa Salah, la studentessa di ingegneria che esortava la folla a resistere, sembra infrangersi senza un motivo chiaro.
A colpire persone inermi sono stati i paramilitari del Rapid support forces, il cui capo Mohamed Hamdan Dagalo era legato alle milizie che hanno commesso stupri e violenze atroci durante la guerra civile in Darfur. Per questo motivo Omar al-Bashir era stato incriminato dalla Corte penale internazionale nel 2009 e nel 2010.
«I leader militari hanno detto che avrebbero cancellato l’accordo, così le persone hanno risposto con le proteste di piazza. La tensione è ancora alta in città», conferma l’arcivescovo di Khartoum, Michael Didi Adgum Mangoria, che guida una delle due diocesi in Sudan (l’altra è la suffraganea di El Obeid), circa due milioni di cattolici su oltre quaranta milioni di abitanti. Molti sono rifugiati sudsudanesi. La Chiesa cattolica sta preparando, insieme ai leader delle Chiese cristiane del Sudan, una lettera da indirizzare al Consiglio militare e a chi rappresenta le proteste di piazza, per chiedere la pace.
L’arcivescovo non vive nella cattedrale di San Matteo, nel centro di Khartoum, ma in un’altra sede: «Sono andato domenica mattina in cattedrale per celebrare le messe, le strade erano bloccate ma c’erano fedeli», precisa monsignor Mangoria, il quale ritiene che il Consiglio militare di transizione «debba pensare bene a come relazionarsi con la popolazione sudanese e trovare un modo per trattare con la gente, senza versare altro sangue. Tante persone sono morte, molti sono arrabbiati e continuano a manifestare in strada. Non sembra che la situazione potrà risolversi tanto presto, ci sarà bisogno di un po’ di tempo perché torni la calma. Il nostro è un invito alla preghiera e alla prudenza».
Il presule teme anche la presenza di interessi di nazioni straniere che «non tengono conto del bene della popolazione». Per questo lancia un appello: «Aiutate la popolazione del Sudan non solo per gli interessi economici ma per risolvere i problemi e trovare la pace. Devono parlare della gente che soffre, dei rifugiati, il paese ha bisogno di pace».
L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha espresso ferma condanna per la brutale repressione e ha richiamato il personale espatriato. Gli Stati Uniti hanno chiesto ai cittadini americani di lasciare il paese. La Russia si è detta «contraria a ogni intervento straniero» ed è favorevole alle elezioni tra breve tempo.
Nella capitale sudanese vivono una decina di comboniane. Gestiscono scuole, un reparto di maternità e altre opere sociali. «La situazione è molto tesa», racconta suor Kudusan Debesai Tesfamicael, coordinatrice delle comunità sudanesi. Lei vive a Roma da tre anni ma è in costante contatto con Khartoum: «Per il momento è tutto blindato, anche muoversi dentro la città è faticoso: le vie di collegamento tra le varie zone, nord e sud, sono interrotte. La gente non riesce a trovare da mangiare, non arriva cibo: in Sudan si soffre molto in questo momento e si vive nel caos più totale». In questi giorni, prosegue, «perfino gli impiegati non riescono ad arrivare al lavoro. Immaginate cosa significa un reparto di maternità senza infermiere. La scuola è rimasta chiusa per il Ramadan ma è stata una festa molto triste».
Anche Amnesty international nota come «il primo fine Ramadan dopo trent’anni di terrore del deposto Omar al-Bashir si è trasformato in giorni di morte, paura e rabbia». L’organizzazione per i diritti umani sollecita il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana «ad assumere iniziative urgenti per interrompere il bagno di sangue, porre fine all’impunità e pretendere che i responsabili della strage di manifestanti siano assicurati alla giustizia».

  © Osservatore Romano - 10-11 giugno 2019