CATECUMENATO DELLA PAROLA

Annunciazione Porziuncola"Beati coloro che ascoltano la parola di Dio
e la osservano."
(Lc 11,28)

L’ascolto nella Sacra Scrittura e nell’esperienza del popolo di Dio non è legato solo ad una attività cognitiva catechetica. Allo stare attenti e al capire.
Anzi.
È legata ad una esperienza polarizzante. All’uomo e al noi, alla persona e alla Chiesa che è polarizzata verso Dio.

"Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo! Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze".
(Deuteronomio 6,4-5)

Come ricorda Gianfranco Ravasi: “.. “ascoltare” è sinonimo di “obbedire”. Si tratta, quindi, di un’adesione intima e non di un mero sentire esterno, di un orecchio libero dalle “ortiche” delle chiacchiere (per usare l’espressione della poetessa ebrea Nelly Sachs). È il non essere «ascoltatore smemorato ma colui che mette in pratica», come scrive san Giacomo (1,25). «Ascolta» e «amerai» sono, infatti, nel nostro testo in parallelo tra loro.”

Dunque non si può separare Ascoltare ed Osservare, con tutto il Cuore, con tutta l’Anima e con tutte le Forze.

Ecco perché, più correttamente, l’esortazione del Deuteronomio e la beatitudine che Gesù fa di Sua Madre e dei Suoi discepoli, è più catecumenato che catechesi.

A volte nei nostri gruppi biblici si capitola in una comprensione mentale ed in una appropriazione cognitiva della Parola. Ma questo porta ad emergere il nostro sé malato, il nostro protagonismo.

C’è il rischio che, iperbolicamente, dietro il molto conoscere della Bibbia non la si “conosca”, in senso biblico, affatto.

Uno dei suggerimenti che porto e che ho visto applicati in una sola Parrocchia, ad onor del vero, in vita mia, 25 anni fa, è quello di fare, nei gruppi biblici sulla Parola della Domenica, di tanto in tanto, non la riflessione precedente la domenica successiva ma la riflessione e la risonanza sulla domenica appena trascorsa. Cioè dopo la proclamazione liturgica, per eccellenza, e la frammentazione sapiente ad opera del Sacerdote nell’omelia. Cioè di fare il gruppo su quella Parola dopo la potente proclamazione liturgica.

È senza dubbio buono andare alla Santa Messa della Domenica avendo meditato e fruito della Parola che verrà proclamata. Ci fa entrare in una specie di sano “effetto larsen”, di “Vibrazione simpatica” nei suoni della Parola.
Il sacerdote, ad esempio, non può di certo arrivare al momento donativo e risonante dell’omelia senza preparazione. Ma è altrettanto buono, fruttuoso, rispettoso della natura intima della Parola che essa risuoni in noi dopo l’evento dell’Opera di Dio nella Liturgia. Anche per spezzare, almeno di tanto in tanto, quella gnoseologia biblica, presente in una sorta di protestantizzazione della Parola presente nei gruppi che si svolgono nella Chiesa Cattolica. Che capitolano più nella conoscenza vivisezionistica della Parola che sulla sua messa in pratica, nella Grazia, specie nei passaggi della Parola che non hanno metabolizzato il nostro cuore.

Altro stratagemma utilissimo per “Osservare” la Parola è quello del ruminare costante della medesima nella giornata. Come ci hanno insegnato i “padri del deserto”.
Piccole invocazioni, ripetute, respirate, desiderate, sospirate, magari tratte dalla Parola del giorno e dal quel bene immenso della Liturgia delle Ore.

Perché il cuore, le labbra, la mente e le mani si ritmino su quella Parola che ci modella pian piano come la discepola per eccellenza, la sempre Ancella: Maria.

PiEffe

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