Archivio commenti al Vangelo dell'anno B

creazione1Commenti vari al Vangelo per l'Anno B.
L'elenco ordinato e in fase di implementazione è presente a questa pagina

Di seguito i commenti in ordine sparso.

 Solennità di Cristo Re  (ANNO B)
26 Novembre 2006
 
 
Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare tutte le cose in Cristo tuo Figlio, Re dell'universo, fa' che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine.
 
Il Vangelo Giovanni 18, 33-37
- In quel tempo, disse Pilato a Gesù: "Tu sei il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?".
Pilato rispose: "Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?". Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù".
Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?".
Rispose Gesù: "Tu lo dici; io sono re.
Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce".
 
 
Commento
Nel Vangelo di Giovanni Gesù si trova di fronte a Pilato in una posizione di apparente subordinazione: è prigioniero, l'iconografia ce lo mostra quasi sempre con le mani legate.
Eppure Pilato non appare arrogante, non sembra approfittare della sua condizione di governatore, che può dare morte o restituire la vita.
Così come Gesù, che non sembra un prigioniero perché affronta con sicurezza le curiosità di Pilato.
Nell'anomalia di questo confronto nel quale i ruoli, almeno nel dialogo, sembrano invertiti, Gesù si proclama Re.
Pilato rimane turbato, lo si vedrà in seguito, e perderà la pazienza.
Come può - sicuramente avrà pensato - un uomo in procinto di affrontare la morte ostinarsi nella sua puntigliosa affermazione di regalità?
Mi viene in mente la dignità con la quale, anche nella storia recente, uomini perseguitati a causa dell'odio religioso hanno affrontato la morte.
Missionari che hanno dato la loro vita per difendere i più deboli, quelle anime e quei corpi segnati dalla fame e dalle malattie, quelle comunità sofferenti loro assegnate per vocazione.
C'è molto di regale in tutto questo, nella morte "vissuta" per la verità.
Perché l'uomo, immagine di Dio, porta in sé la regalità di Cristo.
Ogni uomo, quando si trova a subire un'ingiustizia a causa della verità, può e deve trovare la forza di vivere regalmente il suo dolore perché la bellezza che trasfigura il volto del martire è luce di salvezza per il suo aguzzino.
Paolo Aragona
 
Altri spunti
" Seminario sul Perdono
" Corso sulla preghiera
" Misericordia Io voglio
" Il dono della Pietà
" La santità come desatellizzazione
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore
 
 
 
XXXIII domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
19 Novembre 2006
 
 
Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura.
 
Il Vangelo Marco 13, 24-32
- Disse Gesù ai suoi discepoli: "In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.
Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.
Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte.
In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre".
 
Commento
Nel vangelo di oggi ascoltiamo un Gesù che utilizza un linguaggio apocalittico, non tanto per spaventarci ma per richiamare la nostra attenzione su questa profonda verità: "il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno".
La mano sapiente e paziente di Dio ci sta conducendo all'incontro con il Figlio: "Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria".
Questa è la grande promessa di Gesù! Tutta la creazione, e noi con lei essendo pure noi creature, stiamo camminando verso la rivelazione del Figlio dell'uomo.
In Gesù ogni uomo è figlio in comunione con il Padre.
La fine del mondo non è il compimento di una catastrofe, non è la fine di tutto o se preferite dell'inizio del nulla, non è la fine dell'unica vita che abbiamo da giocarci, ma è il compimento di ogni speranza che va al di là e al di sopra di ogni nostra attesa: il tutto avverrà in una pienezza che va al di là di ogni nostra immaginazione.
Questo è e deve essere il pensiero del credente, dell'uomo di fede riguardo all'evento apocalittico della fine del mondo. La bocca del credente deve sempre essere pronta a dare voce all'invocazione di colui che vive in questo mondo come in esilio in attesa di "cieli nuovi e terra nuova": "Maranàthà, vieni o Signore Gesù"!
La fine del mondo è la meta agognata, il fine talmente desiderato che San Paolo sperava avvenisse mentre lui ancora era in vita.
E' l'incontro della sposa, che nello Spirito Santo grida: "Vieni", e lo sposo che risponde: "Sì, verrò presto" (Ap 22,17). Per fare in modo di assumere questo atteggiamento, di avere in noi questo "modus pensandi e vivendi", questo modo di vivere e pensare, dobbiamo rimanere in uno stato di vigilanza gioiosa.
Solo colui che vigila e consreva nel cuore la gioia prepara il suo cuore all'attesa dell'evento del ritorno di Gesù.
Come la generazione di Gesù, avendolo visto sulla croce, fu chiamata a dare frutti di conversione, così pure la nostra generazione deve spendere il suo tempo nella contemplazione del Cristo sofferente e nella propria conversione ma senza ripiegare il volto nel peccato, piuttosto sempre tenendo fisso lo sguardo su di Lui "autore e perfezionatore della nostra fede" e della nostra gioia.
Ecco cosa colgo per me e per noi dal vangelo di oggi come messaggio parenetico, come messaggio applicativo: il tempo che abbiamo è un dono prezioso e non possiamo sprecarlo!
Hai solo l'oggi, il momento presente, questo momento in cui mi stai leggendo e quindi stai leggendo la parola del Signore per te, per dimostrare a Dio tutto il tuo amore per Lui!
Dio solo sa quanto io sia la persona meno adatta a parlare di utilizzo spiritualmente creativo del tempo, ma forse proprio per questo mi trovo a commentare per me e per voi questo brano di Marco.
Lasciamoci andare alle ispirazioni dello Spirito; se senti il desiderio di farlo, mettiti ora in preghiera, in comunione con Gesù.
Dobbiamo imparare a non rimandare a dopo ciò che lo Spirito ci chiede di fare ora.
E' un esercizio che ci fa crescere nel dominio di noi stessi e appunto nella vigilanza. E, soprattutto, ci fa permanere nella gioia di Cristo, quella vera, più forte delle nostre tristezze e dei "musi lunghi" e seriosi.
Nella nostra vita possiamo dare priorità a cose impellenti ma non fondamentali, oppure a quelle cose che sono veramente importanti per la nostra crescita.
Qui in fondo troverete un collegamento da cliccare per poter leggere l'omelia che padre Raniero Cantalamessa fece sul brano di vangelo di due domeniche fa che ci spiegherà perfettamente il concetto appena espresso. Non voglio rovinarvi con le mie parole ciò che p. Raniero esprime e spiega benissimo con le sue.
Usiamo il nostro tempo a servizio del regno di Dio che è già fra noi: il modo migliore che io conosco è quello di usarlo per la preghiera.
Non è forse la preghiera quella modalità che ci permette di vivere e gustare fin d'ora ciò che vivremo quando Gesù tornerà dopo essere andato prepararci un posto?
Non è forse pregando che ci mettiamo in comunione con il nostro amato in attesa di poterlo contemplare faccia a faccia?
Il vangelo di oggi termina con questa affermazione: "Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre".
Ciò vuol dire che non abbiamo nessun tipo di potere su questo evento.
Ce l'abbiamo eccome, su questo giorno presente, su quest'ora attuale, su questo preciso istante durante il quale, ascoltando le mozioni del cuore, possiamo decidere di poter sperimentare nella preghiera il suo amore, la sua tenerezza, la sua presenza e di affermare:
"veramente Gesù mi ami e sei qui adesso accanto a me". Amen. Alleluia.
 
Altri spunti
" Amerai il Signore Dio tuo (P. Raniero Cantalamessa)
" La gioia
" Il dono della Pietà
" La santità come desatellizzazione
 
 
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore 
 


XXXII domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
12 Novembre 2006
 
 
O Dio, Padre degli orfani e delle vedove, rifugio agli stranieri, giustizia agli oppressi, sostieni la speranza del povero che confida nel tuo amore, perché mai venga a mancare la libertà e il pane che tu provvedi, e tutti impariamo a donare sull'esempio di colui che ha donato se stesso, Gesù Cristo nostro Signore.
 
Il Vangelo Marco 12,38-44
- In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: "Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave".
E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro.
E tanti ricchi ne gettavano molte.
Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.
Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: "In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere". -
 
 
Commento
L'avarizia, che è idolatria, non si riferisce solo al denaro ma anche a tutto ciò che reputiamo sia nostra proprietà.
I beni, le opere compiute (in genere quelle buone e meritorie che sono necessariamente le nostre; quelle cattive degli altri), gli affetti, la popolarità, la stima altrui, ecc.
L'attaccamento disordinato, smodato a questi beni nasce proprio da quando li consideriamo nostri e non un dono.
Si scopre di essere attaccati ai beni proprio quando essi ci mancano o quando le situazioni o gli altri ce li vogliono togliere.
In questo si vede quanto siamo liberi e ricchi solo di Dio.
Quanto, come Giobbe, sappiamo dire, proprio su ciò che tocca il cuore e l'anima e costa fatica "Dio ha dato, Dio ha tolto; sia benedetto il nome del Signore!".
Si può lasciare tutto per il voto di povertà ma essere attaccati ad una penna.
Si può scegliere il celibato ma rimanere attaccati ad un affetto facendo ruotare tutta la nostra pastorale attorno a questo. Si può aver scelto di obbedire e rimanere ancorati al nostro orgoglio.
Si può recitare il Padre nostro ed essere incapaci di perdonare e gioire del bene compiuto dai fratelli.
Finché non si entra nella "scarnificazione" dell'anima offrendo ciò che ci è più caro con lacrime e gioia non sappiamo cosa significa essere liberi e liberarci dall'avarizia. 
Tutto questo non per "gloriarci" di essere poveri, liberi, distaccati, che è una lussuria ed una avarizia ancora più radicale ma piuttosto si rinuncia per amore di Colui che ci ha amati e ci Ama più di noi stessi.
Il motore, il fine l'alfa e l'omega è Lui. Ogni rinuncia ha senso in Lui e per Lui.
 
L'avarizia e l'apparire vanno di comune accordo; sono figlie della schiavitù e del peccato.
Cercano la fama, la notorietà, la visibilità, tutto purché se ne parli.
In un tempo fondato sul narcisismo della popolarità e sul "bisogno" realmente "effimero" di essere - almeno per 10 minuti, come diceva A. Warhol - noti a tutti.. la ricerca dell'essenzialità e della consapevolezza di essere un dono e di avere tutto in dono diventa profetica, propositiva, scandalosa ed innovativa.
Per questo la vedova è preziosa agli occhi di Dio.. ha riconosciuto che tutto è dono e lo ha ridonato, senza sè e senza ma.
Quella vedova che ricorda tanto la Vergine Maria e i poverelli di ogni tempo che dicono "eccomi" sapendo che dietro il loro "essere" ed "esserci" c'è Dio.
Vale la pena di fidarsi di Lui che mai si fa battere in generosità.
La spoliazione tuttavia comincia non solo con la consapevolezza del cuore ma con la disciplina fatta di tanti piccoli gesti.. è da tante piccole morti che si impara a vivere liberi e fecondi.
Ricchi come la povera vedova, dello sguardo amoroso di Dio.
 
 
Altri spunti
" il dolore, la fede e la crescita
" Legenda maggiore di San Bonaventura
" Scritti di S. Chiara
" Il Timore di Dio
" Il dono della Pietà
" La santità come desatellizzazione
" Amare se stessi
" Amicizia

 
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore

 
 
 
 
XXXI domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
5 Novembre 2006
 
 
O Dio, tu se l'unico Signore e non c'è altro Dio all'infuori di te; donaci la grazia dell'ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote.
 
Il Vangelo Matteo 5,1-12
- In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?". Gesù rispose: "Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi".
Allora lo scriba gli disse: "Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici".
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: "Non sei lontano dal regno di Dio".
E nessuno aveva più coraggio di interrogarlo. -
 
 
Commento
Il primo comandamento è quello più difficile da osservare, come è altrettanto difficile amare il proprio prossimo come se stessi.
Da questi due comandamenti discendono consequenzialmente tutti gli altri.
È difficile osservarli e praticarli poiché, ancor prima di amare il Signore, occorre sapersi mettere in ascolto.
In questo tempo in cui le parole hanno un peso sempre più relativo, come si può riuscire ad ascoltare la Parola di Dio e seguirla?
Come ascoltare il Signore quando non si riesce ad ascoltare neppure il prossimo?
È possibile ascoltare Dio o una persona nella confusione delle nostre opulente attività o nel quotidiano traffico cittadino, in cui gli altri, spesso, sono visti come scomodi e pietre di intralcio?
L'azione dell'ascolto discende sempre dalla fiducia che noi riponiamo nel Signore e questa fiducia, ovvero fede, viene alimentata dalla preghiera in una mutua interazione: la fede riceve nutrimento dalla preghiera, la quale a sua volta riceve energia dalla fede.
Non vi può essere fede senza preghiera e senza preghiera non vi può essere ascolto.
La mancanza di ascolto, conseguentemente, non ci permette di percepire il Signore dentro di noi e, dunque, non ci consente di amarLo, così come è bello e giusto.
La catena non si interrompe, in quanto l'incapacità di amare il Signore è prodroma dell'incapacità di amare noi stessi ed il nostro prossimo.
Ma cosa vuol dire "amare se stessi"? Significa, forse, avere i capelli a posto, essere puliti, ben vestiti, fare sport, non abbuffarsi, fare attività sportiva per mantenersi in forma, avere una grande autostima, ecc.?
Naturalmente nulla di tutto questo, che sconfina semplicemente nell'edonismo.
Amare veramente se stessi equivale a mantenersi puri e senza macchia davanti a Dio e davanti al prossimo, vivere ogni giorno cogliendo la misericordia e la grazia del Signore; per questo si può amare se stessi soltanto se si ama Dio e viceversa, soltanto se si ama Dio si è veramente capaci di amare se stessi.
Ascoltare Dio porta ad amare Dio e di conversa amare se stessi porta in maniera spontanea ad amare il prossimo, riuscendo ad ascoltarlo ed a donarsi a lui senza la paura di venir feriti o strumentalizzati.
L'amore è un dono che discende da Dio e si può provare amore soltanto quando ci si pone in ascolto della sua Parola; la Parola di Dio apre alla grazia ed è proprio questa grazia che ci può consentire di amare.
L'amore di Dio è grazia e come tale "val più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (v. 33).
L'invito che questa lettura ci fa è quello di metterci costantemente in ascolto della Parola di Dio, utilizzando, ad esempio, la nostra camera, per quanto silenziosa o meno, e il semplice, ma sempre elevato, strumento della preghiera. Volendo riassumere, infine, i due comandamenti che Gesù ci dona si potrebbe, senza perdita di significato, scrivere: "Ascolta il Signore".
Milko G.
 
 
Altri spunti
" Ascolta Israele
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" Amare se stessi
" Amicizia

 
 
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore

 
 
 
 
Solennità di tutti i Santi e XXX domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
1 Novembre e 29 Ottobre 2006
 
 
Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un'unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l'abbondanza della tua misericordia.
 
Il Vangelo
Matteo 5,1-12
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli". -
 
 
Commento
"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli".
Spesso si vede la santità come frutto di un cammino, come una meta ed un punto da raggiungere.
Si pensa alla santità quasi come ad uno stato sconosciuto ma di cui non sappiamo definirne i contorni.
Si è detto, giustamente, che con il battesimo diventando Figlio di Dio, siamo chiamati tutti alla santità.
La solennità che celebriamo ci ricorda proprio questa realtà ma non come un punto d'arrivo oleografico di una "certa fama ecclesiale" ma piuttosto come  un "ora" che inizia con l'Amore con cui Dio ci ha amati nel Signore Gesù.
La santità allora, senza smettere di essere un punto di arrivo è un "ora".
Una realtà con cui già da adesso si vive e si respira, e si "legge" la realtà dentro e fuori di noi.
E' la povertà di spirito che è "ora" una beatitudine per Gesù, perché ci consente, "ora",
di vedere come Dio vede,
amare come Dio ama,
sentire come Dio sente,
desiderare come Dio desidera..
anche se in una forma minima, talvolta distorta del nostro povero cuore.
La santità dunque è un incipit; un "bereshit", un principio prima di essere un punto di arrivo.
La santità è la scelta "ora" di appartenere a Dio così come siamo perché Lui ci cambi in ciò che Egli è.
Senza questa scelta di "ora" non c'è cammino non c'è futuro, non c'è sapienza.
E' scelta di parola, volontà e cuore anche se parte di noi aderisce male, incompiutamente e magari con ferite, passioni e disordini.
E' il guardare la luce che ci viene donata e decidere "ora" avendo più fiducia in Dio che nelle nostre povere forze.
E' non appartenersi ma per essere di Lui che tutto restituisce alla creatura che lo desidera..
La santità, la scelta di "ora" e del domani è la cosa più importante della nostra vita; è il bene sommo. L'attività che regge tutte le attività.
La scelta che regge tutte le scelte.
L'amore che sostiene ogni amore.
"Io non voglio guardare il mio peccato, Signore, ma la tua grazia, il tuo cuore
e su questo "ora" mi fido, mi lancio, ti scelgo;
perché tu mi hai scelto e mi hai amato"
La santità non è mai sola; ma la scelta di "ora" coinvolge ogni volto che il Signore ci ha donato,
amici e nemici, moglie, figli, colleghi.
La scelta di essere per Dio è la scelta di essere per loro.
Perché il Regno sei tu ma è anche al contempo il "noi".
Ed è scelta di "ora" che attende e si conserva nel "gioco" delle fedeltà tra Dio fedele e la creatura debole.
E' scelta di gioia che si alimenta nella prova, perché li si rivela, si fortifica, si illumina la radice del "si!".
Un "si!" che la creatura può solo dire perché Dio lo ha detto prima sulla creatura.
Un "sì" che Dio ha detto in Cristo Gesù Signore, senza condizioni, senza "ma", senza "se".. un "si!" fedele.
E' grazie a questo "si!" di Dio che la creatura, come Maria, può dire "si!" e conservarsi in esso.
Se c'è dunque la scelta più importante per la nostra e l'altrui vita è quella della santità,
c'è solo una parola che è più importante di ogni altra: "Si!", Amen.
Dio ci conceda di dirlo "ora" senza condizioni
anche se le condizioni il nostro cuore le trascina;
Dio non ascolti la nostra miseria ma la gioia e la totalità con cui ora diciamo "Si!" nella fede della Chiesa.
 
 
Altri spunti
" Il Timore di Dio
" La santità come desatellizzazione
" Amicizia

 
                      
O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati, che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell'oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa' che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te.
 
Il Vangelo
Marco 10, 46-52
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!". Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Allora Gesù si fermò e disse: "Chiamatelo!".
E chiamarono il cieco dicendogli: "Coraggio! Alzati, ti chiama!".
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: "Che vuoi che io ti faccia?".
E il cieco a lui: "Rabbunì, che io riabbia la vista!". E Gesù gli disse: "Va', la tua fede ti ha salvato". E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada. -
 
Commento
"Che vuoi che io ti faccia?".
Gesù, il Signore sa bene di cosa abbiamo bisogno sia per il corpo che per lo spirito.. tuttavia ci pone la domanda perché sa che essa suscita  la fede e il desiderio.
Suscita il cristianesimo adulto della collaborazione alla Sua grazia e all'azione del Suo Spirito.
In verità dovremmo far nostra spesso questa preghiera: "Rabbunì, che io riabbia la vista!".
La cecità, infatti, non è dovuta solo al peccato ma anche alla nostra "quasi naturale" incapacità di cogliere gli stimoli dello Spirito Santo e di uscire fuori dagli schemi che ci costruiamo via via, volta per volta.
Spesso questi schemi sono di passaggio e Dio li permette per farci camminare verso di Lui ma noi ci attacchiamo ad essi con quell'avarizia del cuore che è idolatria.
Questo attaccamento non riguarda solo i vizi, i peccati, ma anche i ministeri, i ruoli ecclesiali e addirittura le vocazioni temporanee che il Signore ci dona.
Per esempio, posta la vocazione primaria che rimane il "binario" preferenziale dell'uomo e della donna (vita coniugata o consacrazione particolare - che tutti siamo chiamati a chiarire per onestà verso lo Spirito Santo e la nostra natura -) ci sono tutte una serie di "piccole" chiamate che il Signore ci da nella storia; un incarico, un ministero, un servizio.
A queste cose belle e buone noi ci attacchiamo come fossero nostre rivendicando la nostra identità personale su quel servizio e confondendo la vocazione primaria con quella secondaria.
Ecco che facciamo dipendere la nostra pace di coniugati sul mantenere un servizio particolare in parrocchia senza ascoltare nell'obbedienza ciò che ci chiedono i pastori e lo Spirito di Dio; ecco che come sacerdoti facciamo dipendere la nostra autostima da un servizio diocesano piuttosto che ad un altro.. e via di questo passo.
La realtà è che non si smette mai di essere ciechi e colui che crede di vedere apertamente ha smesso di obbedire a Dio e alla Chiesa e non ascolta più la domanda di Gesù: "Che vuoi che io ti faccia?".
Questo è il principio della tristezza: la mancanza di ascolto e apertura del cuore agli orizzonti della carità, della missione a cui lo Spirito ci chiama.
Questa è spesso la nostra cecità e la nostra poca fede. Una ostinata chiusura alla gioia.
Francesca
 
Altri spunti
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" Fate conoscere lo Spirito Santo

 
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XXIX domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
22 Ottobre 2006
 
Dio della pace e del perdono, tu ci hai dato in Cristo il sommo sacerdote che è entrato nel santuario dei cieli in forza dell'unico sacrificio di espiazione; concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te, perché possiamo condividere fino in fondo il calice della tua volontà e partecipare pienamente alla morte redentrice del tuo Figlio.
 
Il Vangelo
Marco 10, 35-45
- In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: "Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo".
Egli disse loro: "Cosa volete che io faccia per voi?".
Gli risposero: "Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra". Gesù disse loro: "Voi non sapete ciò che domandate.
Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?".
Gli risposero: "Lo possiamo". E Gesù disse: "Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete.
Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato". All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni.
Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere.
Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti". -
 
 
Commento
"Fra voi però non è così... "
L'interpretazione senza capacità di "Ascolto", tipica dei nostri tempi, fa interpretare questa parola come una regola del sospetto verso il potere di governo.
Ma ovviamente questa parola non mette in discussione un "potere" di governo, ma lo inserisce nella sua giusta ottica di servizio e responsabilità.
Il potere di governo sia esso ecclesiale, sociale, familiare è visto per il Vangelo in un ottica di servizio e di com-passione con l'altro.
Gesù è in realtà la personificazione del modo corretto di governare, come colui che serve e dona la vita.
Questo non significa che chi governa debba accondiscere i capricci emotivi o annacquare la verità con il relativismo narcisista tanto di moda un po ovunque, ma che, anche quando bisogna sapere dire di "no", lo dice nell'ottica della verità-amorosa che "giudica" (cioè illumina e svela) tutti sia chi governa che chi viene governato.
Consapevole che è più facile dire di "si", talvolta, che dire di "no".
Questo principio del potere come servizio è esteso anche in forme più microscopiche di "governo" come quello dell'uomo in quanto marito e padre.
Lo ribadisce chiaramente san Paolo nella lettera agli Efesini al cap 5 che, al contrario di cui talvolta erroneamente si è sentito in giro, non tratta l'argomento in forma parenetica (e quindi suscettibile alla contestualizzazione storica) ma in maniera dogmatico-simbolica.
Ovviamente l'incipit di questa forma di "governo" familiare per San paolo nasce dall'affermazione: "state sottomessi tutti nel Timore di Cristo".
Ed è proprio il Timore di Dio che plasma il "governo", sia in colui che svolge questo servizio sia in coloro che sono chiamati a ricevere la guida.
Nella comunità ecclesiale, in realtà, come abbiamo già detto più volte, anche se è vero che mancano guide nello Spirito (e ne mancano!) e ancora più vero che mancano discepoli.
A nostro parere la vera rivoluzione laica è proprio qui, nel cercare non tanto di essere "protagonisti" nella vita della comunità cristiana (il che è pur necessario) quanto piuttosto in quello di crescere nel Timore di Cristo e nel senso del discepolato.  E' la scelta radicale del cuore.
E' infatti il discepolo che "crea" il maestro o meglio lo "svela", lo suscita, aiuta il pastore a fare il suo ministero di governo-servizio al meglio.
In definitiva il "vero calice" di Cristo da bere per tutti noi cattolici è quello del servizio, inteso non tanto come carità assistenzialistica, ma piuttosto come scelta di essere, ognuno al proprio posto, nel Timore di Dio, da qui nasce ogni forma di servizio secondo la molteplicità dei carismi.. guida, profezia, catechesi, carità, liturgia, missione, ecc
Questo "calice" porta al martirio fino al dono di sé feriale o straordinario, qualunque sia il desiderio dello Spirito Santo. L'importante è che questo timore prenda corpo e cresca in una scelta vocazionale chiara, aperta alla fecondità, sia per i coniugati che per i vergini, sia per coloro che, laici, non hanno scoperto la via della coniugalità.
Il Timore di Dio, infatti, per propria natura, si spegne o si obnubila se non si apre ad una forma di fecondità chiara, qualunque sia lo stato di vita... e spesso, se non vissuto nella "donazione che si fa carne e storia" rischia di spezzare, dentro e fuori di sè, il senso di Chiesa; di amore e di appartenenza ad essa.
Francesca
 
 
Altri spunti
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XXVIII domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
15 Ottobre 2006
 
O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell'uomo, non c'è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno.
 
