chiesa ed islamHa avuto un effetto quasi planetario, attraverso i social media, la sconcertante iniziativa denominata “Giornata del punisci un musulmano” (Punish a Muslim Day) lanciata martedì scorso nel Regno Unito. Un episodio inquietante, condannato unanimemente dalle comunità religiose, dal governo, dalla società civile, ma sintomatico di un clima pesante, reso ancor più teso dalla morte avvenuta a Nottingham, lo scorso 14 marzo, della diciottenne italiana Mariam Moustafa, di origini egiziane.
Vittima di un gruppo di “bulle” la scorsa estate, la ragazza è stata aggredita nuovamente a febbraio mentre si trovava alla fermata dell’autobus, in un attacco in cui le dinamiche del bullismo si sono intrecciate con l’odio razziale.
Non è la prima volta che si sente parlare di “Punish a Muslim Day”, e l’allerta nel paese è alta. Secondo dati del Governo pubblicati lo scorso ottobre, tra il 2013 e il 2017 i crimini d’odio sono quasi raddoppiati, e quasi quadruplicati quelli a sfondo religioso. Qui, come in altri paesi, prevale una sovrastima della percentuale di popolazione islamica, data al 15 per cento, mentre la percentuale reale è del 4,8.
Nelle scorse settimane, in diverse città del Regno Unito (Birmingham, Cardiff, Leicester, Londra e Sheffield) sono state recapitate — riferisce Riforma.it — lettere cartacee con tanto di timbro che incitavano a compiere atti di violenza contro persone musulmane e a «non essere delle pecore». L’appello esortava a opporsi e a non «permettere che la maggioranza bianca delle nazioni europee e nordamericane sia invasa da coloro che non vogliono altro che farci del male e trasformare le nostre democrazie in stati di polizia guidati dalla sharia». L’appello era completato da una delirante tabella a punti (10 per chi insulta un musulmano, 2500 per chi bombarda La Mecca) e un recapito postale e telefonico per ulteriori informazioni. In molti hanno reagito, dal mondo politico si sono levate voci di condanna e l’appello alla vigilanza.
Anche il Forum cristiano-musulmano (Cmf) ha diffuso delle linee guida per esprimere solidarietà ed essere vicini ai loro fratelli e sorelle musulmani con gesti di amicizia, una telefonata, un messaggio.
Lo stesso ha fatto l’organizzazione “Tell Mama”, dove Mama sta per “measuring anti-muslim attacks”, un progetto nazionale interreligioso nato con il sostegno del governo, che dal 2012 si occupa di monitorare e contrastare l’odio anti-islamico. In queste settimane “Tell Mama” ha anche diffuso delle linee guida per rassicurare quanti si sentono minacciati da questa aberrante iniziativa, ma anche per fornire indicazioni sulla sicurezza rivolte in particolare ai più giovani: dire sempre ai genitori dove si è, evitare luoghi isolati e scorciatoie, sui mezzi pubblici viaggiare il più vicino possibile all’autista, non avere paura di chiedere aiuto se ci si sente minacciati.
La stessa organizzazione, di fronte alla circolazione di messaggi whatsapp che esortavano i musulmani a stare a casa e a lettere di minacce inviate a famiglie musulmane, ha reagito invitando a «continuare normalmente la propria vita di tutti i giorni, ma restando vigili e attenti».
Tra le comunità religiose, la Chiesa metodista inglese ha espresso profondo sconcerto per l’iniziativa, e richiamando il recente documento elaborato dall’organismo ecumenico Churches together in Britain and Ireland (Ctbi) ha sottolineato l’importanza della «costruzione di relazioni basate sul rispetto e la fiducia tra persone di religioni diverse, per facilitare una più profonda comprensione reciproca, la riconciliazione e la cooperazione per il bene comune». Tutte cose che sembrano molto, molto lontane.

© Osservatore Romano - 6 aprile 2018.

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