Le due forme di empietà

MadreTeresa una donna di Dio“Che dunque? Ci metteremo a peccare perché non siamo sotto la Legge, ma sotto la grazia? È assurdo! Non sapete che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale obbedite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell’obbedienza che conduce alla giustizia?” (Rm. 6,15-16)

L’empietà ha sostenzialmente due forme. Quella propria di chi non crede, di chi non rivolge culto a Dio, ed è immediata e grossolana. Essa semplicemente, come ricorda l’apostolo è così strutturata nel variopinto caleidoscopio dell’anima pagana:
“In realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.
Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa." (Rm. 1, 18-32)

L’empietà dei credenti, invece è più sopraffina perché essa o si comporta come una maschera o come accidia.
Nel primo caso essa si ammanta di una purezza cultuale o di facciata ma con le opere rinnega la facciata stessa ed è dunque sostanzialmente empia.
A poco serve celebrare una messa con l’altare rivolto ad Oriente se poi le nostre mani grondano di omicidio della Carità e non vivono l’urgenza mariana del “non hanno più vino”; di ogni tipo di “vino”.
A poco serve il salmodiare latino e gregoriano se la nostra lingua non è frenata nella mormorazione, nella detrazione, nella condanna. D’altronde a poco serve essere “papisti” se poi ci si perde nelle piccole battaglie, spesso radical-chic, e non si scorge l’urgenza dei “segni dei tempi”.
Ed ancora a poco serve se totalmente immersi nelle battaglie dei “segni dei tempi” perdiamo la Speranza, sia come dimensione Teologale che come dimensione orante e di totale resa e fiducia nelle Mani del Padre.

Nel secondo caso, similmente alla prima forma di empietà, ci si ammanta di quella ignobile furbizia in cui “Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà” (Lc. 12,47).
La volontà del Padrone, infatti, non è comando solo diretto ma legame di vero Amore.

E chi ama obbedisce speditamente perché è fuori di sé, pur essendo pienamente sé stesso. Questa è la Pietà.
Chi dimentica questa natura di Amore, e la Pietà, disprezza la natura stessa del rapporto con Dio e la natura autentica della propria natura.
L’accidia, infatti comporta l’uccisione della vita naturale e della vita di grazia e, come un baratro senza fondo, ingoia tutto nutrendosi persino della propria disperazione.
Che è già castigo in sé stesso.
“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc. 12,48)

Facciamo dunque spazio, nel nostro cuore, nella nostra mente e nelle nostre mani, al dono della Pietà.