Il Vangelo
Marco 10,17-30
- In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?".
Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre".
Egli allora gli disse: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza".
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: "Una cosa solo ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi".
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: "Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!".
I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: "Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio!
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio".
Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: "E chi mai si può salvare?".
Ma Gesù, guardandoli, disse: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio". Pietro allora gli disse: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito".
Gesù gli rispose: "In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già nel presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna".-
 
 
Primo Commento
Il cuore del brano evangelico di questa domenica, come del resto quello dell'intero Vangelo, è l'istanza di porsi alla sequela di Cristo; una richiesta che esprime Gesù stesso con la frase "[...] poi, vieni e seguimi" (v. 21).
Ovviamente la scelta di divenire discepolo di Cristo implica sempre, inevitabilmente, anche una relativa rinuncia.
Prima si deve lasciare tutto, poi ci si può porre alla sequela di Cristo: la chenosi di Dio comporta sempre, pur se in modalità del tutto diverse, anche la nostra chenosi.
Nel caso del giovane ricco, la rinuncia equivale alla donazione delle sue ricchezze ai poveri ed anche se questo atto sembra qui riferirsi ai soli beni materiali, in realtà Gesù lo intende riferito a tutta la nostra vita.
La nostra ricchezza non è soltanto materiale, ma è tutto ciò che implica attaccamento ed allontanamento dal fine primario che è Cristo.
Qui ben si adattano le parole di s. Paolo, quando afferma che "per me [...] vivere è Cristo e morire un guadagno" (Fil 1, 21) e che fanno eco a quanto lo stesso Gesù afferma all'interno della presente pericope nella massima:
"E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli" (v. 25).
A questa espressione i discepoli rimangono estremamente stupefatti, infatti capiscono bene quanto sia arduo non solo staccarsi dagli oggetti materiali, ma probabilmente ancor più arduo allontanarsi dai propri atteggiamenti, comportamenti, idee e quant'altro.
In questo senso siamo tutti ricchi, nessuno escluso, ed anche se facciamo di tutto per rispettare i comandamenti, alla fine ci manca dell'altro, ovvero saper rinunziare alle nostre ricchezze, cedendo il nostro sguardo su chi non possiede nulla, su chi è vuoto ed abbandonato, su chi non ha conosciuto Cristo ed è magari sicuro ed affermato nei propri beni materiali, ma incapace di donarsi al prossimo e di rinunciare a se stesso.
Certamente, attraversare la cruna di un ago è un'impresa impossibile, ma Gesù subito aggiunge che quanto è impossibile agli uomini risulta sempre possibile a Dio (cf. v. 27).
E questa possibilità è la grazia offerta dalla misericordia di Dio, questa misericordia è ciò che hanno ricevuto i suoi discepoli, essa, infatti, vale "cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi", ma aggiunge ancora Gesù, "insieme a persecuzioni e nel futuro la vita eterna" (v. 30).
Rinunziare alle proprie ricchezze è sempre una forma di persecuzione, non necessariamente fisica, ma questa rinuncia ci consente di ricevere la grazia della misericordia e con quest'ultima la meta di ogni fedele, ovvero la salvezza.
Passare attraverso l'occhiello dell'ago è quindi possibile, ma questo passaggio necessita del nostro apporto che proviene dalla fede.
E qui sorge la ricorrente domanda: quanto riusciamo ad avere fede?
Milko G.
 
 
Secondo Commento
Gesù si mette in viaggio, quando una persona gli corre incontro e si mette in ginocchio davanti ai suoi piedi: ha bisogno di porgli una domanda, per lui molto importante; lo prega di rispondere: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?"
Quest'uomo, che poi vedremo essere ricco, desidera entrare nel regno dei cieli e chiede a Gesù di insegnargli la via:
è questo il modo giusto per iniziare.
Gesù allora gli ricorda i comandamenti di Dio, ma l'uomo non solo ha ascoltato Dio, ha messo in pratica le sue leggi, ed è a questo punto che Gesù fissatolo lo amò e gli propone un passaggio ulteriore:
"Una cosa sola ti manca: va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi".
Qui il cammino dell'uomo ricco incontra una battuta d'arresto e la parola dice che questi se ne andò triste, afflitto, poiché aveva molti beni.
Si rattrista perché ha fissato più il suo sguardo sulla proposta di Gesù che non sull'amore che gli ha dimostrato ed offerto.
Non è mancato il desiderio, la volontà perché ha corso e si è inginocchiato per sapere cosa avrebbe dovuto fare: è mancata la fede e la capacità di saper ascoltare ciò che Gesù gli proponeva: una parola d'amore.
Gesù non gli chiedeva di dare un taglio alla sua vita, ma di permettergli di arricchirla con il suo amore;
Egli voleva renderlo veramente ricco,
voleva aprire i suoi occhi e svelargli che la sua ricchezza in verità altro non era che una mancanza.
Gesù va oltre; l'uomo ricco gli chiede di poter entrare fin d'ora nella vita eterna, Gesù gli offre di vivere nella sua intimità: "Vieni e seguimi".
L'uomo chiede cosa deve fare per avere la vita eterna ma non sa di averla davanti ai suoi occhi, un po' come accade alla Samaritana quando parlando con Gesù dice: "So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa".
Le dice Gesù: "Sono io, che ti parlo". (Gv 4,25-26), ma è sempre Giovanni che ci fa ancora più luce: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo." (Gv 17,3).
Gesù stesso è la vita eterna che il ricco sta cercando ma non se ne accorge perché il suo cuore è attaccato ai beni del mondo.
Le nostre ricchezze, (non solo il denaro ma anche i nostri pensieri, i nostri progetti, i nostri desideri, i nostri passatempi, le nostre letture, etc.) non sono di per sé un male, il problema nasce nel momento in cui vi attacchiamo il cuore a tal punto da diventarne schiavi.
Diventano veri e propri idoli che comandano la nostra vita!
E' la nostra "ricchezza" che ci impedisce di camminare e di avere una fede totale in Gesù e di capire che la sua è essenzialmente una proposta d'amore.
E' la nostra "ricchezza" che ci impedisce di ascoltare cosa il Signore dice al nostro cuore e di seguire poi la sua parola. Dio vuole farci sì ricchi, ma della vera ricchezza che è conoscere, seguire, amare e vivere in intimità con suo Figlio! Gesù riconosce che questo distacco è difficile: "Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!", ma ci offre anche il mezzo per operarlo: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio".
Questa è la grande soluzione, questa è la immensa speranza!
Il rimedio non è nella nostra forza, nei nostri tentativi, ma nell'aprirsi all'azione di Dio.
Non possiamo riuscirci da soli ma è Dio stesso che vi riesce in noi se abbiamo fede in Lui. Solo la grazia di Dio può rendere possibile ciò che è umanamente impossibile!
L'ultima parola del Vangelo di oggi è anche l'ultima parola dell'Angelo a Maria: "Niente è impossibile a Dio".
Il Signore ci offre nel nostro cammino di fede l'esempio della nostra amatissima mamma celeste la quale ascolta la parola di Dio e lo fa nella sua povertà, nella sua umiltà e vi aderisce completamente.
Ella ha la capacità di essere estremamente mansueta di fronte alla parola di Dio ed ecco perché riesce a scorgere nel messaggio dell'Angelo la sua presenza e il suo amore di Padre al punto che anche lei percepisce e sente su di sé, in quel momento, lo sguardo d'amore di Dio che la fissa e la ama.
Non ha più paura di perdere nulla perché di fronte a quell'amore nulla ha da perdere, ma tutto da guadagnare.
Sa aderire a quel progetto meraviglioso che Dio ha in serbo per lei perché crede pienamente nelle parole dell'Angelo: "Niente è impossibile a Dio".
Concludiamo dicendo che la cosa fondamentale non è sforzarsi o mettere in atto chissà quale opera di spogliamento, questa semmai è una necessaria conseguenza.
Innanzi tutto dobbiamo aderire con la nostra volontà al regno di Dio, al Suo progetto su di noi, ma l'essenziale è ascoltare Dio, essere docili a Lui nella fede e camminare pienamente fiduciosi ed abbandonati alla sua volontà lasciandoci guidare sulla strada che il Padre ci ha indicato.
Dobbiamo chiedere allo Spirito Santo di imprimere nel nostro cuore due parole: anche io e mia moglie ci appelliamo ad esse quando viviamo momenti di prova e difficoltà: "Tutto posso in colui che mi dà forza" e "Nulla è impossibile a Dio". Che il balsamo ed il profumo di queste parole possano scendere nei nostri cuori e farci avere quella vita eterna che è Gesù stesso: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo." Amen.
Alberto e Morena  Ridolfi
 
Altri spunti
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XXVII domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
8 Ottobre 2006
 
Dio, che hai creato l'uomo e la donna, perché i due siano una vita sola, principio dell'armonia libera e necessaria che si realizza nell'amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele, perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito.
 
Il Vangelo
Marco 10,2-16
- In quel tempo, avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: "È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?". Ma egli rispose loro: "Che cosa vi ha ordinato Mosè?".
Dissero: "Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla".
Gesù disse loro: "Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto".
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento.
Ed egli disse: "Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio".
Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: "Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso".
E prendendoli fra le braccia e imponendo loro le mani li benediceva. -
 
 
Il Commento
Oggi la liturgia ci presenta il vangelo di Marco sia nella forma breve che in quella più estesa.
Data l'importanza del tema che viene trattato in quella breve, ci soffermeremo esclusivamente su questa.
Il brano inizia mettendo in luce come i farisei, gli esperti della legge di Dio, vollero mettere alla prova Gesù.
Lo fecero utilizzando un argomento abbastanza delicato, pensando che Gesù si mettesse in contrapposizione con le norme mosaiche; egli infatti risponde loro con un'altra domanda, facendo dare a loro stessi la risposta:
"Che cosa vi ha ordinato Mosè?".
Li mette in luce, li porta allo scoperto, li fa cadere nel loro stesso tranello svelando la malafede del loro cuore: "Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma".
Per quanto fossero esperti della legge di Dio, non riuscivano più a capire il senso e l'importanza che il Signore attribuiva all'amore tra un uomo ed una donna.
Per questo, persino la legge di Mosè, interpretata male, poteva dare adito a fraintendimenti.
Gesù non ha paura di riportare alla luce il significato originario dell'amore sponsale.
Cosa può dire questa parola a noi oggi? Fedeltà, felicità, amore.
Su queste tre parole cercheremo di analizzare il messaggio che scaturisce da questo brano.
La fedeltà nel matrimonio è un desiderio di Dio!
Oggi siamo tutti troppo abituati a concepire l'amore in maniera troppo naturale e troppo "inficiato" da propri interessi. L'amore è sicuramente un insieme di interessi propri e generosità, ecco perché è necessario educare il "nostro amore" ad essere sempre più fedele e gratuito.
L'unione vera nel matrimonio non può fondarsi sulla passione e sull'incostanza dei sentimenti.
Per usare un modo di dire: "L'amore vero non è quello dei baci Perugina!"
Ecco perché vi è vera unione solo nella fedeltà!
Non è amore la ricerca della propria felicità, come non lo è la ricerca della soddisfazione personale, dell'istinto sessuale. Le rotture nel matrimonio avvengono sempre quando si pensa di trovare altrove sia la felicità, che la propria realizzazione sessuale-affettiva.
Non illudiamoci!
Amare non è sempre piacevole, e non è vero che quando è difficile farlo significa che non ci si ama più!
Gesù implicitamente insegna che l'amore porta con sé sacrificio, capacità di sopportare l'altro.
La regola di Dio è molto chiara, Egli ha stabilito l'indissolubilità del matrimonio e quindi ci ricorda che: "I due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne."
L'uomo fa proprio questo progetto divino quando non cerca tanto la propria felicità e le proprie soddisfazioni, ma la felicità dell'altro anche a costo della propria libera abnegazione.
In amore vince chi muore: è il chicco di grano che caduto in terra muore che porta molto frutto.
Bisogna assolutamente saper morire a se stessi per permettere all'amore di trionfare nell'unione matrimoniale.
Questo è uno sforzo reciproco dell'uomo e della donna, ma da vivere in assoluta gratuità anche se con tempistiche ovviamente diverse: Dio non farà mai mancare la sua grazia e il suo Santo Spirito!
Ciò che Dio ha congiunto non sarà mai separato!
Questo non è solo un comando divino ma un dono da parte di Dio, una promessa che Lui realizza in noi e con la quale protegge tutti i matrimoni da ogni tipo di male che porterebbe alla vanificazione del dono del sacramento stesso.
 
Alberto e Morena  Ridolfi
 
 
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Solennità di San Francesco e XXVI domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
4 Ottobre 2006 e 1 Ottobre 2006
O Dio, che in san Francesco d'Assisi, povero e umile, hai offerto alla tua Chiesa una viva immagine del Cristo, concedi anche a noi di seguire il tuo Figlio nella via del Vangelo e di unirci a te in carità e letizia.
 
Il Vangelo
Matteo 11,25-30
- In quel tempo, Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero". -
 
Il Commento
Prendete il mio giogo.
Come si sa il "giogo" è quel particolare attrezzo che si mette sopra i buoi per guidarli nell'arare il campo.
Il giogo è qualcosa che non solo ti tiene fermo, ma ti fa fissare lo sguardo davanti verso un progetto, verso una meta. Infatti gli sposi si chiamano anche coniugi proprio perchè portano assieme lo stesso giogo.
Quello della chiamata alla santità attraverso il "progetto famiglia" nella gioia e nella fecondità di Cristo.
Prendere il "giogo di Gesù'' allora vuol dire sia guardare le cose come le guarda Lui e dove le guarda Lui, ma anche intimità coniugale con Lui.
Condivisione, intimità, cammino assieme, ribaltamento delle nostre piccole prospettive. Gesù provoca all'intimità.
Questo Francesco lo aveva capito molto bene.
Avevo colto che il Cristianesimo è sponsalità con Gesù per essere piccoli figli come Lui, del Padre.
Aveva colto l'essenza dello sguardo assieme verso orizzonti più grandi, molto più grandi dei piccoli, meschini e spesso narcisistici progetti che ci portiamo nel cuore.
Aveva ben compreso che nell'umile sequela di/con Cristo c'è il ristoro perché non si punta su ciò che si fa ma nello stare con Lui ed essere, con i fratelli e le sorelle, Chiesa.
Per questo Francesco è stato ed è il povero, l'amante della natura, il santo del perdono, il minore, il cantore della gioia nella croce, lo stigmatizzato e tanto altro ancora che non basta una piccola riflessione a narrare.
Egli, Francesco, ha scoperto la perla: l'essere coniuge di Cristo e coniuge della Chiesa.
Per questo è stato definito Alter Christus. Dall'intimità di Francesco con Gesù nasce un fiume perenne di meraviglia e di scoperta di ciò che la creatura può essere se veramente accoglie e desidera essere coniuge di Cristo e della Chiesa.
Francesca
 
Il Commento di Don Luciano
"PICCOLANTE & RISTORANTE"
Potremmo riassumere in questi due termini l'identità che il Vangelo di oggi riferisce a questo Santo, che nella sua sequela della luce cristica ci illumina nel cammino con una nuova attenzione, revisione, visione e tensione.
"Piccolante": Francesco non è solo piccolo di spirito (saremmo subito tentati di dire: lui è un santo, noi no), ma è soprattutto un piccolante: uno cioè che fa dell'essere e del fare il piccolo un atteggiamento sempre nuovo, un movimento della mente, del cuore e dell'animo che si appassionano e vivono questo modo di amare, di coniugare cioè il sé con l'Altro: piccolando.
L'essere piccolo non è per lui allora solo una meta del cammino spirituale personale (per essere santo), ma è il modo più concreto (proprio perché è un esercizio) e più profondo (perché ottiene l'unione sponsale tra sé e l'Altro) per raggiungere il meglio, l'ottimo e il massimo della vita, che in una espressione di fede potremmo raccogliere come 'la luce cristica'.
In Francesco si condensa e si racchiude in piccolo lo spunto per il movimento universale: che vale e vive dappertutto e per tutti. Ecco perché l'invito a tendere, a fare e ad essere piccolo è luce anzitutto cristica, riflessa poi nella vita francescana, e invito per noi a farne il nostro esercizio quotidiano di crescita.
"Ristorante": Francesco non è solo da guardare, ma - proprio come una mamma lo dice al suo bambino che ella ama enormemente - da 'mangiare': da assimilare, da ricevere in noi come alimento e vitamina del cuore, dell'anima e della mente.
Francesco, immagine eucaristica per eccellenza, è proprio come questo Sacramento, un sacramento ristoratore: ristorante della fede, specie oggi, per noi affaticati e stanchi, desiderosi di cibarci e di ricevere energie nuove per un lavorìo nuovo, che ci guidi come giogo dolce e leggero nell'anima.
Allora anche noi, così ristorati e a nostra volta ristoranti gli altri, lavoreremo con gioia, con amore e con passione, prendendoci a cuore questo giogo nuovo e rinnovante del Regno, dove Francesco, il giullare di Dio, ci fa da guida, da revisione e da verifica gioiosa e serena nell'avventura della vita. Francesco ci ricorda anche che il suo cibo non è umano e umanizzato, ma entra nel ristorante della comunità ecclesiale, creando e assimilando coloro che si fidano di questa proposta in un unico atteggiamento: ricevere e condividere il dono, e farci a nostra volta dono, segni francescani illuminati da quella luce divina che nell'uomo crocifisso di oggi e nelle fatiche del vivere quotidiano possono essere continuazione del Cristo piccolante e ristorante l'umanità.
 
Altri spunti
La santità come desatellizzazione
Il Cristiano coniuge di Cristo
Scritti Francescani


 
- XXVI  domenica del tempo ordinario (Anno B) -       
 
O Dio, tu non privasti mai il tuo popolo della voce dei profeti; effondi il tuo Spirito sul nuovo Israele, perché ogni uomo sia ricco del tuo dono, e a tutti i popoli della terra siano annunziate le meraviglie del tuo amore.
 
Il Vangelo
Marco 9,38-43.45.47-48
- In quel tempo, Giovanni rispose a Gesù dicendo: "Maestro, abbiamo visto uno che cacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri".
Ma Gesù disse: "Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me.
Chi non è contro di noi, è per noi.
Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, sarebbe meglio per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare.
Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile.
Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna.
Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue". -
 
 
Il Commento
"Se la tua mano ti scandalizza, tagliala"
Lo scandalo non è il peccato, per certi versi è qualcosa di peggio.
Scandalo vuol dire inciampare e procurare inciampo nel cammino del fratello.
Tutte le condizioni esterne ed interne che ci fanno prossimi alla caduta e al peccato e che possono far peccare il fratello sono uno scandalo.
Le condizioni più pericolose non sono quelle più blasonate ma soprattutto quelle ideologiche, cioè tutte quelle che ci allontanano dal pensiero di Cristo e dalla sapienza. Questo perché distorcono, spesso in maniera quasi definitiva, i nostri occhi da Gesù e non ci fanno guardare la realtà con i suoi occhi.
Viviamo in questi giorni lo scandalo di Mons. Milingo il quale è ben più grave del peccato in sé di questo nostro fratello. Il peccato ci muove a misericordia e alla preghiera e all'astensione dal giudizio del cuore di questo nostro fratello vescovo. Ma ci deve essere, anche per rispetto di Mons. Milingo, la capacità per discernere ed evitare lo scandalo, l'inciampo.
Su questo siamo chiamati, nella parola di Gesù, ad essere fermi e pronti.
Non si può chiamare bene il male e male il bene ma occorre guardare le cose sempre con sapienza.
Le innumerevoli concessioni "benevoli", buoniste e malsane che facciamo quotidianamente al nostro cuore dal punto di vista ideologico inquinano la nostra visione della realtà come essa ci si presenta; sia quella che riguarda noi stessi, sia quella che riguarda la vita sociale, sia quella che riguarda la vita politica e le scelte di valore.
Meno si è fermi e meno "si taglia" con ciò che ci fa "inciampare" e meno si affina la nostra capacità di discernimento sulle situazioni.
Anzi sempre più ci si "imbarbarisce" e ci si disumanizza. 
A questo punta il mercato dei consumi: nel renderci sempre meno capaci di ragionare con il cuore di Cristo e a dissiparci in tante piccole miserie e vanità; magari con la convinzione di servire Dio.
Ecco allora che abbiamo cattolici conviventi con categorie che bestemmiano il Cristo come la magia, la superstizione e la divinazione; 
abbiamo cattolici che "credono" nella re-incarnazione;
abbiamo cattolici che nella vita politica e sociale fanno concessioni ad una cultura della morte, dell'infanticidio e dell'eutanasia.
Abbiamo cattolici che non rispettano il magistero del Papa e degli apostoli.
Abbiamo cattolici che non sono innamorati della Chiesa, ma piuttosto di una Chiesa ideale che è nei loro sogni e desideri confusi dallo scandalo del proprio cuore; tanto occupati a curare il proprio narcisistico orticello.
Abbiamo cattolici che all'interno delle comunità,  lottano contro i propri fratelli che hanno un altro carisma perché ritengono il proprio il migliore e l'unico benedetto da Dio.
Tutto questo è scandalo. Proprio perché procura la divisione dentro noi stessi e con la Sapienza che viene da Dio. Spacca la Chiesa e la comunità.
Mormorazioni, avidità, gelosia, brama di possedere diventano le fondamenta di uno scandalo e di un inciampo continuo per la nostra e l'altrui conversione.
Tagliare con la propria parte malata può sembrare duro ma è la via più immediata e più feconda per la sanità del cuore, del giudizio e del nostro essere presenza viva nella storia.
Si cammina di "taglio in taglio", di scelta in scelta. Tutto pur di avere il "pensiero di Cristo" in noi.
E' proprio dello Spirito Santo dare la capacità di misericordia e di taglio nel contempo verso una situazione.
E' lui che guida alla scelta, piccola o grande; è Lui che cura la piaga.
E' Lui che dona fortezza e Sapienza.
Invochiamolo senza stancarci per avere gli occhi amorosi e la fortezza di Cristo in ogni situazione.
 
 
Altri spunti
 
" Il regno e la conversione
" Accogliere il dono della persona Cristo
" Gratia supponit naturam
" La conversione come "successo" nella vita
" Incontro con i rappresentati della scienza - università di Regensburg - discorso del Santo Padre
" Tu sei Pietro
" Il dono del Timor di Dio
" La superbia
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
" Fides et Ratio
 
 
 
 
XXV domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
24 Settembre 2006
 
 
O Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall'alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve.
 
Il Vangelo
Marco 9,30-37
- In quel tempo, Gesù e i discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.
Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: "Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà".
Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni. Giunsero intanto a Cafarnao.
E quando fu in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?".
Ed essi tacevano.
Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti".
E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: "Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato". -
 
 
Il Commento
"Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti"
Francesco di Assisi, il santo della minorità, aveva ben compreso che l'essere "minore" è una condizione dinamica non statica. C'è sempre qualcuno di cui essere minore, servo.
Non si smette mai di cercare l'ultimo posto.
Si arriva a questa condizione del cuore coltivando non atteggiamenti finto-poveri o finto-umili che nascondono, di solito, una superbia più grande ed una patologia del cuore, ma coltivando l'infanzia spirituale.
Di cosa è armato il bambino? In genere di due cose; della propria innocenza e dell'amore di papà e mamma.
Francesco era così. Un infante nello Spirito armato dell'amore di Dio e della verità che procede dalla comunione con Lui. Per questo Francesco ha potuto amare i fratelli, anche fratello lupo; ha potuto riconciliarsi con la creazione, ha potuto affermare sempre in condizioni opportune ed inopportune la verità.
Per questo Francesco è stato il santo della perfetta letizia e del perdono.
Per questo è stato uomo di pace e combattente per Cristo.
Tutto nasce dal suo essere bambino e non infantile. Attaccato a Dio solo sopra ogni cosa.
Per questo si è spogliato e si è fatto lebbroso con i lebbrosi.
Francesco è un gigante della cristianità.
E come tutti i grandi uomini della cristianità viene tirato "per la giacchetta" un po da tutti, dai pacifisti, dalla sinistra, dalla destra, dagli animalisti, dai conservatori e dai progressisti.
Tuttavia lo si comprende solo nella sua ricerca di piacere a Dio solo senza compromessi e nella continua ricerca di essere minore, ultimo, servo, disarmato.
Sono tante le pagine bellissime della vita di Francesco e straordinari gli scritti che egli ci ha lasciato.
In un certo senso profetici per l'umanità ma anche per la Chiesa.
Per l'autocoscienza sempre in cammino della Chiesa di essere "serva" di Dio e degli uomini senza annacquamenti della Verità del Vangelo.
Il santo Padre Benedetto XVI in questi giorni, provato dalla violenza mediatica e da quella dell'ignoranza è stato un po un bambino, evangelicamente parlando; forte nella verità ma disarmato dei mezzi umani e della solidarietà dei potenti della terra.
Una vera benedizione questa.
Una prova che rivela molte cose sia del cammino verso la libertà dell'uomo sia della meschinità delle classi di "potere".
Un momento importante per la santificazione di Don Joseph e per la sua testimonianza di servo dei servi di Dio.
Un momento di minorità prezioso che lo ha conformato ancora di più a Gesù servo degli uomini e servo della Verità.
Dobbiamo essere grati a Dio grandemente per questo santo Papa che Egli ci ha donato come guida con tale umile spirito della Chiesa.
Come Cristo, come Francesco il Papa non smette di far tuonare il vangelo con la mitezza dei bambini che sono forti dell'innocenza che nasce dallo Spirito e dall'Amore del Padre.
L'augurio è che tutti i pastori della Chiesa possono calcare queste "orme" del servizio e della testimonianza disarmata della verità, ma senza sconti, fino in fondo. Senza compromessi, buonismi o inutili rigidità.
L'augurio è che ciascuno di noi possa essere minore, servo, a cominciare dalla propria casa.
 
 
Altri spunti
 
" Incontro con i rappresentati della scienza - università di Regensburg - discorso del Santo Padre
" Tu sei Pietro
" Il dono del Timor di Dio
" La superbia
" Legenda Maggiore di San Bonaventura da Bagnoregio su San Francesco di Assisi
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
" Fides et Ratio

 
 
 
XXIV domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
17 Settembre 2006
 
O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore, e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla.
 
