Newsletter ilcattolico.it

contact
La nostra newsletter ti consente di ricevere settimanalmente i nostri principali rilanci stampa,
le catechesi e tutti i momenti formativi e le campagne del sito.

Iscriviti, ti aspettiamo, clicca il link qui sotto per accedere alla pagina.

Tu sei il Fariseo

“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.
Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore” (da Dt 6,2-6)
 

Il più radicale esorcismo


"Addirittura (il demonio) vuole che tu lo accusi, vuole accollarsi lui stesso qualunque tua recriminazione, perché tu non faccia la confessione." (Sermoni 20, 2 , S. Agostino)
 

«Nudo uscii dal grembo di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!» (dalla prima lettura del giorno, Gb 1, 6-22)

Sono rivestito solo dell'infanzia spirituale.

Così, con questo sorriso, si fa la storia della Chiesa.
 

I 5 punti della buona meditazione

Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno»
- dal Vangelo del giorno, Lc 9, 18-22 -
 

Perché pregare il mattino presto



"Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni." (Sl. 90,14)

Il perchè pregare presto al mattino te lo dice la Parola stessa
che ti conosce più di quanto tu ti conosca
e ti porta dove tu, da solo, non andresti mai.
 

Ascoltare è mettere in pratica



«Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Dal Vangelo del giorno, Lc 8, 19-21)

Per l'uomo della Bibbia, l'uomo e la donna di Dio,
ascoltare e mettere in pratica non sono due momenti separabili
ma retorica descrittiva, e rafforzativa,
di un unico gesto di amore
che trova nell'Amore la sua stessa ragione d'essere.


 

".. perché chi entra veda la Luce"


".. perché chi entra veda la Luce"
(Dal Vangelo del giorno, Lc 8,16-18)

Indegnamente, radicalmente indegni,
siamo Teofori, portatori di Luce.
Di quella Luce che ci ha investito
con la Sua Bellezza.
Non tratteniamola
e ridoniamola con tutte le opere di Misericordia
per non essere trovati ladri e mancanti.
Induriti e sterili.
Perché la Luce non è nostra
e deve circolare.


 

"Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti" (Mc. 9,35)

Francesco di Assisi, il santo della minorità, aveva ben compreso che l'essere "minore" è una condizione dinamica non statica.
C'è sempre qualcuno di cui essere minore, servo.
C'è sempre una situazione in cui si è chiamati a servire.
La minorità non smette mai di cercare l'ultimo posto.
E quando non le è possibile, vive con il massimo distacco ogni "prestigio e ogni onore" non considerando il "privilegio" come un diritto ma come un regalo e, nel contempo, cerca di condividere questo regalo con i fratelli.
La minorità infatti ha ben presente che l'unico prestigio è appartenere a Cristo.
 

I figli della Sapienza


«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli» (Lc 7, 31-35)

 
Sommo Amore
somma compassione
sommo dolore
somma donazione
somma vocazione.
 

".. È impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto” (s. Agostino parla della Madre, Confessioni, Libro III, 12.21)
 
«Figlio dell’uomo, ecco, io ti tolgo all’improvviso colei che è la delizia dei tuoi occhi: ma tu non fare il lamento, non piangere, non versare una lacrima. Sospira in silenzio e non fare il lutto dei morti: avvolgiti il capo con il turbante, mettiti i sandali ai piedi, non ti velare fino alla bocca, non mangiare il pane del lutto» (Ez. 24,16-17)
 

Laeti bibamus sobriam profusionem Spiritus

“Non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore” (Ef 5,18-19)
 

Sant'Elena

Sant'Elena ebbe un ruolo fondamentale, forse è stata lei a contribuire alla conversione, poco prima di morire, del figlio. (santiebeati.it)
 

Almeno cinque punti:
 

“Caro salutis est cardo” (*)

* (Tertulliano, De carnis resurrectione, 8,3: PL 2,806)

 

Anche dall'orgoglio salva il tuo servo

"Anche dall'orgoglio salva il tuo servo *
perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile, *
sarò puro dal grande peccato." (Sl. 19,14)
 

Fuit mira mutatione commotus

Gratia supponit naturam et perficit eam
Gratia supponit naturam et extendit eam
Gratia supponit gratiam et profectum in ea


Allora, sospirando, Tommaso gli confidò: «Reginaldo, figlio mio, te lo dico in segreto, ma ti proibisco di rivelarlo ad alcuno finché resterò in vita. Il mio scrivere è giunto al termine, mi sono state rivelate, infatti, cose tali al cui confronto ciò che ho scritto e insegnato mi sembra ben poca cosa (palea est: è paglia); per questo confido nel mio Dio che, così come è giunta la fine del mio scrivere, giunga presto anche la fine della mia vita» (Gugliemo di Tocco, Storia di san Tommaso 47)

------

La Natura compie ordinariamente i salti per cui è predisposta.
Come spesso ho scritto, ho "ampliato" lo stichwort tommasiano "Gratia supponit naturam et perficit eam"con i seguenti: 

Gratia supponit naturam et extendit eam
Gratia supponit gratiam et profectum in ea.

