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Accanto ai poveri e agli esclusi

lavare i piedi ospitalitàdi EGIDIO PICUCCI

Sabato 25 agosto Papa Francesco, durante il viaggio che farà in Irlanda per l’Incontro mondiale delle famiglie, visiterà in forma privata il Centro diurno di assistenza ai poveri, aperto dai frati cappuccini nel cuore dei Liberties, dove un tempo si produceva la famosa birra Guinness. Nel centro sono assistiti i senza casa, gli homeless, «pietre scartate che riempiono le città e che sono sotto gli occhi di tutti», come ha detto padre Sean Donohoe, codirettore del Centro. «Essi sono la triste conseguenza delle diseguaglianze di questa città, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri.
Nessuno di noi si aspettava la visita del Papa, anche perché il nostro è un centro relativamente giovane, essendo stato fondato da padre Kewin Crowley 48 anni fa. Tuttavia siamo contentissimi che egli venga a passare un’ora con questi fratelli, perché sono loro la vera fragilità, la vera emergenza dell’Irlanda». A Dublino e in altre città del paese, c’è il centro dei gesuiti della Peter Mc Verry trust; la Simon Community e l’Home sweet home Ireland che un anno e mezzo fa occupò per alcuni giorni un edificio disabitato a pochi metri dal Trinity college. Continua padre Donohoe: «Nella nostra “Isola di smeraldo” (dove noi siamo dal 1615) il piano delle case popolari è totalmente inadeguato; il loro costo, per i forestieri, è più alto di quelle di Milano e di Parigi. Non è raro vederli dormire sulle scalinate delle chiese o sulle panchine dei giardini pubblici come i barboni, perché un posto letto costa fino a mille euro al mese. Per questo le istituzioni come la nostra sono indispensabili. C’è chi la chiama filantropia, chi attività sociale; noi la chiamiamo vangelo vissuto nello spirito francescano. Infatti non facciamo altro che mettere in pratica i principi evangelico-francescani dell’accoglienza e del sostentamento che Francesco voleva si facesse anche ai ladroni, come avvenne ai suoi tempi a Montecasale». Al centro non si distribuiscono solo pasti: tre giorni alla settimana è garantita una visita medica gratuita nonché l’assistenza quotidiana ai bambini soli, che in città sono oltre 3500. «I nuovi poveri irlandesi — aggiunge padre Kevin Crowley, fondatore del centro — fanno l’impossibile per trovare un lavoro, ma pochi ci riescono. La maggioranza va in cerca di una mensa fuori mano per avere un piatto caldo insieme ai figli, i quali, poi, dicono agli amici di “aver mangiato al ristorante”». Mentre si reclamizza il piano quadriennale che dovrebbe riportare il paese al benessere di un tempo, al centro diurno l’amara verità di Dublino è sotto gli occhi di tutti. Padre Crowley confessa che la gente è sfiduciata. «Teme il domani e quello che porterà con sé — dice —, c’è perfino il timore che anche il centro possa chiudere e si chiede che cosa sarà di loro, dei loro figli, delle loro famiglie. Hanno ragione: se la situazione dovesse peggiorare, le prime vittime saranno proprio l o ro » . Gli assistiti più numerosi sono irlandesi; gli altri sono immigrati, e cioè uomini e donne di mezza età che portano sul viso i segni di un’esistenza difficile, minata dalla fame e dalle malattie. «Davanti alla porta c’è sempre qualcuno che aspetta pazientemente una borsa con latte, pane e tè. Il mercoledì la cifra supera le mille presenze che aumentano di mese in mese in modo esponenziale». Padre Crowley spiega e dice che «anche la “Tigre celtica” [il periodo di boom economico del paese] ha la sua parte di poveri. Nonostante tutto, molti vivono nell’ansia e nella disperazione e vengono da noi anche perché non facciamo domande, sapendo bene quanto sia difficile doversi rivolgere a un centro come il nostro, soprattutto per chi ha conosciuto il benessere. Noi accogliamo tutti a braccia aperte e li facciamo sedere a tavola. Molti ci ripagano dicendo che, se sono ancora vivi, lo debbono a noi. Sbagliano: lo debbono ai nostri benefattori». Solo per il cibo il centro spende 1,2 milioni di euro l’anno, dei quali solo 450.000 vengono dallo stato. Il resto è frutto di donazioni private, di contributi eccezionali, nonché dell’attività di oltre cento volontari, grazie ai quali gli homeless possono fare una doccia, indossare vestiti puliti e perfino andare allo stadio per vedere qualche partita di calcio o di rugby importante. L’arcivescovo Eamon Martin, ripete che la Chiesa ospedale da campo di cui parla Papa Francesco per noi non è lontana: è qui. «Sì è vero — conclude padre Crowley —, il nostro Centro diurno è impegnato tutti i giorni a servire i poveri, compresi “i nuovi poveri”, quelli che vivono in condizioni primordiali, afflitti da malattie, fame e da tutti i mali ereditari dei diseredati sociali».

© Osservatore Romano 25 agosto 2018

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