Il Vangelo
Marco 8,27-35
- In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: "Chi dice la gente che io sia?".
Ed essi gli risposero: "Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti".
Ma egli replicò: "E voi chi dite che io sia?".
Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo".
E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.
E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare.
Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: "Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini".
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà". -
 
 
Il Commento
Rinnegare se stessi…
Difficile da digerire nell'era dell'individualismo eretto a sistema.
Non c'è giornata, occasione, situazione contingente nella quale non ci capita di imbatterci in eccessi di protagonismo, smania di apparire.
Siamo nel mondo dell'immagine: televisione, moda, cinema ci invitano tutti i giorni a metterci al centro del palcoscenico, indossare i costumi di scena e cominciare la nostra recita quotidiana.
Recita nella quale la parola d'ordine è una sola: mostrarsi convincenti e vincenti.
Allora, va' da sé, prepotenza, arroganza, concorrenza sleale diventano i compagni di avventura in questo viaggio verso l'affermazione del sé.
Come rispondere allora oggi, realisticamente, a questo invito di Gesù?
Siamo in grado di credere fino in fondo che dovremmo essere amati per quello che siamo e non per quello che sembriamo?
Ma a questa prima richiesta Gesù ne fa seguire una seconda: prendere la propria croce e seguirlo sulla via del calvario. E qui ci risiamo: la società occidentale oggi ha smarrito il senso del dolore.
Ci preoccupiamo della nostra salute, del benessere economico in maniera spasmodica e continua.
Anche i vecchi adagi popolari sono stati riadattati a questa illusione che ci fa pensare che "quando c'è la salute, c'è tutto".
Come si è ridotto lo spazio del "tutto" nell'idea che la nostra vita biologica possa essere dilatata a dismisura e che il tutto dipende da noi…
Il Signore invece, oggi, ci ricorda che la croce, il sacrificio, la sofferenza sono parte ineliminabile della nostra vita e che queste realtà acquistano senso solo se riferite a Lui.
Se vogliamo metterci al suo seguito dobbiamo incominciare a decentrarci da noi stessi, a rinnegare quella parte di noi che pensa di bastare a se stessa.
 
Paolo Aragona
www.paoloaragona.com
 
 
Altri spunti
 
" La stoltezza del realista
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XXIII domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
10 Settembre 2006
 
O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie.
 
Il Vangelo
Marco 7,31-37
- In quel tempo, Gesù, di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidóne, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decapoli.
E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano.
E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: "Effatà", cioè: "Apriti!".
E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno.
Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano:
"Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!". -
 
 
Il Commento
"Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!"
Come vi è differenza tra sentire ed ascoltare così vi è differenza tra parlare di Gesù e annunciarlo in Spirito e potenza.
Spesso sentiamo, raramente ascoltiamo (ed è un torto che facciamo anzitutto a noi stessi). Ascoltare nella Sacra Scrittura non è solo sentire le parole di Dio e meditarle ma dare loro spazio  fino in fondo nel nostro cuore e nelle nostre scelte perchè siano carne. Risuona forte ciò che disse il popolo a Dio per mezzo di Giosuè. "quello che Dio ha detto lo faremo e poi lo capiremo". Nell'amore infatti il comprendere non è necessario sempre prima dell'agire ma si comprende agendo. Ecco perchè ogni forma di razionalizzazione del messaggio di Gesù è la chiave sbagliata e tutto sommato infantile con cui cerchiamo di comprendere Dio e noi stessi.
E' infatti nella fiducia amorosa che facciamo le più importanti scoperte della nostra vita, anche umanamente.
Proprio per questo l'autorevolezza non si basa soltanto su argomenti  di ragione ma soprattutto su argomenti che prendono corpo e che diventano esperienza. L'esperienza infatti è una compagnia e non un idea, l'esperienza di Cristo è un fatto. Proprio su questo fatto apostolico si basa la nostra fiducia amorosa. Questo fatto è così vero e così potente che si ripete e si attualizza ora nella vita di colui che ascolta. Pertanto colui che crede, al pari degli apostoli e per mezzo degli apostoli e dei loro successori, rende attuale per sé come per loro la compagnia del Risorto. Questa è la nostra fede e questa è la fede della Chiesa, un'esperienza, un "effatà", un apriti di orecchie, mente e cuore per vedere ciò che è essenziale. Per vivere di ascolto e per annunciare (con la parola o con il silenzio, con la salute o la malattia, con la potenza o l'impotenza) che Cristo è il Signore. Chi ne ha fatto esperienza lo sa e non può tacere; qui sta la nostra gioia, il nostro martirio e la nostra evangelizzazione.
Egli, infatti, con al Sua dolce Signoria si mette al servizio dell'uomo perchè l'uomo sia e permanga nella gioia.
Quella vera e sostanziosa che non può essere comprata o venduta in nessuna forma di baratto ma che è dono gratuito della mano di Cristo che tocca i tuoi occhi ciechi e le tue sorde orecchie.
 
 
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" La Resurrezione fonte di gioia
" L'obbedienza
" Veritatis splendor
" Il peccato originale e l'arte di non ascoltare
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
" La grazia suppone la natura
" Alcuni aspetti della Chiesa come comunione

 
 
XXII domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
3 Settembre 2006
 
 
Guarda, o Padre, il popolo cristiano radunato nel giorno memoriale della Pasqua, e fa' che la lode delle nostre labbra risuoni nella profondità del cuore: la tua parola seminata in noi santifichi e rinnovi tutta la nostra vita.
 
Il Vangelo
Marco 7,1-8. 14-15. 21-23
- In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame -, quei farisei e scribi lo interrogarono: "Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?".
Ed egli rispose loro: "Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: ''Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini''.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini".
Chiamata di nuovo la folla, Gesù diceva loro: "Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo.
Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.
Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo". -
 
 
Il Commento
"Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini".
I detrattori della Chiesa, utilizzano volentieri questa pericope per ricordare che ciò che dice la Chiesa come gerarchia e come istituzione, ossia il suo magistero, è cosa di uomini e pertanto bisogna ubbidire alla propria coscienza.
Magari fanno cappello a questa pericope dicendo che "bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini" (At. 5,29).
In questo caso e anche nell'altra pericope non ci poteva essere inganno più sottile per i "sempre adolescenti" della religione.
Non solo queste pericope vengono male interpretate ma c'è un che di satanico in questa interpretazione distorta che veramente indurisce il cuore.
In genere costoro non hanno fatto veramente mai un'esperienza di Chiesa né delle parole e dell'essere di Gesù sull'autorità e si rifanno, piuttosto alle proprie problematiche di rapporto con la figura genitoriale paterna (spesso nascoste e sotterranee).. per cui tutto ciò che è istituzione è vincolo e oppressione.
Dietro tante ribellioni, contestazioni, laici e clerici dissociati e del dissenso, si nascondo problematicità tanto quanto coloro che sono ossequianti e "lecchinosamente" sdraiati davanti ad ogni forma di istituzione.
In effetti fa veramente "stile" non avere senso di appartenenza e criticare dall'esterno.
E' una difesa psichica per prendere le distanze poiché si ha un "io" fragile.
Di fatto solo chi ha una struttura sana in maniera accettabile nei confronti delle figure genitoriali riesce ad obbedire evangelicamente, questa guarigione del cuore va perseguita costantemente, perché tutti siamo in cammino.
Ci auguriamo che ben presto l'umanità recuperi l'indispensabile figura paterna che assieme a quella materna è necessaria per un sano sviluppo pisco-spirtuale.
L'appello alla coscienza qui non ha proprio senso in quanto il magistero non è altro che l'attualizzazione incarnata di ciò che Cristo ha consegnato agli apostoli, l'inganno è prescindere da questa consegna-traditio per fare il "porco comodo proprio".
Gesù infatti ribadendo l'importanza di avere un cuore puro non attacca solo i formalisti, bacchettoni e bigotti ma, anche coloro, che in nome dell'omnia munda mundis obbediscono alla zona oscura della propria coscienza e se ne fanno un vanto. Non accorgendosi di essere feriti di quella stessa ferita che combattono, cioè la durezza di cuore.
Infatti con questa pericope Gesù non da il primato della coscienza sulla legge, ma piuttosto ricorda che la la legge che viene da Dio ("il comandamento di Dio" - e che quindi non sono dottrine di uomini) illumina e purifica la coscienza la quale, educata e purificata da Dio stesso (e con la consegna-traditio che Egli ha dato agli uomini), può nel tempo migliorare il proprio discernimento e la propria coscienza ecclesiale.
Di fatto non sono solo i formalisti che "trascurano il comandamento di Dio e osservano i precetti degli uomini" ma anche i "cattolici" del dissenso che sposano, più o meno totalmente, più o meno consapevolmente, la mentalità del mondo. Poco importa se essa ha una parvenza di libertà e di anticonformismo, essa non è altro, come il formalismo e il conformismo, un modo tutto umano di piegare Dio alle proprie concupiscenze, magari mascherate da avanguardia.
Il cuore puro porta ad una vera obbedienza e la vera obbedienza porta ad un cuore puro; così ci insegnano i nostri amici i santi i quali hanno sempre amato e sofferto nella Chiesa e per la Chiesa per amore di Cristo.
 
Altri spunti
 
" L'obbedienza
" Veritatis splendor
" Il peccato originale e l'arte di non ascoltare
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
" La grazia suppone la natura
" Alcuni aspetti della Chiesa come comunione

 
 
 
 
XXI domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
27 Agosto 2006
 
O Dio nostra salvezza, che in Cristo tua parola eterna ci dai la rivelazione piena del tuo amore, guida con la luce dello Spirito questa santa assemblea del tuo popolo, perché nessuna parola umana ci allontani da te unica fonte di verità e di vita.
 
Il Vangelo
Giovanni 6, 60-69 - In quel tempo, molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?".
Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: "Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima?
È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita.
Ma vi sono alcuni tra voi che non credono". Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito.
E continuò: "Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio".
Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene?".
Gli rispose Simon Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;
noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio". -
 
 
Il Commento
Le parole dell'ultimo versetto di questo brano (v. 69) danno senso a tutto quanto precede.
Solo Cristo ha il potere di donare la vita eterna e, come fa notare Pietro, essa ci è concessa ascoltando e mettendo in pratica il messaggio di Gesù.
La carne, intesa come mera fisicità e anche come l'uomo vecchio (duro ed incapace di comprendere lo Spirito), è un ausilio temporaneo ed in questa vita ci consente di anticipare e concretizzare il regno di Dio, ma solo a patto di avere fede nel "Santo di Dio".  Solo qui la "carne" diventa luogo di presenza del trascendente e si incammina verso quella trasfigurazione per cui essa ci è donata.
Le parole di Gesù sono dure perché assolutamente chiare nella loro laconicità, secche, non vanno interpretate, bensì messe in pratica.
Ed è proprio il fatto che debbano essere messe in atto a renderle dure; senza lo Spirito di Cristo in noi non è possibile mettere in pratica le parole di Cristo, una fede superficiale non basta, occorre una fede matura.
L'evangelista Giovanni in questa "dura" pericope ci invita a maturare la nostra fede, "praticando" assiduamente Gesù, prestando fede alle sue parole e ponendoci con umiltà e costanza alla sua sequela.
 
Milko G.
 
Altri spunti
 
" Redemptionis Sacramentum
" Prendete, questo è il mio corpo
" Fate questo in memoria di me
" Il corpo del Signore
" Il peccato originale e l'arte di non ascoltare
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
" La grazia suppone la natura

 
 
 
XX domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
20 Agosto 2006
 
 
O Dio della vita, che in questo giorno santo ci fai tuoi amici e commensali, guarda la tua Chiesa che canta nel tempo la beata speranza della risurrezione finale, e donaci la certezza di partecipare al festoso banchetto del tuo regno.
 
Il Vangelo
Giovanni 6, 51-58 - In quel tempo, Gesù disse alla folla: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo".
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?".
Gesù disse: "In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono.
Chi mangia questo pane vivrà in eterno". -
 
 
Il Commento
"Colui che mangia di me vivrà per me".
Non solo mangiare è necessario ma ciò che mangiamo rivela il nostro stato di salute.
Nell'antropologia cristiana Cristocentrica tutto è stato fatto in vista di Lui, cioè in vista del figlio.
Pertanto non solo Gesù sceglie il gesto del mangiare e dell'assimilazione per parlare della realtà trascendente della "cristificazione" dell'uomo.. ma potremmo dire che questi gesti biologici sono stati creati in vista di una realtà di comunione radicale e profonda che Dio in Cristo voleva annunciarci e regalarci.
L'accusa di antropofagia fatta ai primi cristiani dai pagani è frutto della durezza di cuore dell'uomo dopo il peccato e anche del veleno scimmiottatore di satana che disordina la mente, il cuore e la storia dell'uomo.
In principio però non era così.
I simboli naturali, anche biologici sono stati donati all'uomo per significare una realtà più grande di comunione ed intimità con Dio.
Così il mangiare, il respirare, la sessualità, il rapporto con il creato, il rapporto con se stessi, ecc.. tutte le dimensioni dell'uomo sono state create per la vita, la fecondità in vista del bene più grande e compiuto della trasfigurazione in Cristo.
L'Eucarestia non è solo realtà e dono reale di Cristo nell'apparenza delle specie del pane e del vino ma il luogo, la "dimora" in cui Cristo vuole rendersi "più intimo dell'intimità stessa" con noi e con ciascuno di noi.
Proprio per questo l'Eucarestia non può non trasformare. Proprio per questo i suoi ascoltatori, poveri di intimità pura e scevra di concupiscenza, non comprendono.
L'esempio simbolico fornito da alcuni "santi" che si sono nutriti per un lungo periodo di sola Eucarestia la dice lunga in proposito.
Una sola è la cosa di cui c'è veramente bisogno: Cristo e l'intimità con Lui, il resto, pur importante sia nella sfera biologica, relazionale, psichica è figura, pre-figurazione, caparra di questa intimità perfetta a cui ogni uomo è chiamato.
Forse sarebbe il caso di rivalutare il silenzio durante l'Eucarestia nelle nostre celebrazioni, almeno di tanto in tanto.
Infatti nel chiasso di alcuni canti fatti perché si "devono" fare si è persa anche la dimensione della coralità ed è rimasta solo la dimensione della superficialità e del "supermercato eucaristico".. che certo è ben lontano da quel cammino di trasfigurazione personale e comunitario a cui siamo chiamati in Gesù Eucarestia.
 
Francesca
 
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" Redemptionis Sacramentum
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Solennità dell'Assunzione di Maria Madre di Dio e madre nostra al Cielo e XIX domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
15 e 13 Agosto 2006
 
Dio onnipotente ed eterno, che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima l'immacolata Vergine Maria, madre di Cristo tuo Figlio, fa' che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la sua stessa gloria.
 
Il Vangelo
Luca 1,39-56 - In quei giorni, Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!
A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?
Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore".
Allora Maria disse:
"L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre".
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua. -
 
 
 
Il Commento
"Il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo".
La vita chiama la vita e trova sempre la sua inarrestabile strada carica di gioia, di speranza e di luce.
Il problema reale del male spesso spegne pian piano la speranza in noi ottenendo così quello che il nemico vuole, allontanarci da Dio e minare la luce della presenza di Cristo nella nostra vita. Curvare il nostro viso "in basso" e ripiegarci sulla miseria.
Con il sussultare di Giovanni nel grembo di Elisabetta c'è il paradigma della gioia che viene dall'incontro con Cristo, dalla gioia della compiutezza e della sapienza. E' infatti la sapienza che illumina le nostre miserie e le carica e le rivela di significato salvifico.
Qui si fonda tutta la devozione mariana: nel riconoscere Maria come Teofora, come colei che dona Gesù unico Signore e Salvatore.
E' Maria che è co-protagonista di questo sussulto di gioia; un sussulto che, ripetiamo, è segno della meraviglia ma anche della liberazione dalle catene del peccato e della speranza sempre più debole del nostro cuore.
Maria è dunque ambasciatrice della gioia e portatrice (anche per la carne) della Sapienza.
Non stupisca dunque il fatto che sia stata assunta in Cielo come primigenia dei risorti.
Solo colei che ha avuto una intimità così grande con la Sapienza poteva avere questo dono come caparra non tanto per lei ma per noi bisognosi di guardare costantemente "in alto" e desiderosi di capire il nostro vero destino in Cristo.
L'Assunta dunque è innanzitutto una festa nostra che ci appartiene particolarmente. E' la festa della nostra speranza e del nostro desiderio di vita che si incontra con la fonte della Vita, Cristo Risorto. E' la festa della nostra vocazione in cui noi, come Maria, siamo chiamati a desiderare la pienezza della vita sin da ora.
E' il desiderio che plasma il nostro quotidiano e addirittura lo trasforma. Perché come dice Gesù dov'è il tuo tesoro la è il tuo cuore(Mt. 6,21).
Paradossalmente non c'è nessuno che trasforma più efficacemente questo nostro quotidiano se non colui che, come Maria, è teso con tutto se stesso al "Cielo".
Solo la mistica è adesione piena al reale e trasformazione vera del reale.
Chiediamoci dunque: dov'è il nostro cuore?
 
 
Il commento di Don Luciano
 
Il messaggio evangelico ci propone una ricarica di quell'energia che nel corso degli avvenimenti quotidiani rischia di disperdersi e di frantumare il sé e l'attorno al sé di ognuno di noi, portando l'animo, il cuore e la mente a stagnare e ad arenarsi in una specie di pozzanghera mortifera che accontenta e illude il progetto e il desiderio dell'uomo e dell'umanità.
La forza della ripresa parte proprio da un contrapporre in alto, nel più alto possibile da noi, l'estrema concretezza e l'unicità di una sapienza che in contrasto faccia per noi da spinta ad elastico per rilanciarci verso il meglio, il massimo e l'ottimo di quello che possiamo fare ed essere oggi, qui.
Ma nella risalita a questo luogo propizio e propiziatorio, ci viene anche indicato che tutto è un dono, che si è assunti e non ci si assume per propri meriti o per tattiche umane e mondane: questa assunzione del nostro io e delle persone e cose attorno a noi ci fa essere tutti sotto questa cappa di energia risuscitante, in una progressione di disponibilità, per ricomprendere la nostra risurrezione quotidiana come il risvolto dell'assunzione.
La femminilità postaci come guida e segno indicante il modo e il senso del cammino riassume in sé sia la forza della risurrezione come la dolcezza dell'assunzione della nostra identità.
Inoltre, sottolinea le due modalità: la forza personale della risurrezione, l'energia ecclesiale dell'assunzione.
Una donna fa da ago della bilancia, perché tutto avvenga in modo equilibrato, e il messaggio evangelico sia da un lato forza e dall'altro dolcezza in misura e con un peso uguale.
La forza entra in noi con una spinta di elasticità che ci sconvolge dai nostri schemi, ci ribalta dai nostri egoismi e ci lancia all'esposizione universale; la dolcezza pizzica la nostra elasticità, quasi come una corda di violino, e ci fa emettere il suono più alto, migliore, quello dell'assunzione, dove emerge chiaro che il grazie per chi ci assume diventa la grazia in atto e in potenza, per noi e per tutti.
In questo muoversi e librarsi della elasticità del cuore, della mente e dell'anima universale, appare come si incontrino e si scambino i doni, la donna scelta, ciascuno di noi, ciascuno degli altri, in una armonia che si muove leggiadra e che movimenta tutto l'apparato universale, culla della rinascita della risurrezione e dell'assunzione, luogo dove ancora oggi, per noi, come per quella donna, avviene il miracolo dell'incontro con la vita.
 
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Guida, o Padre, la tua Chiesa pellegrina nel mondo, sostienila con la forza del cibo che non perisce, perché perseverando nella fede di Cristo giunga a contemplare la luce del tuo volto.
 
Il Vangelo
Giovanni 6, 41-51 - In quel tempo, i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: "Io sono il pane disceso dal cielo".
E dicevano: "Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre.
Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?".
Gesù rispose: "Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: ''E tutti saranno ammaestrati da Dio''.
Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre.
In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". -
 
 
 
Il Commento
Il mio commento settimanale al Vangelo del pane di vita non può che essere breve e fortemente caratterizzato dallo stato d'animo personale che mi pervade in questi giorni.
Di fronte all'affermazione di Gesù "Io sono il pane di vita (…) questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia", mi vengono in mente la mia cara amica e collega Donatella e suo figlio Lorenzo, mio alunno del 3D, di 16 anni, morto proprio ieri in seguito ai postumi di un'annegamento accidentale e assurdo per un esperto di surf come lui. 
Penso a cosa potrei mai dirle per consolarla.
E non trovo risposta se non nell'idea che alla fine ai dolori terribili quasi sempre si sopravvive.
Ma Donatella è una mamma che ha perso un figlio, come Maria con Gesù.
Cosa potrò mai dirle io che non vivo la sua terribile sofferenza? Non lo so.
Queste parole di Gesù oggi non sembrano garantire nulla se non pronunciate o ascoltate con fede.
Solo nell'ottica finale, quella per la quale tutti resusciteremo nell'ultimo giorno, mi sembrano in qualche modo appropriate, anche se magra consolazione per chi piange oggi senza avere la possibilità di leggere il domani.
Allora mi aggrappo, sconfitto dalla miseria e dalla pochezza della mia fede alle parole di Gesù: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo", nella speranza di vedere un giorno Donatella, suo marito Pasquale e le due altre figlie trovare consolazione e speranza nella comunione con il Cristo crocifisso e risorto che si fa concretamente pane spezzato dal dolore e dall'amore per noi, miseri, insicuri e tristemente provati da tutto quello che non capiamo.
Paolo Aragona
www.paoloaragona.com
 
 
 
Il Commento
 
Costui non è forse il figlio di Giuseppe?
La realtà divina ha scelto, e giustamente, di nascondersi e di non proclamarsi in maniera sfolgorante, eclatante, sorprendente. C'è una sapienza in questo. Dio che si fa realmente prossimo agli uomini in Gesù. Non diciamo si è fatto ma si "fa prossimo" perché Egli ora, anche in situazione di assoluta disperazione, smarrimento, dramma, peccato, miseria e solitudine è presente in maniera velata ma sicura. Siamo noi, che abbiamo il dono della fede, chiamati a rendere viva la velata presenza di Cristo, dentro e fuori di noi. Tuttavia nessuno porta se non ciò che ha già "provato" nel suo cuore e nella sua carne.
Per questo il limite talvolta insopportabile della sofferenza diventa una scuola di umiltà per tutti e di verifica della nostra fede. "Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre..". La fede non è un esercizio della mente o una serie di pratiche, la fede è cuore di bambino amoroso, è nudità che coglie Gesù nudo che si dona.
Ognuno, nelle varie fasi della vita, deve scoprire come "andare oltre se" per scoprire realmente chi si è nella sincerità disarmante della croce. Solo chi entra nella logica esistenziale (e non meramente mentale) del Pane di Vita che si presenta nell'apparenza del pane e del vino comprende "il modo" per andare oltre il limite dei sensi e della storia e mettere sull'altro piatto della bilancia della vita, in ogni situazione, il "peso" dell'eternità.
Questa realtà cambia la realtà.
Questa misura colma ogni misura.
Questa presenza, il Pane di Vita, colma ogni vuoto.
Francesca
 
 
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" Il corpo del Signore
" Ascolta Israele
" Il peccato originale e l'arte di non ascoltare
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
" La grazia suppone la natura

 
 
Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo  (ANNO B)
6 Agosto 2006
 
O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del Cristo Signore, hai confermato i misteri della fede con la testimonianza della legge e dei profeti e hai mirabilmente preannunziato la nostra definitiva adozione a tuoi figli, fa' che ascoltiamo la parola del tuo amatissimo Figlio per diventare coeredi della sua vita immortale.
 
