La crisi di Ceuta ha dimostrato un fatto incontrovertibile, a lungo negato – per ragioni ideologiche – da certi ambienti progressisti «no border»: le migrazioni possono essere usate come «arma» contro i governi e non sono sempre fenomeni spontanei. Ora che ciò è accaduto al socialista Pedro Sánchez, anche i più scettici hanno dovuto ammettere che questo fenomeno esiste e merita di essere studiato e approfondito. Pesano come un macigno, in tal senso, le recenti parole di Mons. Luis Argüello, attuale arcivescovo di Valladolid e presidente della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE).
Intervenendo su X e ripreso dalla stampa spagnola, Argüello non si è infatti limitato a descrivere l'emergenza umanitaria, ma ha offerto una lettura politica degli eventi, definendo la crisi un «test rivelatore» di una «strategia globale più ampia». Riprendendo il suo ragionamento, le sue parole ci mettono in guardia dal ridurre la migrazione a un mero fatto sociale: egli denuncia che «la biopolitica è una chiave del potere mondiale», un gioco sporco in cui la vita, i sogni, la fame e persino i dati delle persone vengono strumentalizzati per il profitto e il controllo. In questa prospettiva, la demografia - e quindi le migrazioni - si trasforma dunque «in un’arma», e il valico di massa di 60.000 persone a nuoto verso Ceuta si configura come un esperimento per testare la resilienza delle frontiere europee e la solidità dei rapporti diplomatici.
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