Il dovere morale nell'amore è anzitutto un dono di Dio

mani che aiutano mani"Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.

In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito.
E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi.
Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui." (1 Gv 4,7-16)

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È giusto che nella memoria liturgica di S. Marta, santa dell'accoglienza, facciamo memoria dell'amore reciproco.
Il dovere nell'amore per i primi apostoli non nasce da un dovere morale, kantianamente inteso, da una volontà che si fonda sul soggetto ma, ed è questo il nocciolo, su una volontà donata, cresciuta alimentata dal dono di Dio. Questo era chiarissimo per i primi discepoli di Gesù tanto che si riverbera nella coscienza apostolica, mistica ed esperienziale nel capolavoro di san Paolo nella lettera ai Romani al cap. 8.
Il dovere nasce da un "debito nello spirito Santo".
Dunque non tanto "io devo" ma, piuttosto, "devo perché posso, devo perché il bene (in cui sono e partecipo) deve in me".

Per noi, che viviamo in tempi in cui il soggetto dipende dal soggetto e si autodetermina, ingolfandosi nella tristezza e capitolando nella disperazione e nella falsa depressione, a cui porta ogni ideologia, è difficile comprenderlo fino in fondo.

C'è un lungo catecumenato da fare e tanta strada da percorrere.
Tanto cartavetro dell'umiltà da applicare.

È Dio che fonda la Carità e determina l'accoglienza, egli che è Amore, misura dell'Amore, ritmo dell'Amore e tutto sostiene nell'Amore.

Se c'è una volontà prima, un agente che in sé determina l'essere è Dio. Noi siamo per partecipazione.
Questo, in fondo, se onesti, lo sappiamo ma per un meccanismo contorto di autostima toccato dalla ferita di origine, facciamo di tutto per negarlo.
La prima vera fuga, la prima negazione e la prima rimozione, con i diversi livelli tra questi tre stadi, avviene proprio nei confronti dell'Amore di Dio che dona l'essere a cui partecipiamo singolarmente, individualmente, unicamente e comunitariamente.

Per tale motivo il cammino cristiano non è solo intellettivo, potremmo dire, catechetico e nozionistico, ma è catecumenato nello Spirito Santo, perché mira a recuperare il senno sepolto sotto una vasta coltre di distorsioni.
Il catecumenato nell'Amore rettifica e corregge man mano queste distorsioni.

La nostalgia di casa, della somma accoglienza, è presente in noi ma attuiamo meccanismi maldestri, coscienti e non, per negarla.
Il dolore del recupero di ciò che siamo e da dove veniamo è possibile solo alla luce calda, illuminante, scarnificante e guarente dell'Amore.

Altrimenti ci si muove in superficie. Dove tutti ci credono uomini e donne di Dio ma non sappiamo neanche lontanamente cosa significa un'immersione audace nel cuore di Cristo.

Ecco perché l'apostolo può dire:
"Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui."


PiEffe