Il Vangelo
Marco 9,2-10 - In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli.
Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè, che discorrevano con Gesù.
Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: "Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!".
Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento.
Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!".
E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti.
Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. -
 
 
 
Il Commento
"Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!"
"Ascolta, Israele!", questo è in realtà il primo comandamento che risuona nel nuovo testamento da parte di Dio verso la Sua Parola, Gesù Cristo.
Ascolto che significa amore, obbedienza, orientamento di sé verso il tutto che è Gesù. Significa seguire i suoi passi senza scorciatoie e passare per il viale della passione per giungere alla Gloria della Resurrezione. Noi, come gli apostoli non capiamo né la passione né la resurrezione, eppure in questa scuola della fede e del discepolato non c'è altra strada se non questa per essere cristiani, cioè di Cristo e dunque per vivere nella pienezza dell'umanità. La prima tentazione di satana è proprio quella di stordire per evitare di ascoltare. Lo stordimento non avviene in maniera roboante, clamorosa. Ma per via feriale pian piano distraendoci con tante piccole cose, fatti, sofferenza, gioie dall'unica via che ci rende uomini. quella dell'ascolto!
L'estate è un periodo prezioso per ricercare l'ascolto e tagliare con tutte quelle abitudini che ci distraggono dallo sguardo verso il "Figlio prediletto". Infatti quando incomincia la via faticosa dell'ascolto l'uomo si ri-ordina dal cuore, nel più profondo di sé. Tutta la sua vita affettiva e psichica passa pian piano da caos ad ordine, da smarrimento a certezza, da tenebra a luce. L'ascolto presuppone fiducia, magari anche poca ma costante. E' proprio questo granello di senape della fiducia che pian piano sposta le montagne delle difficoltà e della prospettiva e che ci riconduce a tornare a Dio, a cambiare vita. E' proprio l'ascolto l'arte più difficile perché occorre un cuore disarmato da bambini.
Paradossalmente la mancanza di ascolto ci fa apparire "adulti", realizzati... ma in realtà siamo solo infantili, capricciosi, vuoti.
L'ascolto è l'arte primaria più difficile che nessuna scuola può darci se non il fissare costantemente lo sguardo su Cristo, autore e perfezionatore della fede.
L'ascolto è la vera fatica dell'uomo. non è mistica irraggiungibile ma cammino passo dopo passo di ogni battezzato e di ogni uomo di buona volontà.
Ascolto è dunque un cammino di sincerità, di trasparenza.
Cristo glorificato si mostra affinché possiamo ascoltarlo riconoscendo la sua autorità e la sua autorevolezza.
Dio parla tutto tace. Dentro e fuori di noi.
Per arrivare al silenzio occorre essere scavati nella verità e spesso la sofferenza è l'unica strada per strappare le maschere e le sovrastrutture, anche solo difensive, che abbiamo addosso.
E' il lavoro di una vita, è il lavoro più bello e dunque aiutare se stessi e chi il Signore ci mette accanto nell'ascolto è la più alta forma di carità.
Francesca
 
 
 
Il commento di Don Luciano
OLTREPASSA L'IMMAGINE
Potrebbe essere lo slogan personale dell'uomo nuovo, e insieme anche la linea fondante e garante dell'autenticità della missione in atto, oggi, ovunque.
Il messaggio del non rimanere fermi e condizionati dall'incontro con la superficialità e l'apparenza dell'immagine di noi stessi allo specchio, degli altri che incontriamo e che spesso si confrontano allo specchio del nostro io, e delle cose che succedono al momento, è l'invito a farci catalizzatori della metamorfosi dell'uomo nuovo: io sono chiamato a rinnovare la mia immagine, andando oltre quello che mi ritengo, dietro la spinta "energetica" della Parola di Dio, una Parola nuova e rinnovante per me, per ritrovarmi in un cammino gioioso e oltre - appunto - ogni aspettativa, sorprendente.
Una conversione fuori da me, verso quell'oltre le apparenze e le immagini che spesso voglio dare agli altri e al mondo.
Quest'energia è da un lato trafiggente l'animo, perché lo sbloccarmi dal mio io è estremamente faticoso e difficoltoso, ancorato come sono a me stesso; ma dall'altro lato nell'opera del cambiamento propostomi posso già intravedere che al di là della porta del mio io mi è data quasi a scommessa, a sorpresa e a dono quello che il messaggio mi invita a fare: una metamorfosi dalla morte alla vita, dalla disgregazione all'unità, dal disordine all'ordine, dal trauma alla serenità, dall'ansietà all' equilibrio, dalla paura alla fiducia.
Questa scommessa posta in gioco dalla Parola mi propone l'avventura dell'andare oltre, in una misteriosa avventura, che ha lo stile della serietà e insieme della giocosità.
Il messaggio della trasfigurazione ci fa entrare in gioco, nella profondità del mettersi dentro il farsi della vita in noi, con le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze giocate e condivise nel vaglio dell'insieme e della unità in cammino, in una comunità che staccandosi sempre più dall'uomo vecchio, fa brillare la nuova possibilità, anche oggi, per noi e per tutti: andare oltre l'immagine, di quello che appare, per entrare nel gioco dell'invisibile, che ci porta a penetrare in noi stessi e nel mondo con un'ottica ravvivante: quella della umanità capace di passare dal buio di se stessa, alla luce radiosa emessa continuamente da Colui, Cristo, che sta sempre oltre, al di là dell'immagine, dell'apparenza, della riduzione, e ci chiama a ripercorrere il cammino insieme con Lui, l'unica guida capace di insegnarci a trapassare nell'immagine in cui viviamo.  Pertanto: Ascoltiamolo!
 
 
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XVII domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
30 Luglio 2006
 
O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni.
 
Il Vangelo
Giovanni 6, 1-15 - In quel tempo, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi.
Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?".
Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare.
Gli rispose Filippo: "Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo".
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: "C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?".
Rispose Gesù: "Fateli sedere".
C'era molta erba in quel luogo.
Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero.
E quando furono saziati, disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: "Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!".
Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo. -
 
 
Il Commento
"Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo"
Per noi, affamati di certezze terrene, più che della presenza di Dio nella nostra vita, l'atteggiamento di Gesù è paradigmatico.
Un monito per tutti coloro che hanno un ruolo di responsabilità e di potere nella Chiesa e nel mondo.
La ricerca attenta che Gesù fa nell'educare i suoi ascoltatori, i suoi seguaci ed i suoi simpatizzanti è proprio quella di richiamare il loro cuore ad "altro" di ogni segno che Egli compie.
Uno sforzo apparentemente vano, spesso, in termini di risultato apparente, ma reale nei termini storici della grazia.
Il benessere, lo star bene, la sazietà, ecc, che sono comunque un valore, assumono significato solo nella pienezza della vita che è Dio stesso.
Altrove è idolatria.
Il motivo che conduce tante scelte sociali, etiche, mediche e politiche attuali è quello del benessere inteso come pienezza di vita mondana ed immanente.
Una vera e propria distorsione della salute vera che viene dalla comunione con Cristo.
Il detto popolare "basta la salute" è oggi amplificato da una forma di ateismo liberale strisciante per cui il bene primario è quello della sconfitta dei nostri malesseri, delle malattie e simili che porta allo scientismo positivista di ricorrere a questo "benessere" con ogni mezzo magari anche quello della soppressione della vita umana stessa.
Si guardi l'orientamento attuale dell'Europa nelle sue scelte di governo a proposito dell'Embrione, vita umana nascente e dignità dell'individuo. La Chiesa sembra rimasta da sola nel difendere e tutelare la vita umana.
Ovvio che la Chiesa non lo fa per un mero "eticismo" di corrente o di vantaggio politico ma per un evidente e chiaro "comando" che viene da Gesù stesso proprio perchè quell'embrione, persona non per atto di fede ma per realtà etico-razionale-ontologica, è destinato alla vita vera.  Quell'Embrione è bellezza intoccabile.
L'uomo manipolatore e manipolato è quello che cerca costantemente di fare Gesù re.. ma non della propria vita ma ad avallo disordinato delle proprie convinzioni.
Manipolatori e manipolati che cercano Gesù solo per un tornaconto: "il proprio concetto di salute".
Paradossalmente è proprio muovendosi in questa linea che l'uomo si smarrisce e perde la salute vera che illumina anche quella terrena, nella sua sostanza  e nella sua qualità.
E' proprio del relativismo, del politically correct, usare Gesù per i propri scopi ad avallo delle proprie isterie politiche e sociali.
Siamo un popolo di Giuda.
Vendiamo costantemente Gesù per meno di trenta denari e desideriamo mettergli la "nostra" corona.
Mendichiamo un po di autostima, un piccolo posto, una approvazione, con opportunismo, con quella lussuria del cuore così sottile da apparire virtù. Una corona fatta ad immagine e somiglianza dei nostri fantasmi, delle nostre paure, dei nostri peccati.
Una corona non fatta di ascolto e di cuore umile ma di cuore viziato dalle nostre malattie e dai nostri isterismi adolescenziali.
Davanti a questo, Gesù, che non violenta e non impone ma propone, anzi dona se stesso, Egli, il Signore, che fa?
Si nasconde, tace, aspettando che lo cerchiamo con la sincerità del cuore pronti ad ascoltare la vita e a cercare il vero benessere.
E, paradossalmente, è proprio con il suo silenzio, che ribadisce le vere priorità, che Egli, incessantemente, ci cerca e bussa umilmente nella nostra vita. Mi vuoi? Egli dice.. Mi vuoi veramente?
E' forse semplicistico ma la realtà si divide in coloro che ascoltano e coloro che non ascoltano, in coloro che seguono Gesù ed in coloro che cercano di manipolarlo.
Preghiamo di essere tra i primi.. magari non solo per alcuni istanti della nostra vita ma nella fedeltà che viene dallo Spirito Santo.
In fin dei conti il "regno di Dio è dei violenti" cioè di coloro che ogni giorno si fanno violenza per seguire colui che è la risposta a tutte le domande del nostro cuore, anche quelle che riguardano il nostro benessere.
Gesù infatti per essere Re della nostra vita ha bisogno di carta bianca, non di stare dove noi desideriamo metterlo.
Proclamare Gesù Signore vuol dire riconoscerlo bambino creativo e gioioso che ha la forza continua per farci uscire costantemente dalle nostre misere visioni.
Per questo ci ha donato la Sua Chiesa, affinché in ascolto obbediente di essa, della sua traditio, ci poniamo nella condizione veramente "adulta" di poterlo seguire andando oltre i nostri meschini e suicidi tornaconti.
Consegnarsi a Gesù realmente, con coscienza e maturità umana e spirituale, vuol dire mettersi nelle mani concrete del Papa e dei Vescovi suoi collaboratori. Così Egli ha voluto nella Sua Sapienza per sconfiggere il "male antico" del nostro cuore ferito.
Non tutti lo comprendono e non tutti perseguono questo fin in fondo, pur tra le contraddizioni che la Chiesa può offrire.
Occorre infatti essere sempre più forti nella fede in Gesù per amare la Chiesa, ascoltarla, servirla, dare la vita per lei.
I santi questo lo avevano capito bene e si ritiravano con Gesù in solitudine per essere con Lui nella vita.
Così facendo hanno amato.
Profondamente amato Cristo, se stessi, i fratelli, la Chiesa, ogni volto, l'umanità intera nella castità del cuore e nella fecondità che solo Dio da.
Tutto il resto è vano.. e spesso anche inutile.
 
 
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XVI domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
23 Luglio 2006
 
Dona ancora, o Padre, alla tua Chiesa, convocata per la Pasqua settimanale, di gustare nella parola e nel pane di vita la presenza del tuo Figlio, perché riconosciamo in lui il vero profeta e pastore, che ci guida alle sorgenti della gioia eterna.
 
Il Vangelo
Marco 6, 30-34 - In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato.
Ed egli disse loro: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'".
Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare.
Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.
Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero.
Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. -
 
Il Commento
Questo brano del vangelo di Marco sancisce l'inizio della sezione dei pani, così chiamata poiché evidenzia le affermazioni di Gesù relativamente ai cibi ed alle modalità della loro assimilazione da parte del popolo ebraico.
In realtà, ad una attenta meditazione dell'intera sezione (cf. 6,30 - 8, 26), due punti emergono soprattutto:
il primo manifesta una mancanza di comprensione da parte dei discepoli sul vero significato del pane,
il secondo porta alla riflessione che il vero ed unico pane, protagonista dell'intera sezione, è Gesù stesso, inteso nel suo corpo; Lui è il pane di cui si deve sentire la necessità ed il bisogno.
Da questo prologo si possono comprendere diversi punti relativi al passo che più strettamente ci riguarda. Gesù invita i discepoli a seguirlo in un luogo solitario, lontano dalla folla, in modo che possano rinfrancarsi un poco (cf. v. 31).
L'Evangelista mette anche in rilievo il fatto che essi, a causa del tanto da fare con la moltitudine di persone, avevano certamente fame. Sembra che, già a partire da questo punto, ci sia tutto il desiderio di Gesù di voler far comprendere ai suoi discepoli il vero significato della parola pane, di distoglierli dal senso che la folla (ovvero ciascuno di noi) vuole attribuirgli, di renderli consapevoli che il solo pane della vita è Lui stesso, come poi comprenderanno chiaramente durante l'istituzione dell'Eucaristia (cf. 14, 22).
Eppure i discepoli non intendono, sono ancora ciechi e riescono a vedere soltanto con gli occhi della folla, mentre non ascoltano il loro cuore.
Gesù, tuttavia, non insiste,
Egli vede la folla e prova compassione.
La sua empatia con la folla però non discende dalle necessità materiali della moltitudine, ma dal fatto che "erano come pecore senza pastore" (v. 34).
Ebbene anche noi siamo quella folla, ma noi adesso un pastore lo abbiamo e sappiamo chi è: Gesù.
Ciononostante, è sempre necessario meditare in quale modo noi vediamo Gesù, come percepiamo e sentiamo Gesù dentro di noi e nel nostro prossimo.
A differenza di quanto accade ai discepoli, noi possiamo dire di aver capito?
E quanto i nostri occhi sono meno ciechi di quelli dei discepoli?
Quanto il nostro cuore è sclerotizzato di fronte all'amore ed alla compassione che Gesù prova per noi?
Noi siamo, certamente, più fortunati dei discepoli incontrati in questa breve pericope poiché, a differenza di loro, già conosciamo tutta la buona novella e la gloria di Cristo risorto.
Ma, altresì certamente, comprendiamo che la conoscenza senza la fede non lenisce il nostro cuore e la fede senza divenire anche noi pane, per grazia di Cristo, non è sufficiente a rendere Lui testimonianza sino al compimento.
 
Milko G.
 
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XV domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
16 Luglio 2006
 
Donaci, o Padre, di non avere nulla di più caro del tuo Figlio, che rivela al mondo il mistero del tuo amore e la vera dignità dell'uomo; colmaci del tuo Spirito, perché lo annunziamo ai fratelli con la fede e con le opere.
 
Il Vangelo
Mc. 6,7-13 - In quel tempo, Gesù chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi.
E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche.
E diceva loro: "Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo.
Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro". E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano. -
 
 
Il Commento
Siamo arrivati alla 15^ domenica del tempo ordinario e la chiesa ci chiama a riflettere su questo brano tratto dal vangelo di Marco.
Gesù chiamò i dodici, racconta l'evangelista, ma pose subito una condizione fondamentale: la povertà!
Ordinò loro di non prendere nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa ma solo il bastone, i sandali ed una tunica. Perché Gesù da così tanta importanza a ciò che avrebbero dovuto prendere per il viaggio, del resto avevano già aderito a seguirlo, avevano già lasciato tutto per stare con Lui, avevano già effettuato un taglio importante nella loro vita.
Cosa c'era di così importante dietro questa esigenza di povertà?
Gesù sapeva benissimo che una prerogativa fondamentale per portare l'annuncio evangelico era essere liberi, profondamente liberi da tutto.
La povertà è quindi sinonimo di libertà!
Solo se gli apostoli fossero stati poveri, cioè solo se avessero avuto con loro le cose essenziali per vivere, sarebbero riusciti ad essere veramente liberi di proclamare il regno di Dio.
Essendo poveri gli apostoli non avrebbero donato delle cose, ma avrebbero donato se stessi, in questo sta l'amore e la vera condivisione: nel dono di sé agli altri!
Ecco perché Gesù si preoccupava che gli apostoli fossero poveri, per Lui era fondamentale che essi donassero se stessi al prossimo. Inoltre essendo poveri avrebbero potuto fare l'esperienza della provvidenza, avrebbero potuto sperimentare la concretezza della fede nel dipendere solo da Dio ricevendo tutto il necessario e nulla di più per poter esercitare la loro missione: la provvidenza non ti dà mai né di meno, né di più di quanto hai realmente bisogno.
Questo era, secondo me, il "grande segreto" di Gesù: Lui voleva che anche gli apostoli sperimentassero l'Amore di Dio Padre così premuroso in ogni cosa, perché più sei povero, più fai l'esperienza della cura che Dio ha per te.
Gesù non era geloso del suo rapporto d'Amore con il Padre, anzi era desideroso che i suoi ne facessero esperienza, ma per fare esperienza di Dio bisogna lasciargli dello spazio di azione.
Quale possibilità migliore della povertà da tutto e della dipendenza esclusiva da Lui, dal suo sguardo di Padre?
Gesù era riuscito e riesce ancora oggi ad amare i suoi, che siamo noi, grazie all'amore che riceveva dal Padre e del quale faceva continuamente esperienza.
Ecco perché spesso sentiva il bisogno di ritirarsi in preghiera nel silenzio.
Cosa avrebbe potuto donare se non fosse stato lui stesso riempito da quell'amore che ha sconvolto (segnato) e sconvolge pure oggi il mondo intero?
Il più grande apostolo della storia, San Paolo, aveva capito benissimo questo "segreto", ecco perché si presenta debole, timoroso e trepidante riponendo tutta la sua sapienza in Cristo e in Cristo crocifisso: "Quando sono debole, è allora che sono forte". (2 Cor 12,10) Facciamoci penetrare da questa esigenza di povertà e chiediamoci: cosa vuole dire Gesù al mio cuore, alla mia vita?
Da cosa devo staccarmi per poter fare esperienza dell'Amore di Dio, quali gesti di povertà posso mettere in atto affinché possa avvicinarmi alla "libertà dei figli di Dio"?
Prendiamoci l'impegno di non fare tanto rinunce roboanti, ma piccole e costanti rinunce in modo da sperimentare come lo spazio lasciato vuoto da queste nostre ricchezze fatue verrà poi preso dal dono di libertà che Dio ci farà.
Allora sperimenteremo che una cosa è donare ai fratelli soldi, vestiti, cose (senza disprezzare queste iniziative e la loro importanza evangelica ed ecclesiale), altro è donare se stessi e la propria vita.
Solo un serio e costante "cammino di impoverimento" potrà farci fare questa meravigliosa e sconvolgente esperienza dalla quale sicuramente non torneremo più indietro.
Faremo allora esperienza della Provvidenza, di Dio che si cura di noi perché siamo importanti ai suoi occhi, perché valiamo più di molti passeri, perché "il Padre vostro sa che ne avete bisogno" (Lc 12).
Pensa che bello, che cosa meravigliosa: Dio in persona si prenderà cura di te, farai l'esperienza dell'Amore di Dio per te!!!
Anche io da questa sera mi impegnerò con te, fratello o sorella che mi stai leggendo, in questo impegno di povertà, affinché tutti insieme possiamo sperimentare la libertà e l'Amore di Dio.
Tutto questo perché ancora oggi Gesù ha bisogno di noi per portare il Kerygma, la buona notizia, il vangelo alle genti non chissà dove, ma là dove viviamo e lavoriamo.
Non dimentichiamoci che la povertà è la prima condizione che Gesù pone, ma il fine è far conoscere l'Amore di Dio e suo Figlio Gesù Cristo a tutti coloro che sono il "nostro prossimo" nella vita di tutti i i giorni.
Buon "cammino di impoverimento" a tutti voi, miei fratelli in Cristo.
Amen, Alleluia!
 
Alberto Ridolfi
 
 
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XIV domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
9 Luglio 2006
 
 
O Dio, che nell'umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l'umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall'oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna.
 
Il Vangelo
Mc. 6,1-6 - In quel tempo, Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.
Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga.
E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: "Donde gli vengono queste cose?
E che sapienza è mai questa che gli è stata data?
E questi prodigi compiuti dalle sue mani?
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone?
E le sue sorelle non stanno qui da noi?".
E si scandalizzavano di lui.
Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua".
E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì.
E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi, insegnando. -
 
 
Il Commento
Chi di noi, di fronte a momenti di incomprensione, a uno screzio con un proprio parente, all'indifferenza di un amico non ha citato, almeno una volta nella sua vita, la frase evangelica "Nessuno è profeta nella sua patria?".
Questa comune esperienza ci fa capire, un po' come capita con i saggi detti popolari, che si tratta di una verità alla quale è difficile sottrarsi, a volte come "vittime", a volte come "carnefici".
Come "vittime". Quante volte desideriamo, soprattutto nella nostra esperienza di famiglia, condividere con il proprio coniuge o con i propri figli, gioie, sofferenze, speranze, ambizioni, risultati del proprio lavoro.
E puntuale arriva l'indifferenza, spesso mista a sottovalutazione, a un atteggiamento di scontatezza come se tutto quello che si fa, si pensa, si sogna sia atto dovuto, semplice effetto di un banale "fare".
Come "carnefici" L'idea costante che si insinua in ogni difficoltà, di fronte alla quotidianità che "spezza", che i figli degli altri, le mogli o i mariti degli altri, il lavoro, la casa, il carattere degli altri sono sempre migliori di quello che ci appartiene. E questo nonostante la persona che ci vive accanto sia stata a suo tempo scelta da noi, che i figli che abbiamo vicini li abbiamo fatti, cresciuti ed educati noi, che il lavoro che facciamo è il risultato di una vita fatta di studio o di fatiche che ci hanno portato fin lì.
Questo atteggiamento appare allora solo quale evidenza di qualcosa di più profondo e cioè un senso di insoddisfazione che pervade l'uomo che non vuole fidarsi di Dio, che pensa che la realtà che vive sia solo il risultato di scelte proprie, di abilità proprie e di propria vanità.
L'uomo che si rende autosufficiente dal suo creatore è un uomo che non sa riconoscere l'eccezionalità di un evento che si presenta nella sua dimensione feriale, è un uomo che non sa stupirsi delle piccole cose, è l'uomo che non sa cogliere la bontà in ogni gesto e la bellezza in ogni sorriso. E' l'uomo che non ha pazienza con gli altri perché prima di tutto non ha pazienza con se stesso.
Quella pazienza che invece sempre ha con noi il nostro Padre buono che ci ha creato e vede il meglio in ognuno di noi, senza stancarsi e con lo stupore innamorato di un bambino. Siamo spesso noi, incapaci di essere "bambini" in senso evangelico, che "leghiamo" le mani alla provvidenza del Padre e al Suo manifestarsi tra noi. Pensiamo di essere adulti.. ed invece siamo solo infantili e non "bambini" come lo Spirito Santo dentro di noi ci chiede, costantemente.
Paolo Aragona
www.paoloaragona.com
 
 
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" La santità come desatellizzazione
" Il Regno di Dio
" Fate conoscere lo Spirito Santo
" Il Silenzio
" Dalla maternità alla Maternità

 
 
 
 
XIII domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
2 Luglio 2006
O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa' che non ricadiamo nelle tenebre dell'errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità.
Il Vangelo
Mc. 5,21-43 - [In quel tempo, essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare.
Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: "La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva".
Gesù andò con lui.
Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.]
Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello.
Diceva infatti: "Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita".
E all'istante le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: "Chi mi ha toccato il mantello?".
I discepoli gli dissero: "Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?".
Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo.
E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.
Gesù rispose: "Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male".
Mentre ancora parlava, [dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: "Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?".
Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: "Non temere, continua solo ad aver fede!".
E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava.
Entrato, disse loro: "Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme".
Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina.
Presa la mano della bambina, le disse: "Talità kum", che significa: "Fanciulla, io ti dico, alzati!".
Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.
Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare]. -
 
 
Il Commento
"Tua figlia è morta. Perchè disturbi ancora il maestro?"
Alla radice del lieto annunzio c'è l'Amore del Padre ed è un amore che da vita ed è Signore della vita. Un amore che si fa carne tra gli uomini e un amore che trasfigura la carne nel fatto della Resurrezione.
E' proprio davanti al fatto della Resurrezione che si gioca tutta la scelta di sempre e di oggi del nostro essere cristiani.
E' proprio davanti a questo fatto che segna l'amore onnipotente e discreto di Dio per l'uomo che si gioca la nostra speranza.
Non è detto infatti che pur avendo in apparenza la fede, cioè spesso una adesione formale ai contenuti intellettuali e morali del vangelo, noi abbiamo speranza in Cristo e nell'Amore del Padre.
Ci sono situazioni di morte che si chiudono con ineluttabilità nella nostra vita e che ci spingono alla rassegnazione e non ci aprono alla Speranza.
Speranza che come virtù teologale assieme alla Fede e alla Carità è ineludibile per sperare contro ogni speranza.
Veramente crediamo che Gesù è il Signore della vita?
Veramente crediamo che Egli è risuscitato dai morti?
Veramente crediamo che Egli ha ingoiato la morte ed ogni morte.. la nostra morte? Quella fatta di fantasmi, sensi di colpa, psichismi, cattive abitudini, comportamenti mortali, strade contorte ed errate?.
Si Gesù è veramente risorto e li, in questo fatto, ha distrutto ogni morte.
La tua e la mia morte.
Proprio quella che hai ora e da cui non riesci a liberarti. Dio salva, guarisce, sana, vivifica, da la vita.
Egli può, ed Egli solo può.
Non smettere di sperare in Lui con amore, con intraprendenza come l'Emorroissa; come Giairo.
Cristo fa risorgere oggi come ieri da ogni male se questo è il tuo bene.
Non si è accorciato il braccio di Dio.
Non si è rallentata la Sua mano.
 Non è diminuito il Suo amore per noi e per te.
Egli desidera essere "disturbato" dalla tua insistenza e dalla tua preghiera se la fai con l'intraprendenza dell'Amore sia per te che per coloro per cui preghi. Non c'è paralisi del cuore che non possa essere guarita; non c'è paralisi vocazionale che non possa essere districata, non c'è smarrimento che non possa diventare via sicura affinché tu possa vedere e vedere chiaramente.
Cristo è Gesù, Dio che salva, ieri come oggi.
A volte può salvarti non come tu presumi ma sempre ti salva per portarti oltre te stesso al cuore del tuo cuore che tu neanche conoscevi e che solo, attraverso il crogiolo della prova, puoi ora conoscere.
Perché Dio salva ma sempre per condurre te stesso oltre te stesso, la dove ti aspetta il luogo di maturazione a cui sei stato chiamato venendo al mondo. Forse un luogo che per ora ti sfugge ma che c'è ed è fatto per la tua gioia.
Quella vera che nessuno potrà toglierti, perché è la tua casa.
Quella casa che hai cercato da sempre.
Non temere dunque di disturbare Cristo, temi piuttosto di esserti fiaccato nell'insistenza della tua preghiera e nella tua speranza.
 
 
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XII domenica del tempo ordinario  (ANNO B)
25 giugno 2006
 
 
Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano, perché non ci esaltiamo nel successo, non ci abbattiamo nelle tempeste, ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente e ci accompagni nel cammino della storia.
 
