L’ipocrisia: mutevole e dinamica con l’apparenza di bene

Simone Fariseo2 900x600 c«Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte»
(Dal Vangelo del giorno, Mc 7, 1-13)

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Vi sono molteplici forme di ipocrisia che ingrassano il nostro ego quotidianamente.
Perché la funzione dell’ipocrisia è quella proprio di deformare il sé senza amore reale di sé, di Dio e del prossimo.

Coprire il vero con la dottrina fatta di uomini è uno dei metodi più grossolani. L’ideologia rimane dunque il fulcro che usa, letteralmente “usa”, il “sacro” per non rendere culto né a Dio né onorare gli uomini, né amare sé medesimi secondo Dio. E di queste cose ne facciamo molte.

Poi esiste anche l’ipocrisia più velata di riempirci la bocca, la catechesi e le prediche (clericali e laicali) di parole che colpiscono l’immaginario.
Misericordia,
accoglienza,
integrazione,
inclusione.
Che sono importanti, fondamentali, per un contesto sociale ed ecclesiale ma spogliamo tali valori e tali principi dimenticando che siamo feriti e che anche qua, proprio qua, rischiamo quotidianamente, ferialmente, con una patina sopraffina, di operare ladrocinio.

Perché quello che conta, per il nostro io vorace e dissonante, non è accogliere o integrare, in definitiva, ma garantire al nostro io che stiamo accogliendo ed integrando perché dobbiamo sentirci e, soprattutto apparire, più buoni.
E guai a chi ci smonta il giochino proiettivo, diverrà oggetto della nostra stizza furiosa; del nostro, apparentemente santo, sdegno.

Da come smascheriamo questa truffa sopraffina?
Proprio dall’odio che proviamo verso chi non è accogliente e magari è anche razzista.
Non combattiamo il disvalore del razzismo, l’obbrobrio dell’emarginazione, la colpa della mancanza di Carità, l'ingiustizia della mancanza di inclusione.
No. Stigmatizziamo a nostra volta. Diventando razzisti verso i razzisti. Incapaci di integrazione verso chi non integra.
Proiettiamo verso il “nemico” tutto il marcio che abbiamo dentro perché incapaci di dargli un nome nella nostra personalissima truffa e nella nostra personalissima ipocrisia.

L’arte dell’umiltà non si raggiunge se non dopo un lungo cammino di umiliazione in cui realmente si smette di guardare a sé per guardare Cristo. Ove presente. Persino nel razzista. Persino nel nemico, senza smettere di chiamare bene il bene e male il male.

Non spezziamo dunque la catena iniqua del narcisismo e del soggettivismo, ma la nutriamo a nostra volta e, cosa più drammatica, ci spacchiamo dentro. Nutriamo il cancro.

Questo meccanismo disumano, duole dirlo, poiché parodia dell’umano, viene alimentato dai mezzi di comunicazione, tra l’altro in mano a chi di questo ci fa mercato.

Come dunque uscirne?
Onorando Dio con il cuore, facendoci scavare nel cuore e chiedendo perdono anche per il bene quotidiano che ci è dato di compiere. E perdonando, e chiedendo di perdonare, realmente i "nostri nemici".
Capendo che la guarigione deve raggiungere il cuore del cuore, perché “non sia lontano da Lui”, per quotidiana e continua salvezza.

Il Kerygma paolino nella lettera ai Romani offre la soluzione. Che è personale ed ecclesiale nel contempo, mistericamente:

“Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore,
e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti,
sarai salvo.” (Rm. 10,9)

 

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