Il Vangelo
Mc. 4,35-41 - In quel giorno, verso sera, disse Gesù ai suoi discepoli: "Passiamo all'altra riva".
E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca.
C'erano anche altre barche con lui.
Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena.
Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva.
Allora lo svegliarono e gli dissero: "Maestro, non t'importa che moriamo?".
Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: "Taci, calmati!". Il vento cessò e vi fu grande bonaccia.
Poi disse loro: "Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?".
E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: "Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?". -
 
 
Il Commento
"Maestro, non t'importa che moriamo?"
Anche noi come i discepoli arriviamo a toccare, nella nostra vita, momenti di assoluta paura, smarrimento, talvolta terrore, in cui tutto sembra rivolgercisi contro e ogni evento sfugge di mano.
Tocchiamo crudamente il nostro limite, la nostra impossibilità.
Ed è un bene, un grande e prezioso bene.
Forse il momento in cui siamo più autentici davanti a noi stessi e davanti a Dio.
Questi momenti sono delicati e vanno coperti di pudore, di silenzio e di amore da parte nostra verso chi li vive ma, in realtà, sono un gran bene. Sono il momento in cui tutte le maschere e gli artifizi che ci siamo costruiti, magari per proteggerci, crollano e rimane quella nudità tremante che genera rabbia, sconforto e paura.. ma anche possibilità di maturare alla luce, calda e avvolgente, di Cristo..
Eppure, infatti, queste situazioni di disagio che spesso, magari per tutta la vita fuggiamo, anche tra i migliori di noi, sono il momento in cui si può consolidare e rafforzare la nostra fede nel Risorto.
La Chiesa in tali momenti è quanto mai importante per aiutare, confermare e sostenere nella fede.
Da qui inizia infatti il nostro reale cammino di santificazione.
Da qui l'uomo vecchio viene pian piano sgretolato e svelato e può iniziare realmente il cammino di una fede che si fa carne.
Sono momenti di taglio reale e crudo con vecchie e cattive abitudini, magari mascherate come spirituali, che in realtà nell'apparenza ci facevano sentire migliori ma in realtà ci allontanavano da Dio.
Nessuno ne è esente.
Dio ti da la pace ma non ti lascia pace.
E da sommo pedagogo fa più che bene. Non c'è spazio qui per il "politicamente corretto", per l'appartenenza formale ad un movimento, ad un ministero, ad un carisma. Il vero ministero, il vero carisma inizia dalla percezione reale e cruda del senso del limite.
Inizia da quando noi, come la città di Gerico, veniamo rasi al suolo... più e più volte perché cresca in noi e attorno a noi la nuova Gerusalemme, il Regno di Dio. Questo è stato il cammino degli apostoli ed è il cammino di ogni donna e uomo di Dio.
Un "roseto spinoso" dove risiede, con le parole di Francesco, la "perfetta letizia".
Nessuno in questo è arrivato e nessuno si deve sentire al sicuro. Non per stare nella paura ma nella consapevolezza gioiosa che siamo proprietà cara a Dio, di cui Egli ha cura continua e che siamo chiamati, passo dopo passo, nella via dell'umiltà ad essere veri davanti all'uomo e davanti a Lui.
Veri davanti a noi stessi.
Capaci di essere svuotati per essere riempiti della Sua grazia, del Suo Spirito.
Per questo i santi, nostri amici e fratelli, avevano ben capito che tutto ciò che ci accade nella vita, soprattutto nelle situazioni di impotenza e di limite, sono un dono prezioso che ci avvicina a Dio proprio perchè ci avvicina a noi stessi.
Perché, come già detto, proclama, nella sapienza, Francesco, il poverello di Cristo:
"tanto vale l'uomo quanto vale davanti a Dio, e non di più!"
 
Francesca
 
 
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" Scritti di San Francesco
" Il Silenzio

 
 
 
 
SS. mi Corpo e Sangue del Signore Gesù Cristo - Corpus Domini  (ANNO B)
18 giugno 2006
 
Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell'Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa' che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.
 
Il Vangelo
Mt. 14,12. 22-26 - Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: "Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?". Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: "Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi". I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua. Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: "Prendete, questo è il mio corpo". Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo del regno di Dio". E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. -
 
 
Il Commento
Sono passati più di cinquanta giorni dalla Pasqua, il Signore è già asceso al cielo, dove può di nuovo bere il frutto della vite.
E continua a berlo insieme a noi.
Il rapporto che si instaura tra noi e Gesù è quello evidenziato da un lato dal "tu" dei discepoli verso Gesù e dall'altro dal "noi" di Gesù nei confronti dei discepoli (cf. vv. 12, 15).
Il "tu" dei discepoli diventa un "noi" per Gesù.
Anche qui, come in altri brani di Marco (cf. 3,31-35; 8,31-33; 10,42-45), si evidenzia il lato tipicamente umano, quello del "tu" che relativamente a se stessi diventa un "io", con il lato divino di Cristo che guarda oltre se stesso e pensa a(l) "noi".
Egli sa bene che non è semplicemente un mangiare la Pasqua, quanto un condividere se stesso, ed intende condividerlo con noi.
Carne e sangue, nella presenza del pane e del vino, sono dono di Gesù al mondo, un dono che si fa sempre realmente presente nella cerimonia eucaristica.
E qui Lui fornisce l'insegnamento, il senso di questa cerimonia, che diventerà per la Chiesa uno dei sette sacramenti, e che i discepoli non riescono ancora a cogliere, o almeno non integralmente.
Gesù dona se stesso a noi, ogni volta celebra la Pasqua con noi, ogni volta muore e risorge per noi.
Quell'"io" a cui noi facciamo sempre riferimento, per Gesù non esiste, Egli è dono, diventa dono, si fa pane e vino, si fa vita per noi.
Egli è la nostra vita ed anche sorgente di salvezza per noi.
Ma da dove passa questa salvezza? Passa attraverso la morte, attraverso il sacrificio che Gesù fa di sé per noi.
E se è vero che poi vi è la risurrezione, Egli non fugge il dolore, non fa passare il calice, lo beve, nonostante sia un calice amaro, un calice che solo Lui è in grado di bere.
Passando attraverso Lui quel sapore amaro svanisce, mutandosi nel delicato sapore del vino a cui ciascuno di noi può accedere (cf. 10, 39), anche nei momenti più dolorosi.
Il giogo di Gesù è leggero proprio perché Lui si è accollato la parte più pesante e più difficile; con Lui, il sapore amaro dell'olio nell'orto degli Ulivi si trasforma per noi nell'olio profumato, nel pane fragrante, nel vino delizioso e sobrio che Egli ci ha concesso con il sacrificio della sua carne e del suo sangue.
Ma per valorizzare tutto questo occorre in primo luogo una fede ben radicata in Lui e nell'Eucarestia, reale presenza di Cristo Risorto, nonché la consapevolezza che al sacramento dell'Eucaristia corrisponde il sacrificio gratuito, totale e teandrico di Cristo per la salvezza del mondo.
 
Milko G.
 
 
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" Il Silenzio

 
 
SS. ma Trinità (ANNO B)
11 giugno 2006
 
O Dio altissimo, che nelle acque del Battesimo ci hai fatto tutti figli nel tuo unico Figlio, ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre, e fa' che, obbedendo al comando del Salvatore, diventiamo annunciatori della salvezza offerta a tutti i popoli.
 
Il Vangelo
Mt. 28,16-20 - In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo". -
 
 
Il Commento
Nella prima domenica dopo la Pentecoste, la chiesa celebra la solennità della Santissima Trinità.
Il vangelo di oggi racconta l'episodio dell'apparizione di Gesù agli undici discepoli in Galilea.
In questo brano Gesù compie due cose molto importanti: conferisce il mandato ai suoi discepoli per la "missione universale" e promette che non li lascerà mai soli, ma resterà sempre con loro.
Gesù svela agli apostoli il suo "potere in cielo e in terra" e li invia ad evangelizzare le genti "battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo".
Egli rivela loro il mistero della Trinità: in Dio ci sono tre Persone, ed esse sono l'unico Dio.
Nel mistero di questa unità trinitaria noi troviamo la fonte sia per la nostra vita interiore che per i rapporti interpersonali.
Svelandoci il mistero della Trinità, Gesù ci vuole rivelare l'importanza dell'unità, dell'essere uniti gli uni agli altri: "Siano perfetti nell'unità". Nella Trinità non vi sono divisioni, opposizioni, ma dono reciproco, completo di una Persona all'altra.
Dopo aver annunciato questa missione, Gesù sembra quasi desideroso di rassicurare i suoi promettendo loro:
"Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".
Queste parole Gesù non le ha pronunciate solo ai suoi discepoli, ma le rivolge oggi a noi.
Questo mandato rompe le coordinate spazio temporali ed arriva integro ed originale fino a me e a te che mi stai leggendo.
Gesù lo sta dicendo a te ora, in questo preciso momento.
Dobbiamo solo crederlo e chiedergli di aumentare la nostra fede!
Noi siamo coloro di cui Egli "ha bisogno" per evangelizzare le genti, perché altri lo conoscano, per portare la "buona novella" a tutte le persone in attesa: Cristo è risorto, Cristo è veramente risorto!
Nella Trinità trovo la forza, l'Amore, la grazia per compiere questa missione, anzi posso dire che la Trinità stessa, che vive in me, compie questa missione con me, in piena comunione ed intimità con me.
Come gli apostoli, anche noi non siamo soli, Gesù ci ha promesso che Lui sarà sempre con noi.
La nostra forza, il nostro coraggio possono avere soltanto in Lui la nostra sorgente.
Se siamo consapevoli di portare un tesoro in vasi di creta, allora il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo potranno "dispiegare" in noi tutta la loro potenza, la loro grazia e il loro carico d'amore.
Anche oggi, il Signore ci ha convocato sul monte di Galilea per rivelarci i misteri della Trinità e dell'abisso del suo Amore.
Anche a noi oggi il Signore chiede di evangelizzare, ma per farlo non c'è bisogno di andare in Africa, in Cina o in qualunque altra parte del mondo. Il Signore ti chiede di farlo nella tua vita di tutti i giorni: nella tua famiglia, con tua moglie e i tuoi figli, nel posto di lavoro, con gli amici, nel tempo libero, praticamente là dove si svolge già la tua vita.
Sperimenterai che non sarai solo a farlo, ma Gesù lo farà con te, perché ti ha promesso che sarà sempre con te per tutti i giorni della tua vita!
"Non a noi Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria". Amen, Alleluia.
 
Alberto e Morena R.
 
 
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Il miracolo della gioia
Fede o Religiosità
La Resurrezione di Cristo e le Sue implicazioni
Religiosità e Fede
Il silenzio


 
Solennità di Pentecoste (ANNO B)
4 Giugno 2006
 
O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo.
 
Sequenza
Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.
Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto;
ospite dolce dell'anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.
O luce beatissima, invadi nell'intimo il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza, nulla è nell'uomo,
nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò ch'è sviato.
Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna.
 
Il Vangelo
Gv. 15, 26-27; 16,12-15 - In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: "Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perchè siete stati con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà".-
 
 
Il Commento
"Come nei secoli passati così anche oggi ci sono persone o ambienti che, trascurando questa Tradizione di secoli, vorrebbero falsificare la parola di Cristo e togliere dal Vangelo le verità, secondo loro, troppo scomode per l'uomo moderno".
Così ha detto Papa Benedetto lo scorso 26 maggio ai fedeli polacchi radunati a Varsavia in quasi 300 mila sotto una pioggia scrosciante. Ha parlato di verità scomode per l'uomo moderno.
Questa affermazione cosa c'entra con la liturgia della Pentecoste?
Non c'è un rapporto diretto apparentemente, eppure l'idea che vi siano verità scomode nel Vangelo di Gesù mi fa pensare all'opera stessa dello Spirito di Dio che, nella storia della salvezza, ha sempre soffiato contro corrente.
Il soffio vitale che trasforma un ominide in uomo dotato di pensiero, contro ogni logica relativa alle altre creature viventi; lo Spirito di Dio che lascia un segno indelebile nel concepimento verginale di Maria, contro ogni legge di natura; lo Spirito di Pentecoste che mette in contatto tutti gli uomini e tutte le culture, contro ogni logica linguistica.
Oggi lo Spirito soffia ancora come e dove vuole e ci parla di amore e rispetto per la vita, sempre, contro ogni logica in una società egocentrica e figlia del relativo.
L'idea dello Spirito di Dio nel contesto trinitario che la storia della salvezza e le parole di Gesù ci trasmettono è la più alta, la più sublime forma di libertà che possa capitarci di pensare.
Non ci sono regole nella libertà dell'amore: ama, diceva S. Agostino, e fa' ciò che vuoi.
Se vedessimo la realtà delle cose non potremmo non annunciare; non potremmo non piangere di gioia.
Paolo Aragona
www.paoloaragona.com
 
 
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Gratia supponit naturam et perficit eam
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Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo (ANNO B)
28 Maggio 2006
 
Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria.
 
Il Vangelo
Mc. 16, 15-20 - In quel tempo, Gesù apparve agli Undici e disse loro: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.
E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono:
nel mio nome scacceranno i demoni,
parleranno lingue nuove,
prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno;
imporranno le mani ai malati e questi guariranno".
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano.
 
Il Commento
"Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura".
Gesù comanda agli apostoli come a noi di annunciare.
Il comando, così raro nel parlare di Gesù, è qui annunciato perché nell'Amore il comando è esortazione gioiosa di condivisione di ciò che si è ricevuto.
E' dallo "stare con Lui" che i discepoli sono "abilitati" ad annunciare.
E' dall'intimità con Lui che gli apostoli fanno fecondo il proprio annuncio.
Ogni segno è possibile dunque a partire dall'intimità e nell'intimità con Gesù, ratificata in pienezza poi dal dono dello Spirito Santo.
La vicinanza costante con Cristo fa si che la "Parola" comandata diventi vita.
Dio quando parla crea, fa una cosa nuova e qui Cristo crea l'apostolo con il suo "annunciate".
Poteva farlo senza chiamarli amici, senza intimità, senza condivisione ed invece ha voluto seguire il cuore dell'Amore, perchè nell'Amore ogni uomo si riconosca intimo con Dio.
Questa è l'esperienza dell'annuncio, l'esperienza della condivisione di una intimità e di una compagnia.
I segni che accompagnano la predicazione sono l'effetto di questa "riconciliazione profonda" tra Dio e la creatura.
Noi siamo fecondi annunciatori solo nella via mistica.
Quella via che da il primato di Cristo nella nostra vita sia dal punto di vista spirituale, psichico, morale ed esistenziale.
Quella via che riconosce che "senza di Lui" non possiamo far nulla, non tanto in senso operativo, quanto piuttosto nel senso ontologico, dell'essere.
Ecco perché l'annuncio non è solo "parola" esterna detta, parola che crea, ma anche parola che scopre ciò che nel cuore dell'uomo è già presente: "la nostalgia di essere amato da Dio!"
Quella nostalgia che è già un tesoro reale con Cristo Risorto e Asceso, con la nostra umanità, presso il Padre.
Gesù asceso è salito nell'Amore e per Amore. Veramente Dio è servo dell'uomo e gli prepara un posto nella gioia!
Se vedessimo la realtà delle cose non potremmo non annunciare; non potremmo non piangere di gioia.
Francesca
 
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VI Domenica di Pasqua (ANNO B)
21 Maggio 2006
O Dio, che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa' che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli.
 
Il Vangelo
Gv. 15, 9-17 - In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri". -
 
Il Commento
"Rimanete nel mio Amore". E qual è questo Amore? "Dare la vita per i propri amici".
E chi sono gli amici di Gesù? Ogni uomo, ogni donna.
E' proprio il Suo Amore che ci rende suoi amici; è proprio il Suo Amore che spezza ogni discriminazione e che si rivolge a tutti, anzi a ciascuno.
E' proprio questo Amore che comunica l'intimità di Dio all'uomo: "tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi".
Queste sono le "viscere di Misericordia di Dio".
Una intimità nuova, potente e radicale che l'uomo può conoscere solo nel Suo Amore.
E' proprio questa intimità, sorgente della preghiera e della compagnia concreta e costantemente quotidiana con Cristo che Gli concede di chiederci: "Amatevi come Io vi ho amato!".
Dunque prima di essere un comando è una condivisione di una intimità.
Un fluire della vita divina da Cristo in noi per la Chiesa e nella Chiesa.
E' una vocazione alla sponsalità di cui il matrimonio è segno e figura.
Proprio per questo il rapporto tra un uomo ed una donna è così prezioso sia spiritualmente che esistenzialmente, che socialmente. Proprio per questa significanza simbolica ed ontologica esso va custodito e tutelato, contro ogni moda "pacsista" che invece vuole relativizzare la fruizione della "vita" nel mondo.
La tutela della famiglia è sostanziale per difendere il primato della persona chiamata ad essere "sposa " di Cristo.
Lo sforzo di far crescere la famiglia, Chiesa domestica, è la missione del cristiano sposo di Cristo sia esso coniugato che consacrato. Nello specchio della famiglia può risplendere la vita divina e il fiorire della grazia di vocazioni sacerdotali e consacrate; anche se vi sono, inevitabilmente, luci ed ombre.
Nella missione della famiglia la Chiesa riconosce la sua natura sponsale e comunitaria di rimanere "nel Suo Amore".
Ogni indirizzo dato altrove è non solo peccato ma anche dissipazione, violenza al Vangelo e china verso la morte vera, la "seconda morte", per dirla con Francesco di Assisi, dalla cui morsa "nullu homo vivente pò skappare!"
E questa non è solo verità divina ma innanzitutto verità umana e naturale che solo agli occhi degli stolti, distratti dai propri pruriti infantili, sfugge costantemente.
Questo chiediamo allo Spirito che viene.
La capacità di essere intimi sponsalmente con Cristo.
Per vedere ciò che Egli vede,
per desiderare ciò che Egli desidera,
per volere ciò Egli vuole,
per obbedire a ciò che Egli chiede.
Solo gli innamorati cambiano la storia..
senza violenza, ma passo dopo passo, nella conversione personale, alla luce di Cristo, intimo Amore e profonda passione.
Francesca
 
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Il miracolo della gioia
Fede o Religiosità
La Resurrezione di Cristo e le Sue implicazioni
Religiosità e Fede
Il silenzio


 
V Domenica di Pasqua (ANNO B)
14 Maggio 2006
O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace.
 
Il Vangelo
Gv. 15, 1-8 - In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi.
Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli". -
 
Il Commento
La bella notizia alla luce di questa pagina del vangelo giovanneo, effusa da Cristo stesso - vera vite e vita -, è quella riportata nel versetto 3: "Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunciata".
Siamo mondi, cioè purificati, per via di Cristo, attraverso il suo estremo sacrificio e grazie alla sua luminosa risurrezione siamo vivi in lui.
I nostri peccati sono stati giustificati da Cristo, ma per la salvezza è necessario un passo successivo:
Cristo deve vivere in noi,
altrimenti noi che siamo i tralci non possiamo portare buon frutto,
poiché senza Cristo i tralci disseccano e con loro anche noi.
Per ospitare Cristo è necessario anzitutto aver fede, anche contro ogni logica e ragione, ma per portare un frutto maggiore ed accumulare tesori in cielo è opportuno far seguire alla fede anche le opere, come ben si evince nella lettera di Giacomo (cf. Gc 2, 14-26).
Chiediamo, dunque, al Signore nella nostra preghiera di donarci continuamente oltre la fede anche la capacità di compiere le opere,
per rimanere tralci vivi nella vera vite viva che è Cristo.
Milko Goodman
 
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IV Domenica di Pasqua (ANNO B)
7 Maggio 2006
O Dio, creatore e Padre, che fai risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata l'infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi nell'unità di una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di essere tuoi figli.
 
Il Vangelo
Gv. 10, 11-18 - In quel tempo, Gesù disse: "Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.
Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.
E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo.
Questo comando ho ricevuto dal Padre mio". -
 
Il Commento
Siamo arrivati alla 4^ domenica del tempo di Pasqua e nel vangelo di oggi l'evangelista Giovanni raccoglie ciò che Gesù disse di se stesso, utilizzando la figura del buon pastore.
In questo brano Gesù ci mette in guardia dai mercenari che vogliono passare per pastori, ma in realtà non lo sono affatto e lo fa donandoci alcuni criteri.
Innanzi tutto cerchiamo di capire perché Gesù si vuole svelare a noi, utilizzando la figura del buon pastore.
Cosa fa il pastore? Egli conduce le pecore al pascolo, cioè al luogo dove possono mangiare: provvede al loro sostentamento primario. Esse sanno riconoscere la sua voce perché lo conoscono.
Si fidano di lui perché sono state oggetto della sua cura ogni giorno ed in ogni istante.
E' bello, nella nostra vita, poter contare su una guida sicura, su una persona con la quale confrontarsi specialmente nelle circostanze avverse della vita.
E' importante potersi appoggiare su qualcuno, potersi affidare a qualcuno.
Ma come trovare questo punto di riferimento? Con il vangelo di oggi Gesù si propone come il nostro unico pastore, come il nostro buon pastore, unica guida sicura che ci conduce ai pascoli della vita. Come entrare in questo rapporto confidente con Gesù, nostro buon pastore?
Io credo che l'unico modo per fidarsi di Gesù ciecamente e quello di conoscerlo. E l'unico modo per conoscerlo è quello della preghiera, attraverso la quale entriamo in comunione con Lui e con il Padre. Se vogliamo conoscere Gesù, dobbiamo, ogni giorno, permettergli di condurci al pascolo della preghiera: nostro bisogno primario di sostentamento.
Solo nell'incontro con Lui possiamo farci illuminare e condurre verso i pascoli della vita. I pascoli sono per noi quei luoghi dove Gesù ci indica la soluzione ai tanti quesiti della nostra esistenza, sono quei luoghi dove Egli ci consola, ci "coccola", ci ristora: "Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed io vi ristorerò.".
Penso che ogni persona che voglia fare un vero e profondo cammino di fede debba "scontrarsi" un giorno con quello che viene chiamato "abbandono confidente nelle braccia del Padre". Affidarsi, abbandonarsi con fiducia in Gesù significa attendere che Lui si sveli a noi, che Lui ci conduca ai pascoli, che Lui ci guidi. Padre Jaques Philippe nel libro "La pace del cuore" tocca in maniera sublime questo argomento. Molte volte la passività, cioè l'attesa della manifestazione di Dio, il "non fare" per "lasciarsi fare" è l'atteggiamento migliore per lasciarsi raggiungere dalla "luce di Cristo", unica vera luce. L'uomo contemporaneo ha tanto bisogno della "vera pace del cuore", che si può ottenere soltanto facendosi raggiungere da lei, permettendo a Cristo di donarcela, mettendosi semplicemente in un atteggiamento di attesa confidente.
E' un cambiamento di mentalità, di modo di vedere e quindi di vivere la propria vita: "Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me.". E' proprio vero che molte volte, anzi troppe volte, cerchiamo lontano ciò che invece abbiamo vicino a noi, a portata di mano. Quelle risposte che cerchiamo in chissà quali "Guru" e "maestri di sapienza", in chissà quale spiritualità dall'altra parte del globo, in chissà quali "venditori di fumo" e "commercianti del nulla", noi non solo le abbiamo vicino a noi, ma le abbiamo dentro di noi, in quanto figli di Dio e tempio dello Spirito Santo che abita in noi.
Se ci daremo del tempo di preghiera, del tempo per ascoltare Gesù che ci parla, Gesù che ci consiglia, che ci ammaestra, quando arriverà il momento in cui avendo bisogno di essere condotti sul "vero pascolo della vita" sentiremo diverse voci che ci chiamano, sapremo distinguere la voce del nostro "buon pastore", da quella dei mercenari, perché solo Lui ha offerto la sua preziosa vita per il bene nostro, suo gregge e sue amate pecorelle.
Alberto e morena Ridolfi
 
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III Domenica di Pasqua (ANNO B)
30 Aprile 2006
 
O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fa' di noi i testimoni dell'umanità nuova, pacificata nel tuo amore.
Il Vangelo
Lc. 24, 35-48 - In quel tempo, di ritorno da Emmaus, i due discepoli riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni". -
 
Il Commento
""Avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane"".
E' sempre stata questa, per me, la frase chiave del brano sui discepoli di Emmaus.
Gesù compie un gesto chiaro, non solo perché ricorda ai due discepoli il momento del giovedì santo, in cui il Maestro offre ai suoi il suo corpo e il suo sangue, ma soprattutto perché lo spezzare il pane e il distribuirlo è il segno per eccellenza della condivisione della vita. Come possiamo oggi riconoscere Gesù nello spezzare il pane?
A me vengono sempre in mente i nostri missionari che, lontani dalla propria casa e dalla famiglia, donano la vita per i poveri e per gli sfortunati della terra.
Nessun missionario oggi minimamente immaginerebbe di predicare il Vangelo senza prima averlo vissuto nella condivisione di tutto quello che la Provvidenza gli assegna "in dote" per la sua scelta d'amore.
E' così che le anime vengono conquistate all'amore di Cristo: perché lo "riconoscono" pur non avendolo visto.
E' l'uomo che riconosce la propria natura e che, stimolato dall'azione di carità sincera e totalmente oblativa, scopre in sé l'immagine e la somiglianza con il Dio che si dona.
Riconoscere Gesù nello spezzare il pane è ritrovare in sé la vocazione essenziale e naturale del uomo all'essere per gli altri.
Paolo Aragona
 
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Domenica in Albis della Divina Misericordia (ANNO B)
23 Aprile 2006
 
 
Dio di eterna misericordia, che nella ricorrenza pasquale ravvivi la fede del tuo popolo, accresci in noi la grazia che ci hai dato, perché tutti comprendiamo l'inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti.
 
Il Vangelo
Gv. 20,19-31 - La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!".
Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi".
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi".
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dissero allora gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!".
Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò".
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso.
Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!".
Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!".
Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!".
Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!". Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. -
 
Il Commento
"Mio Signore e mio Dio!".
Non siamo qui davanti ad un artificio retorico ma piuttosto alla gioiosa confessione di fede che ricalca il modello qualitativo ebraico di ripetere lo stesso concetto per ben due volte e rafforzarlo in un superlativo assoluto.
Come a dire "Si, fortemente, tu sei il mio tutto!".
Questa confessione di fede totale, tanto cara a Cristo, ricalca quella confessione che i nostri fratelli, i santi, hanno fatto con forza durante il loro cammino.
Francesco: "Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio...", la Beata Angela: "voglio Dio!" e tutta la schiera di amanti di Cristo conosciuta e sconosciuta che fa bella l'umanità e la Chiesa di Cristo.
La risposta di Tommaso è dunque un paradigma dell'atteggiamento che Cristo chiede a chi crede in Lui.
E' la risposta corretta che l'uomo da a ciò che Dio dice dell'uomo: "è cosa molto buona.." ed è la risposta della vita gioiosa al dono di sè che ha fatto Cristo, fino alla fine, per ciascuno di noi. Ha dunque valore esistenziale, simbolico e trasformante.
E' dunque affermazione di fede, lode, riconoscenza e desiderio di compiere nella propria vita, nella propria carne, per quanto possibile, tutti i misteri del regno.
La confessione di fede, tuttavia, non sarebbe stata possibile se non per la Chiesa e nella Chiesa.
E' proprio grazie all'annuncio dei fratelli che Tommaso poi, con intima certezza, crederà.
Ed è nel consesso dei fratelli, gli apostoli, che Tommaso avrà conferma della sua esperienza.
Questo ci illumina sul significato autentico della Signoria di Cristo nella nostra vita che è sempre un atto ecclesiale.
Come infatti si potrà proclamare Dio, Cristo, Signore della propria vita senza una solida esperienza di Chiesa?
Come si potrà continuare il proprio impegno gioioso se non per la Chiesa?
Questo significa che mantenere candide le proprie vesti battesimali (questo il significato di domenica in Albis)
significa far tesoro nella Chiesa e per la Chiesa di tutte quelle occasioni che aiutano la persona a vivere di Cristo.
La meditazione assidua della Parola e la preghiera, la Confessione, L'Eucarestia, la Direzione Spirituale, un esperienza ecclesiale fraterna.. tutto ciò e tutto quanto la Chiesa, nella sua sapienza, consiglia, fa crescere e rafforza in noi la proclamazione sincera del "Mio Dio e mio tutto!".
Ogni altra strada porta non solo al "fai-da-te" ma purtroppo a quella tristezza profonda che porta all'indurimento del cuore.
Per questo è bello recitare in questa Santa Domenica della veste bianca la prece di Francesco:
"Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio,
concedi a noi miseri di fare,
per la forza del tuo amore,
ciò che sappiamo che tu vuoi,
e di volere sempre ciò che a te piace,
affinché, interiormente purificati,
interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo,
possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto,
il Signore nostro Gesù Cristo, e, con l'aiuto della tua sola grazia, giungere a te, o Altissimo,
che nella Trinità perfetta e nella Unità semplice vivi e regni glorioso,
Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen."
Francesca & Paul
 
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S. Pasqua di Resurrezione (ANNO B)
16 Aprile 2006
 
O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto.
 
Il Vangelo
Gv. 20,1-9 - Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!". Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. -
 
Il Commento
Questo brano tratto dal vangelo di Giovanni è il culmine della buona novella, è il compimento, finalmente, di tutte le Scritture, è la realizzazione della salvezza, l'apice della Rivelazione.
Certamente difficile da comprendere, ancor più difficile da credere; il pensiero che manifesta Maria di Magdala (cf. 20, 2) è quello apparentemente più logico, quello più facile da motivare, la parte umana che ancora non è in grado di cogliere il trascendente (cf. 20, 9): il corpo del Signore è stato trafugato, ma non v'è luogo noto dove riporlo.
Ovvio, non vi può essere luogo ove riporre il Signore, Egli è vivo, ed il luogo in cui cercarlo è tanto vicino che non si ritiene opportuno trovarlo là, troppo semplice, deve stare da qualche altra parte, ma dove?
In nessun luogo allora appare una conclusione accettabile per l'uomo.
Infatti, Egli non è in nessun luogo se non dentro di noi e nel nostro prossimo, buono o cattivo, comodo o scomodo che sia.
Ed è tanto più problematico trovare Gesù nel nostro prossimo, quanto più difficile è riuscire a cercarlo e trovarlo nel nostro essere, nel nostro cuore e nella nostra mente.
Giovanni Evangelista ci comunica il compimento di tutte le profezie, ma se non desideriamo cercare Gesù, allora, per noi non si è compiuto proprio nulla e vana è anche la nostra fede (cf. 1Cor 15, 14).
Tutto quanto desideriamo comprendere di Gesù ruota attorno agli eventi della sua passione, morte e risurrezione (insieme con la sua gloriosa Ascensione e il dono dello spirito a Pentecoste); quanto troviamo nelle Scritture è centrato specificamente su questi avvenimenti. Non solo, ma se molti eventi nella nostra vita sono drammatici racconti, tutti, pieni di dolore, la Parola che troviamo nei Vangeli è una storia a lieto fine e ciò è tanto più importante nel momento in cui sentiamo e crediamo, fortemente, che questa Parola è rivolta proprio a tutti noi.
Con Gesù risorto il dolore e la drammaticità della vita sono tramutati in una prospettiva di grande speranza; il romanzo della nostra vita, se seguiamo Gesù, se ci poniamo - a volte anche con impegno e con estremo sacrificio - alla sua sequela, sappiamo che si potrà concludere lietamente, in un passaggio che travolge dolore e disperazione, portando in noi gioia e salvezza.
Ciò che, però, spesso manca è l'abbandono, è la fede profonda, cercata e coltivata, poiché la fede quando c'è dev'essere maturata, altrimenti si rischia di poterla anche perdere ed allora tutto diventa di nuovo drammatico, tutto può perdere di senso; ed ecco la continua ricerca di scappatoie umane che portano veramente a conchiudersi nella maniera più triste, nonostante ogni sforzo per ricercare la felicità.
La vera felicità sta soltanto in Cristo,
la vera felicità è Cristo.
E la risurrezione del Signore come anche la testimonianza dei tanti martiri, soprattutto di quelli più recenti, non fa che confermarlo. A testimoniare che la gioia è, in definitiva, il principio e l'epilogo di tutte le cose.
Milko G.
 
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DOMENICA delle Palme (ANNO B)
9 Aprile 2006
 
Preghiamo. Accresci, o Dio, la fede di chi spera in te, e concedi a noi tuoi fedeli, che rechiamo questi rami in onore di Cristo trionfante, di rimanere uniti a lui, per portare frutti di opere buone.
 
Il Vangelo
Mc 14,1 - 15,47 - C Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di Gesù con inganno, per ucciderlo.
Dicevano infatti: P "Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo".
C Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l'unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: P "Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest'olio a più di trecento denari e darli ai poveri!". C Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: + "Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch'era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto".
C Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. Quelli all'udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l'occasione opportuna per consegnarlo. Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: P "Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?". C Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: + "Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi".
C I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua. Uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: + "In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà". C Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l'altro: P "Sono forse io?". C Ed egli disse loro: + "Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito!
Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!".
C Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro dicendo: + "Prendete questo è il mio corpo". C Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: + "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio". Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte C E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: + "Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: ''Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse''.
Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea". C Allora Pietro gli disse: P "Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò". C Gesù gli disse: + "In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte". C Ma egli con grande insistenza, diceva: P "Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò". C Lo stesso dicevano anche tutti gli altri. Cominciò a sentire paura e angoscia Giunsero intanto a un podere chiamato Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: + "Sedetevi qui, mentre io prego". C Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: + "La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate". C Poi, andato un po' innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora. E diceva: + "Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu". C Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: + "Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un'ora sola? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole". C Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole. Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne la terza volta e disse loro: + "Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l'ora: ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino".
C E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: P "Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta". C Allora gli si accostò dicendo: P "Rabbi" C e lo baciò. Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono. Uno dei presenti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli recise l'orecchio. Allora Gesù disse loro: + "Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi. Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!". C Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.
Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi. Ma alcuni si alzarono per testimoniare il falso contro di lui, dicendo: P "Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d'uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d'uomo". C Ma nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde. Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all'assemblea, interrogò Gesù dicendo: P "Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?". C Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: P "Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?". C Gesù rispose: + "Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo". C Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: P "Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?". C Tutti sentenziarono che era reo di morte. Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: P "Indovina". C I servi intanto lo percuotevano.
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: P "Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù". C Ma egli negò: P "Non so e non capisco quello che vuoi dire". C Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: C "Costui è di quelli". C Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: P "Tui sei certo di quelli, perché sei Galileo". C Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: P "Non conosco quell'uomo che voi dite". C Per la seconda volta un gallò cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: "Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte". E scoppiò in pianto.
[Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato. Allora Pilato prese a interrogarlo: P "Sei tu il re dei Giudei?". C Ed egli rispose: + "Tu lo dici".
C I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse. Pilato lo interrogò di nuovo: P "Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!". C Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato.
Per la festa egli era solito rilasciare un carcerato a loro richiesta. Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio. La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre egli le concedeva. Allora Pilato rispose loro: P "Volete che vi rilasci il re dei Giudei?". C Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò: P "Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?". C Ed essi di nuovo gridarono: P "Crocifiggilo!". C Ma Pilato diceva loro: P "Che male ha fatto?". C Allora essi gridarono più forte: P "Crocifiggilo!". C E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora, e dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: P "Salve, re dei Giudei!". C E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa luogo del cranio, e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Con lui crocifissero anche due ladroni Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. Ha salvato altri, non può salvare se stesso! I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: P "Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!". C Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: P "Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo". C E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Gesù dando un forte grido, spirò Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: + "Eloì, Eloì, lamà sabactani?", C che significa: + "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". C Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: P "Ecco, chiama Elia!". C Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: P "Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce". C Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Qui si genuflette e si fa una breve pausa. Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: P "Veramente questo uomo era Figlio di Dio!".]
C C'erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. Giuseppe fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato, per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto, e chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto. -
 
Il Commento
La differenza tra religiosità e fede è espressa chiaramente in questa solennità che ci apprestiamo a vivere.
La religiosità si concentra sulla giustificazione,
l'apparenza,
la festa senza sostanza,
la "carammellosità" della fede e il relativismo culturale, morale e teologico,
i miracoli e le taumaturgie,
il trionfalismo e il fondamentalismo,
l'osanna all'entrata di Cristo nella nostra vita e la fuga con parole ed opere: "io non lo conosco!",
la religiosità non entra mai nel mistero Pasquale ma si adopera costantemente di fuggirlo e di adorare le proprie dissipanti abitudini,...
la fede, al contrario, per quanto possibile alla creatura e nella individualità di ogni cammino,
segue i passi di Cristo e suda sangue con Lui il giovedì santo per il peso del peccato (proprio, innanzitutto e anche quello altrui)
segue Cristo per la strada irta e in salita del Golgota,
condivide con Lui l'amarezza,
il disprezzo e gli sputi,
il morire fuori dalle mura di Gerusalemme,
l'abisso dell'inferno della solitudine da Dio e dagli uomini,
muore con Cristo e con lui giace silenzioso il sabato santo, nella desolazione del cuore,
con Lui e per Lui, per sola grazia,
risorge nella pienezza della vita.
Questa è la strada della fede.. ogni altra scorciatoia porta al muro del nulla e della perdizione;
porta alla bugia su Dio e su se stessi.
In silenzio contempliamo.
 
 
Altri spunti
Fede o Religiosità
La Resurrezione di Cristo e le Sue implicazioni
Religiosità e Fede
Il silenzio


 
V DOMENICA di Quaresima (ANNO B)
2 Aprile 2006
 
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi.
 
Il Vangelo
Gv 12,20-33 - In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: "Signore, vogliamo vedere Gesù". Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: "È giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora?
Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome". Venne allora una voce dal cielo: "L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!". La folla che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: "Un angelo gli ha parlato".
Rispose Gesù: "Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarà elevato da terra, attirerò tutti a me". Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire. -
 
Il Commento
Siamo arrivati alla quinta ed ultima domenica di quaresima, poi, con la prossima domenica delle Palme, inizierà la preziosa settimana Santa.
Questo brano tratto dal vangelo di Giovanni inizia con una domanda posta da alcuni greci a Filippo di Betsaida, uno degli apostoli: "Signore, vogliamo vedere Gesù".
Filippo non li accompagna da Gesù, ma va a dirlo ad Andrea ed insieme vanno a dirlo a Gesù.
A sentire queste parole, il messaggio che mi arriva diritto al cuore è che non si può vedere Gesù, fosse solo per soddisfare una curiosità, se non lo si vuole "veramente" servire e quindi seguire.
Vedere Gesù è una prerogativa di tutti coloro che vogliono servirlo e che sono quindi disposti a seguirlo e ripercorrere i suoi passi.
Il cuore, però, di questo brano del vangelo è la sofferenza (nuda e cruda e gloriosa al contempo), la croce.
Sofferenza e croce le quali entrambe portano alla "vera gloria".
Servire Gesù e quindi poterlo seguire, significa non "fare qualcosa", bensì "lasciarsi fare qualcosa".
Quello che la nostra cultura occidentale tenta di somministrarci pressantemente è l'arte del fare, l'attivismo.
Invece Gesù possiamo vederlo, solo se al contrario, ci lasciamo fare, se rimaniamo "passivi": in ascolto, in attesa, accoglienti.
Il chicco di grano non fa niente, si lascia fare: il contadino lo semina, ma solo con la sua morte genera vita.
Così solo chi non investe tutta la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Ogni giorno ognuno di noi vive situazioni di sofferenza, di morte interiore, di croce solo che la nostra cultura, quella dei mass - media (oggi sono le televisioni e i giornali che fanno "cultura") ci richiama a cercare la vita perfetta. Cosa si nasconde dietro questa logica?
Se la nascita di un bambino ostacola la mia felicità, la mia autonomia, la mia carriera, la mia realizzazione voglio poter scegliere se averlo o no.
E' una scelta di libertà? Chiamiamo le cose per nome.. è una scelta egoistica, poiché va a privare la libertà del più indifeso al mondo che in assoluto si possa conoscere: l'embrione.
 
Abbiamo dimenticato quanta ricchezza c'è nella sofferenza.
Vogliamo dare la possibilità a chi soffre troppo di decidere se vivere o morire.
Non siamo stati ognuno di noi generati dalla sofferenza e dalla croce di Cristo e non siamo nati dal parto sofferente di nostra madre? Oppure saremmo stati più contenti se nostra madre per non soffrire avesse deciso di non metterci al mondo?
Non ci può essere vita, se non dalla sorgente della sofferenza.
La manipolazione della vita si volge anche alle tante ed inutili discussioni sull'eutanasia.
Ricordo perfettamente il volto di mio nonno Vittorio, quando sul letto di morte, ad occhi chiusi, rispose ad una mia domanda con il solo gesto del capo, perché il suo corpo oramai solo quello gli consentiva.
La sofferenza che ha vissuto, che ha provato e che mi ha trasmesso in quegli istanti mi è rimasta dentro ed è stata seme per la mia fede anche se, apparentemente, egli era privato della sua dignità.
Ringrazio ancora mio nonno per quella testimonianza fatta di concretezza e non di parole, quella sofferenza ha generato vita in me. Perché vogliamo privarci di questi momenti, doni e grazie?
Gli chiesi: "Nonno, ti ricorderai di me quando sarai in Paradiso da Gesù?"
Lui con un lieve ma deciso gesto del capo mi fece cenno di sì!
Sveliamo la ricchezza delle nostre sofferenze, accettiamo con amore le nostre croci, con la piena consapevolezza che mentre lo facciamo, possiamo contare sull'aiuto del nostro Padre celeste che ci accoglie a braccia aperte, come a braccia aperte Gesù stesso andò incontro al Padre sulla croce.
Affidiamoci con piena fiducia alle mani premurose del Padre, come fece anche Gesù!
Egli che dice: "Io, quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me".
 
A. Ridolfi
 
Altri scritti nel sito di A. Ridolfi
Fate conoscere lo Spirito Santo
Preghiera Carismatica e corretto rapporto con il Dio della Rivelazione
Programma concreto per le Chiese Locali
 
 
IV DOMENICA di Quaresima Lætare (ANNO B)
26 Marzo 2006
 
 O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina.
 
Il Vangelo
Gv 3,14-21 - In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio". -
 
Il Commento
Nessuna immagine potrebbe essere più efficace di quella della luce per descrivere la verità di Dio e delle cose.
Dalla fisica sappiamo che la luce è composta da frequenze e che l'insieme di queste frequenze è la luce: il bianco, in questo senso, è la somma di tutti i colori e dunque i colori sono parte della luce, ma trovano nel bianco la loro compiutezza.
Il nero allora cos'è?
Il nero è l'assenza della luce, non è il contrario di essa, ma semplicemente il suo non essere.
Ecco allora, similmente, che ogni uomo è un determinata frequenza che ha la sua origine e la sua possibilità di essere nella relazione con la luce.
Se immaginassimo di essere in una stanza completamente isolata dall'esterno attraverso mura impenetrabili a ogni fonte luminosa e d'improvviso spegnessimo l'unica lampadina che ci consente di vedere i colori delle cose, ci troveremmo nella totale assenza dei colori perché i colori, semplicemente, non esisterebbero più.
Senza la luce non è che i colori non si vedono, i colori non ci sono. L'uomo, dalla creazione, è radicato in Dio, la Luce che lo rende possibile.
Quando l'uomo sceglie di staccarsi dalla luce, perde il suo colore, diventa buio, non è più se stesso. Per questo Cristo è la luce: Egli è la nuova prospettiva dell'uomo rimasto "al buio".
Con l'avvento di Gesù la salvezza dell'uomo è la rinnovata possibilità di aderire alla nuova luce che è Cristo. Dio non ha dunque deciso per l'uomo quale sia il suo destino, salvezza o dannazione, ma ha mandato la luce perché l'uomo riconosca in essa quella parte di sé che le tenebre cercano costantemente di occultare.
Dio non manda croci, Dio non manda all'inferno, è l'uomo, scrutando onestamente dentro di sé, che sceglie se salvarsi o no.
 
Paolo Aragona
www.paoloaragona.com
 
 
III DOMENICA DI QUARESIMA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
19 Marzo 2006
Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia.
 
Il Vangelo
Gv 2,13-25 - Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato". I discepoli si ricordarono che sta scritto: ''Lo zelo per la tua casa mi divora". Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?". Rispose loro Gesù: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere". Gli dissero allora i Giudei: "Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?". Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo. -
 
Il Commento
Tempo di Quaresima, tempo di conversione, tempo di Dio! Ma dove?
Ieri come oggi ("si avvicinava la Pasqua") Gesù và al Tempio, noi andiamo in Chiesa.
Cosa dice a noi il vergognoso commercio ("gente che vendeva buoi, pecore e colombe …") nel tempio?
Se noi frequentiamo l'Eucarestia come un "rito magico" o con "abitudine" facciamo lo stesso commercio vile che ha causato la giusta ira di Gesù.
Lo sforzo, nella grazia, da riportare in noi in questa Quaresima è quello di accostarci al mistero con cuore puro e disinteressato,
lodando più che chiedendo,
discendendo con Cristo più che prostrarci in una falsa umiltà.
Siamo come i mercanti di bestiame e cambia valuta, cioè, tutti presi dai nostri interessi, dalle nostre piccinerie mentali, dalle discussioni inutili?
La nostra vita è immersa da una mentalità consumistica, da un ingrato usa e getta, da un adolescenziale "fai da te" che cerca sempre l'auto-giustificazione?
"Sono una brava persona, non faccio male a nessuno, vado a Messa tutte le domeniche" quindi …
Com'è spregevole mercanteggiare con Dio, Lui che è assoluta gratuità.
Gesù dice "la casa del Padre mio" quindi Lui scacciando i mercanti desidera fare pulizia nel nostro cuore e nella nostra vita..
desidera che riconosciamo la Sua Signoria, dolce e leggera.
Desidera anche oggi, ora purificare questo tempio che sono io.
Proprio perché "questo tempio" del mio corpo risorga assieme con Lui il terzo giorno.
Il terzo giorno di ogni mia piccola passione.
Il terzo giorno della Sua venuta Gloriosa.
Rovescia tutto o Gesù, con la tua ira, che è Amore "geloso", purifica ciò che ti appartiene.
Francesca
 
 
 
II DOMENICA DI QUARESIMA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
12 Marzo 2006
O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria.
 
Il Vangelo
Mc. 9,2-10. - In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè, che discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: "Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia". Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!". E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. -
 
Il Commento
La trasfigurazione, cui assistono alcuni discepoli, è un'anticipazione di quello che sarà di lì a non molto tempo dopo: la risurrezione di Gesù.
Ed è senz'altro bello stare là per Pietro, il quale prende subito spunto per proporre la costruzione di tre tende, per il Figlio di Dio e per i due grandi profeti Mosè ed Elia, che sono vivi e non morti.
Il fatto, poi, che venga specificato come essi discorrano con Gesù rafforza la loro vitalità e l'elemento di vita che è in loro.
Questo elemento di vita non viene dal nulla, esso è trasmesso dal Padre per mezzo del Figlio; l'immagine che il vangelo ci dà e quella di gioia e serenità nell'assistere ad un incontro con la Trinità, ma anche di grande forza e purezza: le vesti di Gesù, infatti diventano bianchissime, luminose, come luminosa è la sua essenza. In questa allegoria evangelica, forse peccando di irriverenza, si potrebbe pensare a Mosè come rappresentazione del Padre, ad Elia come ritratto dello Spirito santo, infine Gesù, il Cristo, completa il quadro trinitario. Qui abbiamo non solo il riconoscimento che Gesù è il Messia tanto atteso, ma anche come Egli sia consustanziale al Padre, il quale nella sua gloriosa teofania attraverso la nube, tanto cara alla tradizione veterotestamentaria (cf. 1Re 8,10-11), rafforza quanto già pronunziato nel momento del battesimo di Gesù (cf. 1, 11), glorificando il Figlio ed aggiungendo l'invito ad ascoltarlo. E l'esortazione ad ascoltare Gesù è punto fondamentale non solo in questa pericope, ma in tutto il vangelo; in questo consiglio, infatti, si cela il cuore della Rivelazione, ovvero la salvezza, la vita eterna.
Questa volta è proprio il Padre ad invitarci ad ascoltare il Figlio, evidenziando e confermando tutto l'operato di Gesù che, a sua volta, dà compimento alla volontà del Padre. Naturalmente è facile per noi credenti - per volontà o per sentimento - comprendere il senso di questa glorificazione di Gesù da parte del Padre, avendo in mente l'episodio della Pasqua, ma certamente gli apostoli testimoni oculari non avrebbero mai pensato che prima della gloria ci dovesse essere tutto il dramma della passione. Poiché, essendo tempo di quaresima è bene rammentarlo, anche se Gesù è il Cristo, come poco prima dell'evento della trasfigurazione aveva professato lo stesso Pietro (cf. 8, 29), Egli ha dovuto subire l'umiliazione di essere trattato come un peccatore e di finire come un bestemmiatore appeso ad una croce. Questo viene ben evidenziato nel bellissimo inno cristologico, riportato da san Paolo, in cui il Figlio di Dio "umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2, 8), sottomettendosi in tutto alla volontà del Padre, fino a rispondere con un "sì" nudo, senza appigli, quando il riverbero umano della percezione della coscienza del Padre viene per un momento ad interrompersi in Gesù crocifisso (cf. 15, 34).
Questo è il percorso che avrebbe dovuto intraprendere Gesù dopo l'episodio della trasfigurazione per portare la salvezza a tutti gli uomini, anche se gli apostoli non avrebbero mai creduto che Gesù sarebbe prima dovuto morire per poi risuscitare dai morti (cf. 8, 31-33).
Ed è proprio per questo che non furono in grado di comprendere Gesù, quando parla della sua risurrezione, sino all'evento della Pasqua. Per noi, forse, potrebbe accadere il contrario, ci sembra vera e provata la passione di Cristo, ma più difficile comprendere la sua risurrezione.
Eppure la salvezza che ci propone Gesù è ben oltre la nostra vita terrena, altrimenti la nostra fede sarebbe vana (cf. 1Cor 15, 14). Quell'invito che il Padre ci fa di ascoltare il Figlio è quello di un Padre che ama i suoi figli e che vuole che tutti loro si salvino, ma a noi lascia libera la scelta.
La fede non è semplice, chi è fortunato riesce ad abbandonarsi ad essa con sentimento, per altri è necessario l'intervento della volontà, ma alla fine si viene ripagati e si riesce a trovare anche l'adesione della vita affettiva.
L'importante è non stancarsi mai di continuare la ricerca e di affidarsi alla preghiera, soprattutto nei momenti in cui possiamo perdere contatto con il Lavandaio perfetto, con colui che può rendere anche le nostre vesti bianchissime, sin da ora.
Milko G.
 
 
I DOMENICA DI QUARESIMA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
5 Marzo 2006
 
O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.
 
Il Vangelo
Mc. 1,12-15. - In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto ed egli vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo". -
 
Il Commento
Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto.
Come uomo Gesù ha voluto mostrarci la via corretta che muove ogni apostolato: la penitenza, il digiuno, la solitudine, la lotta alla tentazione.
Egli, come uomo, ha voluto sottoporsi, nello Spirito Santo, a quell'iter necessario che precede ogni annuncio. Ogni forma di "intellettualizzazione" della fede viene qui smontata. La fede non appartiene solo alla conoscenza dell'intelletto ma è, soprattutto, l'esperienza di nudità e di verità di se stessi davanti a Dio. Proprio per questo la grazia presuppone la natura e la perfeziona.
La Quaresima è il tempo prezioso per conoscersi nello Spirito di Dio senza maschere e senza dissipazioni.
La Quaresima è il tempo faticoso e gioioso assieme.
E' un tempo che ci ricorda l'essenziale, cioè che ogni istante della nostra vita è Quaresima e Pasqua assieme e che ogni intenzione, gesto, devozione presuppone un grosso lavoro su se stessi altrimenti la fede rimane in superficie e non entra nelle nostre "midolla" con la potenza trasformante della grazia.
Il rischio costante di "sostenere" la nostra fede con le sole pratiche di pietà o con la conoscenza intellettuale della fede rischia di essere una parodia di quella compagnia concreta e trasformante a cui Gesù ci chiama.
Per questo la sapienza della Chiesa ha suggerito sempre, accanto ad una nutrita vita sacramentaria, una robusta direzione spirituale, cioè una possibilità costante di verifica di chi siamo, dove siamo e dove stiamo andando.
Un confronto decisivo, dunque, quello della direzione spirituale che ci consente di entrare nell'uomo vecchio con la potenza del Risorto e trasformare il cuore di pietra in cuore di carne.
La direzione spirituale non è una rassicurazione della nostra vita cristiana né l'assicurarsi delle sue isterie ma il moto genuino che consente all'uomo di essere uomo alla luce di Cristo.
Per questo la bontà della direzione spirituale non è solo dovuta alla bontà del ministro o del fratello maggiore che svolge (in obbedienza alla Chiesa) questo servizio ma soprattutto dal cuore del credente che cerca ardentemente di piacere a Cristo e di conformarsi sponsalmente a Lui.

Infatti quando il discepolo è pronto (e spesso se vuole essere pronto) il maestro arriva; sempre.
Per questo ogni scusa che poniamo ad una profonda e autentica direzione spirituale è spesso frutto di un cuore che non vuole entrare nella Quaresima e quindi nel mistero Pasquale; non tanto di una scarsità di ministri e di "servi" preparati a questo ministero.
 


VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
26 Febbraio 2006
 
O Padre, che in Cristo sposo e Signore chiami l'umanità intera all'alleanza nuova ed eterna, fa' che nella tua Chiesa, radunata per la celebrazione del banchetto nuziale, tutti gli uomini possano conoscere e gustare la novità gioiosa del Vangelo.
 
Il Vangelo
Mc. 2,18-22. - In quel tempo, i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: "Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?". Gesù disse loro: "Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi". -
 
Il CommentoNessuno versa vino nuovo in otri vecchi
Gesù rovescia ogni mentalità carica di religiosità, base di ogni fondamentalismo.
Dio non è solo l'Altissimo, l'Unico, il "Totalmente Altro"; è lo Sposo.
In Lui e per Lui vive e sussiste ogni sponsalità ed ogni corretto approccio a Dio.
Il rischio che corriamo, costantemente, è quello di far rientrare Dio, poiché lo riteniamo solo distante e Altissimo e non anche lo "Sposo", in una "posizione", in un qualcosa al di fuori dalla nostra vita ponendolo accanto alle tante cose da fare. Poniamo quindi la base per una cosificazione della fede, anticamera al fondamentalismo.
Se infatti Dio è distante da me io, sotto l'apparenza di una vita "religiosa" posso compiere i più terribili omicidi poiché Egli non entra in tutta la mia realtà quotidiana dove egli mi richiede (e quindi mi concede nel Suo Spirito) di operare secondo la misericordia e secondo l'appartenenza alla realtà. Senza sconti.
Ogni approccio deviato di questo tipo sposta l'asse dall'ascolto di Dio all'usare Dio per i miei scopi, magari apparentemente sani e buoni ma che in realtà sono "i miei interessi" e le "mie visioni di Dio" non ciò che Egli dice di se stesso.
Se tolgo questa dimensione essenziale che Dio rivela di se stesso, cioè la sua dimensione sponsale, io opero una violenza a ciò che Dio ha detto e rivelato di se stesso e cerco di mettere il vino nuovo della Rivelazione in otri vecchi fatti di cuore, mente e occhio "ridotto", piccolo e meschino.
Il "fai da te della fede", anticamera di ogni degenerazione morale e sociale attuale, si fonda su questo tentativo costante di ridurre Dio alle nostre piccole categorie e a non fidarci di Lui.
La Fede infatti comporta abbandono, ascolto e fatica.
Compiendo alcuni gesti, alcune pratiche pensiamo di servire Dio ma spesso serviamo solo noi stessi, le nostre passioni ferite dal peccato e operiamo quella lussuria del cuore e dello spirito che è l'anticamera di ogni fondamentalismo e quindi di ogni violenza su ciò che Dio ha detto di se stesso degenerando nella violenza dell'uomo sull'uomo. Oppure cadendo in quella rabbia inutile e dannosa velata di ateismo che in realtà è la dinamica infantile di aver rinunciato "alla fatica della Fede". Abbiamo in sostanza rinunciato a crescere per essere veramente ciò che siamo chiamati ad essere: sposi di Cristo!
In sostanza tra l'ateo rabbioso e anticlericale e il "religioso" farisaico la differenza è lieve entrambi hanno rinunciato a cercare Dio per pigrizia del cuore e queste due categorie, seppur apparentemente distanti per prassi, sono vicine per sostanza: cercano entrambe di addomesticare Dio dietro i luoghi comuni e non si "giocano" nella fatica della crescita.
Chi uccide nel nome di Dio vive dello stesso ateismo dei rabbiosi anticlericali; e gli anticlericali, laicisti vivono dello stesso fondamentalismo di coloro che uccidono nel nome di Dio. Per entrambi, come per ciascuno di noi, non c'è altra via di quella di riconoscere Gesù sposo e la Chiesa come madre e maestra.. perché se uno pensasse di riconoscere Gesù come sposo ma non riconoscesse la sposa che Egli ha voluto, con tutte le sue luci e le sue ombre (che Cristo sin dall'inizio conosceva bene) sarebbe fuori dalle nozze come una vergine "stolta" che non riconosce radicalmente e concretamente Gesù Signore della propria vita.
Cercare di essere, per Sua grazia, otri nuovi è l'unica attività seria e pregnante della nostra vita.
Ogni attività del nostro quotidiano si riconosce in questo orizzonte altrimenti è vanità e dissipazione.
Francesca
 
 
 
VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
19 Febbraio 2006
Dio della libertà e della pace, che nel perdono dei peccati ci doni il segno della creazione nuova, fa' che tutta la nostra vita riconciliata nel tuo amore diventi lode e annunzio della tua misericordia.
Il Vangelo
Mc. 2,1-12. - Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". Erano là seduti alcuni scribi che pensavano in cuor loro: "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?". Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: "Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua". Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!". -
Il Commento
Questo è il Vangelo della fede, quell'adesione a occhi chiusi che precede tutti i miracoli e le guarigioni di Gesù.
La fede è la condizione senza la quale nessun miracolo è possibile.
I miracoli non servono per convincere qualcuno a credere alla straordinarietà di Gesù, all'unicità dell'Uomo-Dio.
I miracoli sono solo il frutto dell'amore di Dio per l'uomo che crede in Lui.
In questo passo del Vangelo di Marco si va ancora oltre perché quello che colpisce non è tanto il miracolo della guarigione fisica del paralitico, quanto la domanda che precede il miracolo: "Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?".
Di fronte all'atteggiamento scandalizzato degli scribi che non gli riconoscono il potere di perdonare i peccati Gesù si lascia provocare e compie qualcosa, agli occhi degli uomini, di ancora più straordinario: dice al paralitico di alzarsi e di camminare e questi lo fa, sotto lo sguardo attonito dei presenti.
Con la sua domanda retorica e con la sua azione miracolosa Gesù vuole dirci che il vero miracolo, l'unico che effettivamente serva davvero è quello della guarigione spirituale, quello del perdono di Dio, vero miracolo dell'amore.
E' questa la risposta di Gesù alla fede dell'uomo che si affida a Lui.
Oggi abbiamo vero bisogno che questo miracolo si compia tra gli uomini, nella quotidianità di vite normali e nella straordinarietà delle situazioni di odio e di rancore che portano alle guerre, al terrorismo e alla vendetta.
Ed è a questo che deve essere rivolta la nostra preghiera, una richiesta incessante ed accorata perché l'amore di Dio porti il perdono laddove si cercano i segni della straordinarietà, straordinarietà che non può verificarsi se non nell'adesione coraggiosa, coerente e quotidiana alla Parola di Dio.
Paolo Aragona   
www.paoloaragona.com
 
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
12 Febbraio 2006
O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora.
 
Il Vangelo
Mc. 1,40-45. - In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi guarirmi!". Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci!". Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: "Guarda di non dir niente a nessuno, ma va', presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro". Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte. -
 
Il Commento
Questo brano di Vangelo narra uno dei tanti miracoli fatti da Gesù durante la sua vita terrena. Da un lato, noi siamo così assuefatti ai miracoli da Lui compiuti che apparentemente questo passo sembra non dirci nulla di nuovo; dall'altro, ci potremmo chiedere il motivo dell'ammonizione di Gesù: perché voler far tacere il lebbroso oramai guarito dal testimoniare il suo risanamento? Il punto è che Gesù sa bene che quella guarigione, e tutte le altre operate, non sono le guarigioni che Lui cerca di donare all'uomo. Gli è ben noto che la guarigione fisica non garantisce comunque quella per Lui più a cuore, ovvero quella relativa alla vita eterna. Il miracolo concesso da Gesù è inteso da noi come un gesto che possa sollevare il genere umano dallo stato di sofferenza, dalle necessità e dai bisogni che ogni giorno ci attanagliano. Gesù fa miracoli per compassione, perché è adirato (nella versione greca) di fronte al male, perché Egli è buono, ma la sua venuta sulla terra ha tutt'un altro scopo, per questo cerca di allontanarsi dalle folle che stanno misinterpretando la sua missione; Egli è venuto per portare la Parola del Padre e questa Parola fa riferimento alla vita eterna, a ciò che per l'uomo è essenziale per poterla conseguire. Il miracolo è l'atto del grande amore di Dio per l'uomo, ma non va confuso affatto con le priorità che Egli ha nei nostri riguardi. Questo ritirarsi di Gesù "in luoghi deserti" (Mc 1, 45) è anche il segno che al Signore non piace e soffre quando l'uomo si fa una visione sbagliata di Lui. Gesù sa bene che qualunque miracolo possa compiere sull'uomo per alleviare la sua vita non annullerà l'evento finale della morte, per questo a Lui preme di più che l'uomo riceva le parole di vita eterna offerte dal Padre, le quali non si estinguono con la vita dell'uomo, ma continuano a permanere nel suo spirito e nello stesso tempo lo risollevano e lo riempiono di speranza durante il suo peregrinare terreno, che ineluttabilmente si dovrà concludere con l'abbandono del corpo fisico. Il dolore e la compassione di Gesù verso gli esseri umani sono legati non solo alla tristezza per la loro sofferenza corporale, ma anche e sopratutto alla possibilità di perdere una sola pecorella del suo ovile. E tale perdita potrebbe essere eterna e non più sanabile neppure con un miracolo (cf. Lc 16, 19-26). Il nucleo, dunque, di questo brano evangelico non sembra tanto il miracolo sul lebbroso, quanto l'ammonimento che Gesù gli fa, seguito dal suo ritirarsi in un luogo isolato. L'ammonimento è chiaramente rivolto a ciascuno di noi, di guardare al Signore come Maestro di vita eterna e non soltanto come taumaturgo; non è necessario gridare ai quattro venti il miracolo compiuto da Gesù in noi, quanto seguire la sua Parola e come tale comunicarla. Se, invece, consideriamo il Signore soltanto come possibile operatore di miracoli e non badiamo molto alla Parola rischiamo di farlo allontanare da noi e di lasciarlo nel deserto, ove Egli soffrirà per noi, perché il suo deserto - di cui Lui nulla teme - è la desolazione dentro di noi e la sua sofferenza è la nostra incapacità di amare e di amarlo.
Milko G.
 
 
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
5 Febbraio 2006
O Dio, che nel tuo amore di Padre ti accosti alla sofferenza di tutti gli uomini e li unisci alla Pasqua del tuo Figlio, rendici puri e forti nelle prove, perché sull'esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore, illuminati dalla speranza che ci salva.
 
Il Vangelo
Mc. 1,29-39. - In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, si recò in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portarono tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: "Tutti ti cercano!". Egli disse loro: "Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!". E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni.-
 
Il Commento
"Andiamocene altrove.. perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto".
Il chinarsi premuroso di Gesù su ogni sofferenza umana, fisica e spirituale, colpisce da sempre il cuore dell'uomo. Anzi proprio l'aspetto taumatargico di Gesù sembra essere il più ricercato.. anche da coloro che non si dicono cristiani o cattolici. Gesù conoscendo il pericolo di essere frainteso nella sua missione salvifica ricorda ai suoi che Lui è venuto per andare altrove e predicare il lieto annuncio. il passaggio dall'importanza della guarigione fisica, gli esorcismi i miracoli e la predicazione è sovente la distanza che c'è tra la religiosità e la fede.
Di gran lunga la religiosità è più gettonata perchè più facile e si trova attualmente in tante forme mischiata con la mentalità borghese, con le credenze orientali, con i cristiani pigri e con quelli rigoristi. La religiosità non risparmia nessuno e si camuffa sempre da fede, anche se ne è distante per natura, essenza e sostanza.
All'inizio di un cammino cristiano è normale, quasi corretto pedagogicamente, che si venga colpiti dagli aspetti sensibili della fede. Alcuni segni e coincidenze provvidenziali, a volte miracoli veri e propri fanno irruzione nella vita di colui che cerca sinceramente Dio. Tuttavia la fede, quella forte e semplice al contempo, è frutto di tanta collaborazione alla grazia che provvede a disarmare pian piano l'uomo, spesso con un cammino fatto anche di dure asperità, e a condurlo all'essenziale e alla nudità spirituale.
Pertanto mentre nei neo-convertiti constatare l'aspetto sensibile del cammino è giusto e normale diventa, invece, patologico in coloro che da più tempo si dicono cristiani e cattolici.
La paralisi dell'anima, anche se non cerca più l'aspetto taumaturgico della fede, se non altro perchè ci sente "adulti", cerca altre forme sensibili che rassicurano la nostra autostima.
La falsa devozione è una di queste.
L'ancorarsi con un fissismo patogeno alle pratiche che passano da mezzo a fine.
La costruzione di un cristianesimo alla fai-da-te.. in cui ognuno se la canta e se la suona come meglio crede.
Il condurre battaglie per l'affermazione di una reliquia o di un luogo santo non con spirito di obbedienza e di rispetto della gerarchia ecclesiastica ma sentendosi profeti (e quel che è peggio credendosi profeti) inascoltati. Qui la "religiosità" è sottile.. come aveva già constatato San paolo scrivendo ai Galati e ai Colossesi, alcuni, con la scusa della devozione, sono carnali e senza fede, portano avanti campagne isteriche e irrispettose della Chiesa e dei nostri pastori sostenendo a pie pari libri di devozione (al limite dell'indice), rivelazioni private, scritti personali considerati risolutivi nello spiegare una devozione.
 
Altro aspetto di ricerca del sensibile è quello di fare della fede una baluardo per affrontare questioni etiche e sociali, riducendo la buona novella ad una liberazione sociologica.
In questa deviazione si affianca la voglia sempre presente dei politici, di ogni schieramento, di ossequiare il vaticano come realtà politica e non farsi provocare dalla conversione nuda e cruda gridata nel Vangelo e dai pastori.
 
La mormorazione è una forma molto comune di "religiosità". Con il giudizio sulle persone e non sui valori ci si illude di possedere la realtà e di essere migliori, danneggiando però se stessi e gli altri. La mormorazione è una delle piaghe peggiori delle comunità.
 
La incapacità di desatellizzarsi progressivamente dalla casa paterna, dal lavoro, dagli interessi ed essere incapaci di andare "altrove" è un'altra forma comune di "religiosità"; il cuore si attacca a tutto anche ai servizi buoni, anche all'apostolato, anche alla propria vocazione.. il tutto viene vissuto come possesso e non come dono...
Vi sarebbe molto altro da dire...
 
In sostanza il "religioso" punta a convertire gli altri mentre l'uomo di fede punta più che altro a convertire se stesso e a centrarsi su Gesù autore e perfezionatore della fede e non su Gesù taumaturgo e in questo ascolta la Chiesa madre e maestra. Sempre. San Francesco insegna.
L'intimità con Cristo è la chiave vincente per crescere nella fede "recta". Intimi con Cristo significa volere le stesse cose che vuole Lui ed evitare le stesse cose che Egli non vuole... il che significa essere pronti a tutto ciò che Egli ci chiede per "andare altrove".
Gesù, infatti, ripete che deve andare altrove perchè l'urgenza dell'annuncio è più importante dei segni sensibili, anche se questi, sempre e giustamente presenti, accompagnano la predicazione ma ne sono l'effetto, lo stimolo, non il cuore.
 
 
 

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
29 Gennaio 2006
 
O Padre, che nel Cristo tuo Figlio ci hai dato l'unico maestro di sapienza e il liberatore dalle potenze del male, rendici forti nella professione della fede, perché in parole e opere proclamiamo la verità e testimoniamo la beatitudine di coloro che a te si affidano.
 
Il Vangelo
Mc. 1,21-28. - A Cafarnao, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: "Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio". E Gesù lo sgridò: "Taci! Esci da quell'uomo". E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!". La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.-
 
Il Commento
In questo brano del vangelo di Marco Gesù compie due azioni: insegna e libera.
Insegna una nuova dottrina e in maniera nuova cioè con autorità, con potere. La sua dottrina era nuova perché mentre gli scribi spiegano la Parola come l'hanno imparata, Gesù, invece di spiegare qualcosa, svela se stesso attraverso il racconto di ciò che fa.
La seconda azione è quella di liberare, cioè pratica un esorcismo in giorno di sabato. Ordinando "taci" allo spirito immondo, lo libera dal male.
Queste due azioni sono strettamente unite perché Gesù ci libera dal male con la sua parola di verità che spezza le tenebre della menzogna. E' la menzogna che ci tiene separati da Dio, il quale ci rende liberi con la verità del suo insegnamento, della sua Parola per noi. La Parola di Dio per noi, il verbo incarnato è Gesù: Lui solo può liberarci dal male! Coloro che ascoltavano rimasero stupiti dal suo insegnamento perché la parola di Gesù ha il potere di Dio: libera dal male e opera quanto dice.
Vorrei però sottolineare due aspetti che mi hanno colpito leggendo e pregando questo brano del vangelo di Marco. Il primo è l'importanza dello stupore. Marco racconta che coloro che ascoltarono Gesù quel giorno nella sinagoga di Cafarnao rimasero stupiti dal suo insegnamento. Ritengo che lo stupore sia molto importante perché ci permette di aprirci ad accogliere l'altro e la sua novità. Se non rimaniamo più stupiti nell'ascoltare un brano del vangelo o se non ci meravigliamo più di ciò che Dio compie per noi ogni giorno, vuol dire che il nostro cuore si è indurito.
Il contrario dello stupore è la durezza di cuore che rinchiude tutto nella morte dell'ovvio e del già conosciuto, precludendo ogni novità. Rivolgiamoci allora con tutto il cuore a Gesù e chiediamogli di liberarci da quello spirito del male che vuole levarci la meraviglia e lo stupore di riconoscerci figli di Dio. Noi siamo quei bambini che Dio vuole stupire con tutto il suo amore.
Il secondo aspetto è l'esorcismo che opera Gesù. Ricordiamoci che abbiamo ricevuto un battesimo grazie al quale siamo entrati nella chiesa e siamo diventati figli di Dio! Prendiamo coscienza che il nostro esorcismo fondamentale è il battesimo! Mentre in Piazza San Pietro, giorni fa, un gruppo di persone sventolava con orgoglio uno striscione con su scritto "sbattezziamoci", ho pensato a quante persone non sono orgogliose di essere battezzate o peggio ancora vivono come se quel battesimo non l'avessero ricevuto. Questo è il risultato più grande del demonio: la menzogna di farci credere che non siamo figli di Dio mentre lo siamo realmente!
Con il battesimo Dio ci ha liberati da ogni male per sempre, dobbiamo solamente prenderne coscienza, e ringraziare il Signore con il dono da Lui più gradito: vivere da figli di quel Dio che ci permette di rivolgerci a Lui con il nome di Abbà Padre.
 
Alberto e Morena R.
 
 
 
III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
22 Gennaio 2006
 
O Padre, che nel tuo Figlio ci hai dato la pienezza della tua parola e del tuo dono, fa' che sentiamo l'urgenza di convertirci a te e di aderire con tutta l'anima al Vangelo, perché la nostra vita annunzi anche ai dubbiosi e ai lontani l'unico Salvatore, Gesù Cristo.
 
Il Vangelo
Mc. 1,14-20. - Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo". Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. -
 
Il Commento
Seguitemi, dice Gesù, spiegando ciò che aveva detto precedentemente: "Convertitevi, il Regno di Dio è vicino". Seguire vuol dire convertirsi e convertirsi vuol dire seguire. Seguire vuol dire scegliere di stare con Cristo e camminare con Lui con gesti concreti. Con il gesto concreto del camminare. Così ogni giorno di cammino, con le sue novità e le sue difficoltà, con le sue sfide e le sue provocazioni è il luogo per stare con Cristo. Cristo non sceglie un modo diverso per essere presente ma, come traspare in tutta la Parola di Dio, sceglie la storia come luogo di incontro. Non è uno sforzo intellettivo e neppure morale ma anzitutto uno stimolo fisico al camminare con Lui.
Solo dopo si può diventare pescatori di uomini. Ecco perchè il cristiano e la Chiesa sono sempre in cammino per convertirsi a Cristo e, fedeli, al Suo mandato, custodi attenti delle sue parole. Parole che non si diluiscono con le mode. Con la sensibilità umana spesso superficiale del sentire comune. Non ha detto Gesù: "Seguitemi per stare meglio, per fare meno fatica, per avere pane e benessere." Ma, "Seguitemi!!" Tout court! L'esperienza della sequela è esperienza di passi e talvolta di cadute, ma soprattutto è esperienza di sguardi nello sguardo, quello intenso, amoroso e provocatore di Gesù che... ti da la pace ma non ti lascia in pace e ti chiama sempre oltre; oltre te stesso; oltre il tuo piccolo mondo; oltre il tuo piccolo cuore; oltre le tue povertà.
Perché ecco il Regno di Dio in definitiva è una persona: Gesù; ed il regno di Dio sei anche tu in Lui. Siamo noi, Chiesa in cammino provocati da Cristo ieri come oggi a seguirlo tramite il dono che Egli ci ha fatto della Sua Parola, della Sua presenza nei Sacramenti, nella sollecitudine dei suoi pastori. Cristo continua a dire: "Seguimi!" magari attraverso il povero prete della parrocchia ed io, distratto dall'apparenza, non colgo, proprio ora, ciò che Egli mi sta dicendo.
Francesca
 
 
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
15 Gennaio 2006
 
O Dio, che riveli i segni della tua presenza
nella Chiesa, nella liturgia e nei fratelli,
fa' che non lasciamo cadere a vuoto
nessuna tua parola,
per riconoscere il tuo progetto di salvezza
e divenire apostoli e profeti del tuo regno.
 
 
Il Vangelo
Gv 1,35-42
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'Agnello di Dio!". E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che cercate?". Gli risposero: "Rabbì (che significa maestro), dove abiti?". Disse loro: "Venite e vedrete".
Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.
Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)" e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)".
 
Il commento
"Ecco l'Agnello di Dio!". Lo sguardo mistico e quindi reale di San Giovanni Battista va oltre un approccio superficiale a Gesù.
Gesù non è un uomo buono, uno splendido moralista, un uomo solidale o, come diceva qualcuno anni fa, ereticamente, il primo socialista.
Gesù è l'Agnello di Dio. Cioè la carne di Dio che si dona al mondo per il mondo.
Ogni sguardo che si allontana da questa affermazione lapidaria, vera e reale fa violenza a Gesù e, purtroppo, rende Gesù estraneo al proprio cuore e alla propria esistenza. Proclamare Gesù Signore della mia vita vuol dire riconoscerlo Agnello per me e per i miei fratelli vicini e lontani. Vuol dire dare a Cristo il Suo libero ruolo di intimo nella mia vita. Vuol dire riconoscere che io senza di Lui non sono libero ma schiavo della mia passione, della mia ignoranza, della mia deficienza, della mia idolatria.
Poco importa che questo mio idolo non sia il denaro, il successo, e la vanità.. anche le "cose" buone come la famiglia, i figli, un coniuge, la salute, una soddisfacente vita affettiva, la stima sono inutili se non vengono illuminate dalla coscienza radicale e profonda che Egli è l'Agnello di Dio per me e per il mondo.
Addirittura i miei "impegni" per il Regno sono cosa vuota senza una intimità cosciente e viva con l'Agnello di Dio.
Solo se riconosco che Egli è Dio da Dio, Luce da Luce, Vita da Vita posso seguirlo con frutto e fecondità.
Attorno all'Agnello di Dio siamo Chiesa e cresciamo come Chiesa.
Nell'Agnello di Dio fondo la mia fede sulla Chiesa, anche su ciò che i miei sensi non comprendono ma che il cuore, illuminato dall'Agnello, coglie come realtà vive e potenti oltre la miseria apparente.
E' nell'Agnello di Dio che amo il Papa, i Vescovi e tutti i suoi sacerdoti, tutti senza esclusione.
E' in Lui che sono accolto e che imparo ad accogliere quello che umanamente può sembrare disdicevole e contraddittorio. E' in Lui che servo ogni Verità del Padre, anche se scomoda.
E' in lui che faccio esperienza di perdono... perdono ricevuto che domanda di essere perdono donato.
 
 
 
Battesimo del Signore Gesù
8 Gennaio 2006
Padre d'immensa gloria,
tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo
il tuo Verbo fatto uomo,
e lo hai stabilito luce del mondo
e alleanza di pace per tutti i popoli;
concedi a noi che oggi celebriamo
il mistero del suo battesimo nel Giordano,
di vivere come fedeli imitatori
del tuo Figlio prediletto,
in cui il tuo amore si compiace.
Commento al vangelo di Marco 1, 7-11
 
Il Vangelo
 Mc 1,7-11
In quel tempo, Giovanni predicava: "Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo".
In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto".


il commento
Il battesimo nel fiume Giordano, infuso da Giovanni, rappresenta l'inizio della vita pubblica di Gesù.
Sembrerebbe un paradosso che Gesù possa farsi battezzare da Giovanni, soprattutto se si considera quanto lo stesso Giovanni afferma di Lui, dicendo di non essere neppure degno di "sciogliere i legacci dei suoi sandali".
Gesù, invece, di buon grado accoglie questo gesto, anzi quasi lo pretende, come ad indicare che quel segno è necessario per aprire la porta sulla via che porta a Lui.
L'immersione nelle acque del Giordano è indice di purificazione, Gesù accetta, pur essendo privo di ogni macchia e peccato, di far parte dei peccatori, di dare valore alla sua umanità, al suo essere Uomo. E lo è in senso completo, Egli, infatti, pur consustanziale con il Padre, acquisisce interamente la natura umana, anche quella negativa, quella che è simbolo del male morale, che rende prigioniero l'uomo: il peccato.
Proprio riguardo all'incarnazione, è molto bella e significativa la testimonianza di san Paolo nella lettera ai Filippesi in cui, parlando della sostanza di Cristo, afferma che "pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini" (2, 6-7).
Gesù, quindi, nel momento del battesimo accetta ed inaugura la sua missione di Servo sofferente (cf. Is. 53), accoglie integralmente e sino alla fine, la volontà del Padre, una volontà che, attraverso il suo sacrificio e la sua risurrezione, libera l'uomo dalla schiavitù del peccato.
L'evento del battesimo, inoltre, evidenzia anche la Terza Persona della Trinità, lo Spirito Santo, che discende su di Lui, come una colomba e che si manifesta in noi mediante la sua azione, quando rivela Cristo e quando opera nella Chiesa.
Non appena Gesù riceve su di sé lo Spirito Santo, si sente una voce dal cielo che attesta che Egli è stato mandato dal Padre. Questa testimonianza del Padre nei confronti del Figlio è anche, in qualche modo, la garanzia che Dio agisce nella storia e che la nostra fede è dinamica, non statica, è una fede che costantemente deve essere rinnovata attraverso la nostra partecipazione attiva e viva alla Parola di Dio.
Milko G.
 


Epifania del Signore Gesù
6 Gennaio 2006
 
O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella,
hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio,
conduci benigno anche noi,
che già ti abbiamo conosciuto per la fede,
a contemplare la grandezza della tua gloria.
 
Il Vangelo
Mt 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: "Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo".
All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: ''E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele''".
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: "Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo".
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.
 
Il Commento
 "Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo".
All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme...
 
Quando il Signore si manifesta, anche impercettibilmente nel nostro cuore a volte, anche noi, come Erode abbiamo paura. Paura di perdere sicurezze. Paura di perdere autonomia. Paura di perdere certezze materiali, psichiche e affettive. Non siamo disarmati.. neanche davanti a Gesù bambino. Ci appropriamo di ogni cosa e se siamo poveri ci arricchiamo anche della nostra povertà.. siamo insomma sulla difensiva; impenetrabili alla gioia.
Impenetrabili alla conversione. Stolti e duri di cuore. Agitati, preoccupati; soli e senza fede.
 
I magi, che pure sono sapienti e re, non si fanno vincere dalle loro paure e hanno il privilegio di entrare nella gioia.
Quella gioia che pervade i disarmati nel Signore e che sono ben felici che Gesù Bambino si manifesti e che cresca dentro di loro.
Zittiamo le nostre paure e lasciamo che Gesù si manifesti... quello che pensiamo di perdere in realtà non lo abbiamo mai avuto e la gioia di Gesù è per sempre. Nessuno ce la potrà togliere.
Se è vero che occhi nuovi e cuore nuovo per comprendere la storia, ogni storia, sono il punto di arrivo qui, Gesù,
il Dio disarmato, ci chiede di iniziare a cedere per comprenderci e comprendere.
L'adorazione in fin dei conti è il primo passo per capire che senza l'amore disarmato di Gesù rallentiamo il Regno, il suo manifestarsi in noi e attorno a noi.
Adoramus Te, Domine Jesu.
 
Francesca
 
 
Maria Santissima Madre di Dio
1 Gennaio 2006
Padre buono,
che in Maria, vergine e madre,
benedetta fra tutte le donne,
hai stabilito la dimora
del tuo Verbo fatto uomo tra noi,
donaci il tuo Spirito,
perché tutta la nostra vita
nel segno della tua benedizione
si renda disponibile ad accogliere il tuo dono.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.
 
 
il Vangelo
 
 
+ Dal Vangelo secondo Luca Lc 2,16-21
In quel tempo, i pastori andarono senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.
I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.
Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.
 
 
 
il commento
 
 
"Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore."
 
Maria è un cuore che ascolta. E' la sua natura sensibile, attenta, aderente al reale aperta verso l'assoluto.
 
Maria è un cuore che medita. Riflette, "rumina" la Parola di Dio, la espande dentro di sé nel pudore dell'intimità perché diventi carne. Proprio questa intimità coltivata ha permesso l'incarnazione. La grazia presuppone la natura e mai natura è stata più perfetta come in Maria. Una natura ricevuta, ma, ripetiamo, coltivata quotidianamente nell'ascolto e nella meditazione. Questa piattaforma umana ha permesso che l'essere di Maria fosse sempre più predisposto al dono della maternità divina. Giorno dopo giorno, passo dopo passo, fatica dopo fatica, gioia dopo gioia.
 
Maria è cuore che fa sintesi e unisce (al contrario di colui che divide "diaballo", satana). Maria unisce, ("sunballousa ha il testo greco), fa sintesi delle parole ricevute e le incastona una dopo l'altra come una collana.
In questo suo "unire" il divino con l'umano, la grazia con il limite, Maria è specchio del lavoro dei credenti di perpetuare una "quasi incarnazione" nella loro vita e di sviluppare la missione sacerdotale propria di ogni battezzato. Non si può comprendere il sacerdozio ontologico e prioritario di Cristo se non nel mistero di "unire" che parte dal cuore di Maria, la quale è scuola umana di sacerdozio per l'uomo Gesù. Gesù, uomo, imparò l'obbedienza dalle cose che patì ed imparo anche da e con Maria Sua madre. Questo mistero non deve stupire perché il desiderio di unire l'umanità a Dio nasce dal cuore del Padre e, se viene completato perfettamente nell'unico e sommo sacerdote che è Cristo, in Maria trova la sua collocazione paradigmatica in quanto credente in ascolto e donna che ama. E' il padre stesso che volle che Gesù imparasse umanamente da Maria quello che Egli, il Cristo, per natura già sapeva.. il Suo essere sommo Sacerdote, ponte eterno fra Dio e l'uomo.
 
Maria è cuore che attualizza e che dona senza gelosia ciò che ha imparato. Maria, dunque, dona innanzitutto Gesù e in Gesù se stessa. Maria ancora si dona come memoria spirituale, psicologica ed esistenziale nella parole di Luca l'evangelista.
 
Ecco perché dobbiamo tutto a Maria perchè Lei ha dato tutto.
 
Come Maria dunque, ogni credente e soprattutto ogni donna...
è la direzione spirituale lungo tutto questo nuovo anno.
 
Per approfondire
http://www.zammerumaskil.com/sclerocardia13.html
http://www.zammerumaskil.com/sclerocardia17.html
http://www.zammerumaskil.com/sclerocardia32.html
http://www.zammerumaskil.com/mulierisdignitatem.html
http://www.zammerumaskil.com/marialiscultus.html
http://www.zammerumaskil.com/ruah.html
http://www.zammerumaskil.com/bereshit5.html
 
 
S. Messa della notte di Natale - Anno B 2005
25 Dicembre 2005
 
O Dio, che hai illuminato questa santissima notte
con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo,
concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo

nei suoi misteri,
di partecipare alla sua gloria nel cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio, e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 
il Vangelo
 
+ Dal Vangelo secondo Luca Lc 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città.
Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.
C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: "Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia". E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva:
"Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama".
 
 
il commento
 
Proprio grazie agli evangelisti ed in modo particolare al "preciso" Luca si specifica dove e quando Gesù sia nato indicando l'importante censimento ordinato da Cesare Augusto.
Così Giuseppe "uomo giusto" si mise in cammino con la sua sposa incinta per ottemperare ai suoi obblighi di cittadino, cioè farsi registrare. Non è un dettaglio. Quanti di noi, oggi, non obbediscono alle leggi giuste dello stato (come se basti il "non rubare" o il "non uccidere") e vivono responsabilmente il loro essere veri cittadini con tutti i diritti e tutti i doveri?
 
Giuseppe e Maria partono per Betlemme ma non sono soli, anche se il mondo ancora non lo sa,
sono con Gesù,
Cristo Re che si nasconde nella debolezza e nell'innocenza di un bimbo.
Finalmente Maria non fa il viaggio da "sola", con il suo "tesoro divino", come quando andò a trovare Elisabetta,
ma ora è in viaggio con la sua Sacra Famiglia.
Giuseppe, uomo giusto, condivide le sue gioie e le sue preoccupazioni.
Anche noi non camminiamo da soli,  anche se spesso non lo sappiamo, ma con Gesù e tutta la sua Chiesa.
Un cammino, come quello di Giuseppe e Maria, fatto di luci e ombre, di gioie e disagi.
 
E' un po' difficile non sentirsi fisicamente soli in questo mondo. La comunicazione massmediale  ha aperto orizzonti impensabili dell'incontro... eppure siamo soli e soprattutto, siamo a disagio, quante cose vorremmo per riempire il vuoto che abbiamo dentro, naufraghi mai sazi alla ricerca del "centro di gravità". Ma se pensiamo a Maria, che proprio nei giorni prossimi al parto dovette mettersi in viaggio . . .  allora possiamo rincuorarci e consolarci! Anzi possiamo comprendere il senso profondo del nostro disagio e dargli la risposta di Maria e di Giuseppe, che, nel silenzio attendono la gioia.
Immaginiamo il caos, certo proporzionato a quei tempi, di quelle strade in quei giorni dove tutti si spostavano per farsi registrare nella città natale, ma quanta polvere. . .  Povera Maria già affaticata dal "pancione"!
Immaginiamo nel cuore di Maria la preoccupazione di dover partorire chissà dove e mi viene in mente a quante donne piacerebbe partorire in una bella, riservata, accogliente clinica privata anziché, se ti và bene, in una squallida sala parto di un ospedale di provincia, con le infermiere urtate che stai partorendo di notte.
Chi non vorrebbe far addormentare il proprio figlio in una splendida culla, ornamentale, color pastello, piena di pizzi e merletti come se ne vedono nel miglior artigianato, eppure.. il Si di Maria, il suo "Sì" continua così come per tutta la vita.
 
Mancando il posto in albergo (che curioso!) dovette partorire in una grotta, dunque in un posto non idoneo (è vero che oggi stimolati dalla chicco-dipendenza arriviamo all'eccesso oleografico ma, per contro… partorire vicino al letame?) tanto che lo depose in una mangiatoia, una specie di cassa dove si mette il foraggio alle bestie, che originale anzi che significativo proprio Gesù che diventerà cibo per l'umanità… per noi che a volte siamo peggio delle bestie.
Così Gesù appena nasce sentì come minimo freddo… un piccolo particolare che spesso ci dimentichiamo quando facciamo il nostro bel presepe sempre più bello, sempre più grande, sempre più tecnologico.
Il freddo del venire al mondo, il freddo del Dio fatto uomo che si incontra con il limite cruento del nostro esistere, l'abbassamento di Dio ad essere corpo limitato di uomo... per Amore..
Meno male che c'era e che c'è Maria con il suo calore, perché con il nostro cuore freddo, spinto dalla farsa natalizia più che dalla sostanza, Gesù ancora tremerebbe.
Meno male che oggi come ieri ci sono dei "pastori" che all'inizio possono aver timore ma poi ascoltano l'angelo/la parola e quando trovano Gesù sono pieni di Gioia.
Forse un po' stupiti dal posto dove trovano il "Salvatore, che è Cristo re"; d'altronde ancora oggi non c'è posto per i bambini, i poveri, gli anziani, i malati, i carcerati, torturati, deboli, profughi . . . quanti Gesù ci sono nel mondo indifferente . . . a Natale di tutto si parla e di tutto si fa
ma di ascoltare, nel silenzio; obbedire ed andare verso Gesù Bambino?
Quel Gesù Bambino che si manifesta dove meno te lo aspetti?
Facciamo uno sforzo . . . non più bramosi ma moderati, non più serrati dalle nostre convinzioni mentali e spirituali, non più sgradevoli e limitati dalle proprie debolezze e vizi.
Io non voglio essere più causa di disagio, freddo e indifferenza per Gesù Bambino, voglio essere come i pastori:
ascoltare, obbedire, andare, esultare e piena di Gioia urlare
"Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama".
 Francesca F.
vd anche
" Verbum Caro factum est
" La gioia della vita nuova
 
 
IVa Domenica di Avvento anno B
18 Dicembre 2005
Dio grande e misericordioso,
che tra gli umili scegli i tuoi servi
per portare a compimento il disegno di salvezza,
concedi alla tua Chiesa la fecondità dello Spirito,
perché sull'esempio di Maria accolga il Verbo della vita
e si rallegri come madre
di una stirpe santa e incorruttibile. Per il nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio, e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
il Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38
In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te".
A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine".
Allora Maria disse all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio".
Allora Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto". E l'angelo partì da lei.
 
il commento
Siamo ormai arrivati alla IV^ Domenica di Avvento, l'ultima prima del Santo Natale. La liturgia odierna ci invita a proclamare e a contemplare il vangelo di Luca dell'annunciazione della nascita di Gesù alla vergine Maria.
Ogni volta che ci apprestiamo ad ascoltare un brano "molto noto" del vangelo, corriamo il rischio di farlo con superficialità senza dare l'importanza e il peso che merita ogni passo della Parola di Dio.
In questo vangelo vi è l'annuncio di Dio, tramite l'arcangelo Gabriele, a Maria, della nascita del suo figlio. A Maria viene detto che il messia, il salvatore del popolo d'Israele, nascerà da lei, piccola ed umile giovane di Nazareth.
Sarebbero tante le cose da dire: quanto era grande l'attesa della venuta del messia, cosa voleva dire esserne la madre, con tutto ciò che esso avrebbe comportato, che messia si stava aspettando, etc.
Vorrei però fissare lo sguardo su ciò che sempre mi ha incuriosito, interpellato, affascinato: "Come fece Maria a dire "sì" a Dio riguardo ad un evento così importante, che avrebbe rivoluzionato non solo la sua vita e quella di chi le stava accanto (Giuseppe), ma addirittura tutta la storia del mondo e quindi la vita di tutti compresa la mia e la tua che mi stai leggendo?"
Certo anche la tua se vuoi, perché di fronte alla parola di Dio possiamo avere due atteggiamenti: possiamo udirla, oppure ascoltarla. Se la ascoltiamo dobbiamo chiederci: "Signore cosa vuoi dirmi con questa parola?"
Tornando a Maria, ella ha potuto pronunciare il suo "sì" perché era fermamente convinta che era Dio stesso che le stava mostrando e proponendo  il suo progetto e che le avrebbe anche donato la forza di attuarlo. Io posso rispondere "sì" a qualcuno che mi chiede qualcosa di importante solo se è una persona di cui mi fido ciecamente: Maria ha riconosciuto nelle parole dell'angelo, le parole stesse di Dio, quelle che aveva usato con Abramo, "nostro padre nella fede" chiamandolo ad essere "padre di molti popoli". Lei sapeva quanto fosse stato importante per il suo popolo il "sì" di Abramo. La consapevolezza che si trattasse proprio di Dio convince Maria a dire il suo "sì".
Maria a questo punto esprime tutte le sue perplessità: "Come è possibile?" Il progetto era sconvolgente, avrebbe rivoluzionato la sua e la nostra esistenza. Qui viene fuori la grandezza di Maria, la sua generosità, la sua malleabilità, il suo abbandono, il suo capire che non avrebbe aderito a quel progetto solo per se stessa, ma per l'umanità, perché Dio aveva scelto in lei la "nuova arca della nuova alleanza".
Io penso che Maria avesse percepito che quel "sì" avrebbe cambiato la storia.
Questo brano ci invita e mi invita innanzitutto a prestare più attenzione a quello che Dio vuole da me. Ci dovrebbe spingere a cercare di sintonizzarci sempre di più con Lui, a dargli sempre più tempo di preghiera, per permettergli di parlarci, di dialogare con noi.
Questo brano ci deve e mi deve spingere ad essere meno egoista, più malleabile, più disponibile, più mansueto alla volontà di Dio, consapevole che il mio "sì", anche nelle piccole cose della vita di tutti i giorni, si rifletterà poi su tutto il mondo, sull'esistenza intera: questo è il regno di Dio che è in mezzo a noi.
Concludendo lasciatemi dire anche questo: non si può decidere per la creatura più debole e più indifesa del mondo.
Il tuo "sì", donna che mi stai leggendo, può accomunarsi al "sì" di Maria, perché anche il figlio che tu sola puoi decidere di far nascere, è un figlio di Dio, è di "stirpe regale": merita di vivere, di crescere e di poterti un giorno ringraziare per aver deciso di donargli la vita.
Un augurio di un "vero" e "Santo Natale" da parte mia e della mia famiglia, Morena, Ester e Veronica; che ci porti ad essere pronti e pienamente abbandonati a ciò che Dio ha desiderio di donarci per mezzo del cuore di Gesù bambino.
 
Alberto e Morena Ridolfi
 
 
 
IIIa Domenica di Avvento anno B
11 Dicembre 2005
 
O Dio, Padre degli umili e dei poveri,
che chiami tutti gli uomini
a condividere la pace e la gioia del tuo regno,
mostraci la tua benevolenza
e donaci un cuore puro e generoso,
per preparare la via al Salvatore che viene.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
il Vangelo
 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,6-8.19-28)
Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: "Chi sei tu?". Egli confessò e non negò, e confessò: "Io non sono il Cristo". Allora gli chiesero: "Che cosa dunque? Sei Elia?". Rispose: "Non lo sono". "Sei tu il profeta?". Rispose: "No". Gli dissero dunque: "Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?" Rispose: "Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia". Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: "Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?". Giovanni rispose loro: "Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo".
Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
 
il commento
Giovanni Battista.
L'ultimo Profeta.
Il testimone della Luce.
Testimone visibile di Colui che nessuno conosce. Perché Gesù, fino ad allora, ha condotto un'esistenza ritirata, nel nascondimento di una professione umile, e di lui solo la madre sa. Eppure a questo "sconosciuto", dice Giovanni, "io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo".
Colpisce, in quest'epoca nella quale ognuno cerca per sé fama, successo, visibilità, l'atteggiamento di Giovanni, cercato, venerato quasi da coloro i quali si fanno da lui battezzare. Egli invece di sé non afferma neanche l'essere personale, ma si dichiara voce, solo voce di "uno che grida nel deserto".
Gridare nel deserto. Mi è capitato di farlo tanti anni fa. Nel deserto la voce non ritorna, ma va' e si perde, inutile grido che non trova risposta. E' la testimonianza più cristallina della propria nullità. Noi siamo solo voce. Voce inutile senza Colui che viene dopo di noi. L'uomo quando parla di sé, quando parla per sé altro non è che voce. Ma questa voce se prepara la strada a Gesù, allora diviene grido, indizio certo per una strada da percorrere.
Mi viene in mente il Beato Charles De Foucauld, anche lui profeta di Gesù, in mezzo ai Tuareg, nel deserto del Sahara e nel nascondimento della sua "Nazareth" personale. Morto per mano di coloro che voleva servire, per decenni sconosciuto ai più, secondo quanto da lui desiderato. Ed è in questo svuotamento del sé che trova spazio l'immensità di Dio, che da voce diventa grido e da grido si trasforma in Luce.
Paolo Aragona
www.paoloaragona.com


IIa Domenica di Avvento anno B
4 Dicembre 2005
O Dio, Padre di ogni consolazione,
che agli uomini pellegrini nel tempo
hai promesso terra e cieli nuovi,
parla oggi al cuore del tuo popolo,
perché in purezza di fede e santità di vita
possa camminare verso il giorno
in cui manifesterai pienamente
la gloria del tuo nome.
Per il nostro Signore Gesù Cristo Tuo Figlio che è Dio e viva e regna con Te,
nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. (dalla colletta del giorno)
 
il Vangelo
Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,1-8)
Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia:
"Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te,
egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la strada del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri",
si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: "Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo".
 
il commento
Marco, per iniziare il suo vangelo, fa riferimento ad Isaia.
Quello di Isaia è un annuncio profetico, i segni indicano che il momento è arrivato. Infatti, Giovanni comincia a battezzare nel deserto, predica la conversione ed il perdono dei peccati.
Naturalmente, non è soltanto Isaia a profetare quel momento, per certi versi buona parte dell'Antico Testamento è prologo a tutti gli eventi centrati su Cristo, ma Marco ha scelto la pericope tratta da Isaia, perché? È stato casuale, come dire il primo brano capitatogli sotto gli occhi, oppure vi è un motivo più profondo che lo ha condotto a tale predilezione?
Il riferimento ad un messaggero che grida nel deserto non è soltanto un segno di avvertimento, è anche un invito ad uscire dal deserto, a trovare la libertà in colui che sta per arrivare: Cristo. L'immagine del deserto è emblematica: molto concreta per il popolo ebraico, rammentandogli le difficoltà, le sofferenze, i momenti di allontanamento da Dio, la siccità, il lungo cammino verso la Terra Promessa, nello stesso tempo vale anche come immagine metaforica, può indicare le sofferenze interiori, la solitudine, ma anche i nostri peccati, le nostre scelte sbagliate che ci hanno portato su strade tortuose - lontano da Cristo -, strade difficili da percorrere. Dunque, il grido del messaggero coincide con un grido alla conversione per la remissione dei peccati, solo in questo modo si accoglie pienamente Gesù, solo quando si raddrizzano le proprie strade, allora si raddrizzano anche le strade di Cristo. Non solo, ma è Cristo stesso che fornisce la speranza in ciascuno di noi per appianare i nostri sentieri e per aprirci la via alla verità ed alla libertà.
La strada retta nel nostro cuore porta direttamente a Cristo, il battesimo di conversione, quel grido di Giovanni, è preludio a Cristo, nello stesso tempo viene precisata la potenza di Cristo: Egli è colui che battezza in Spirito Santo ed è anche, aggiungiamo noi, colui che può pienamente rinnovare la nostra vita, ma lo fa solo con la nostra partecipazione.
È essenziale, allora, voler fare un passo di avvicinamento con la conversione del cuore, con il desiderio di lasciare il deserto arido, per incontrare il ruscello di vita che è Cristo.
 
Milko G.
 

Ia Domenica di Avvento anno B
27 novembre 2005
O Dio, nostro Padre,
nella tua fedeltà che mai vien meno
ricordati di noi, opera delle tue mani,
e donaci l'aiuto della tua grazia,
perché attendiamo vigilanti
con amore irreprensibile
la gloriosa venuta del nostro redentore,
Gesù Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. (dalla colletta del giorno)
il Vangelo
Dal Vangelo secondo Marco  (Mc 13,33-37)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare.
Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!"

il commento
Dio è il padrone, cioè il Signore, solo chi lo riconosce veglia.. altrimenti dorme!
Non basta essere cristiani, e lavorare magari tanto "per il Regno", bisogna riconoscerlo Signore per poter vegliare.
Veglia solo chi ha questa coscienza e chi ama.
La veglia è attenzione, vigilanza, desiderio e cura.
Don Bosco ricordava ai suoi giovani di vivere come se ogni giorno fosse l'ultimo della nostra vita… giorno in cui desideriamo con tutto noi stessi ciò che Dio desidera.
Perché la dov'è il tuo tesoro la è il tuo cuore.
La Beata Angela da Foligno, stremata dalle prove, si rivolge a Dio chiedendo aiuto e il Signore Gesù le dice (da buon pedagogo e da Maestro): "Angela che cosa vuoi?"
E lei risponde: "Voglio Dio!, Voglio Dio!".
Qui, in questo desiderio ardente che proietta mente cuore e corpo; passato e presente, futuro e sogni, realtà e pensieri, qui sta il senso del nostro Vegliare. "Volere Dio!" E desiderare con tutto noi stessi che Egli sia tutto in tutti, vicini e lontani, amici e nemici, credenti e atei, santi e peccatori.
Vegliamo e desideriamo dunque.. ogni sforzo, per quanto grande è solo l'inizio del nostro cammino nell'amore; della nostra pneumatizzazione quotidiana.
Chi fa il male cessi di servire il peccato e di ottenebrarsi e invischiarsi in esso.
Chi fa il bene rafforzi le sue speranze nel desiderio della veglia e non si appropri del bene che compie.. ma riconosca di essere servo inutile.
Chi sente arrivato perde tempo nella mormorazione, nel giudizio avventato, nella distrazione mondana.
Chi si sente arrivato.. non ha più Gesù come Signore, è schiavo di altri padroni..
Chi si sente arrivato non costruisce la Chiesa e non muore per essa.. non abbraccia le sue luci e le sue ombre.
Chi si sente arrivato non veglia in perpetuo "Avvento", non attende Cristo che continuamente nasce nel cuore dei poveri ma si disperde nelle luci e negli abbagli freddi della pubblicità natalizia e nei desideri del consumo.
Chi si sente arrivato non ode la voce del "padrone" ovunque Egli si manifesti.. magari in situazioni umanamente disdicevoli.
Chi si sente arrivato perde la parte migliore nell'attivismo che gratifica l'autostima e non rafforza la sudditanza amorosa.
Chi si sente arrivato è perduto.. e purtroppo.. sta già dormendo…
e, peggio ancora, si sta chiudendo alla sorpresa della Gioia!
 


 

 

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