Solo sintesi formale di quanto già presente in Teologia, Fondamentale e Spirituale.
Non potevo che arrivare a questa sintesi come figlio di Francesco e lettore di San Bonaventura.
Questo è accaduto a Tommaso d'Aquino e questo ricorda il Vangelo di oggi:

"Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre..
Io sono il pane della vita...
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo." (Gv. 6,44.48.51). 

ed ancora

"Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.

Gustate e vedete com'è buono il Signore;
beato l'uomo che in lui si rifugia." (Dal Salmo 33)

ed ancora

"Fratelli, non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione." (Ef. 4,30)

La fede non è un esercizio della mente o una serie di pratiche, la fede è cuore di bambino amoroso, 
è nudità che coglie Gesù nudo che si dona. (cit. Elena Francesca)
Anzitutto come Pane e Sangue della Vita.

Importante la forma? Certo.
Importante conoscere contenuti e saperli esplicitare? Certo.
Ma sopra ogni cosa quello che conta, che è appunto principio e culmine, è la Santa Devozione, cioè l'intima coniugalità con Dio,
da cercare e difendere sopra ogni cosa.
Talvolta anche da sé stessi.

Perché la nostra parte malata e ferita, sempre presente,
non comprende che per pronunciare "io" deve prima pronunciare con stupore "Dio!".
Solo dimenticandosi e morendo a sé troverà il sé.
Solo mirando, lodando, glorificando Dio
ciascuno saprà chi è e sarà compartecipe dell'edificare il "noi".
Difendiamo lo "spazio" della Grazia, dunque, come il bene sommo per cui ci è dato di camminare su questa terra e restituirlo ad ogni volto.
Perché la Carità deve circolare, 
nel pudore.

Custodiamo la nostra bocca
perché possa accogliere il Pane che ci rende ciò che siamo e ci porta al nostro destino.


"Noi costatiamo che la grazia ha maggiore efficacia della natura, ma la grazia della benedizione profetica è ancora superiore. Se poi la parola del profeta, cioè di un uomo, ha avuto tanta forza da cambiare la natura, che dire della benedizione fatta da Dio stesso dove agiscono le parole medesime del Signore e Salvatore? Giacché questo sacramento che tu ricevi si compie con la parola di Cristo. Che se la parola di Elia ebbe tanta potenza da far scendere il fuoco dal cielo, la parola di Cristo non sarà capace di cambiare la natura degli elementi? A proposito delle creature di tutto l'universo tu hai detto: «Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste» (Sal 32, 9). La parola di Cristo, dunque, che ha potuto creare dal nulla quello che non esisteva, non può cambiare le cose che sono in ciò che esse non erano? Infatti non è meno difficile dare alle cose un'esistenza che cambiarle in altre." (Dal Trattato sui Misteri di S. Ambrogio, Vescovo, Nn. 52-54. 58)


 
«Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt. 12,49-50)

“Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.” (Sl. 126,1-2)

 
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11, 25-27)

 
«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!» (Mt 11, 20-24)
 

Le vostre mani avare, grondano sangue

"Le vostre mani grondano sangue.
Lavatevi, purificatevi,
allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni.
Cessate di fare il male,
imparate a fare il bene,
cercate la giustizia,
soccorrete l'oppresso,
rendete giustizia all'orfano,
difendete la causa della vedova." (Is. 1,15-17)
 

Il Padre vede ogni stanchezza

“Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».” (Matteo 9:36-38)

C’è stanchezza che nasce dalla fatica, quella fatica onesta e quotidiana.
C’è stanchezza che nasce dai vizi e dai comportamenti che assecondano tali vizi e che può portare in discesa libera alla morte.
C’è stanchezza che nasce dalla dissipazione e dalla confusione.
C’è stanchezza che nasce da chi è assetato di giustizia e di verità e piange lacrime che consumano gli occhi.
C’è stanchezza di coloro che come pecore, senza pastore, non hanno punti di riferimento dove persino “il sacerdote ed il profeta vagano per il paese senza sapere cosa fare” (Ger. 14,18)
Eppure il Padre ha compassione.
Vede, si prende cura, è attento.
Da Lui la Vergine Madre ha imparato a dire “Non hanno più vino!” (Gv. 2,3)

Solo chiede che anche tu maturi il tuo cuore alla Sua misura. Non solo dicendo sì!
Non solo con la disponibilità personale ma, anzitutto, con la preghiera perché qui Egli concede operai, angeli, profeti, apostoli, apologeti, pastori, sotto spoglie, luoghi e tempi e modi, per te inaspettati.
Perché Egli, vede ogni stanchezza ed è Signore della storia. Di ogni storia.
La preghiera ti dona di vedere in questa vista, di desiderare in questo desiderio e di avere la compassione del Padre, resa visibile dal Cristo, perché diventi carne e vita.
Perché la Compassione del Padre scorra nelle tue vene e tu diventi figlio nel Figlio.
 

La priorità

Fil. 3,8

ἀλλὰ μενοῦνγε καὶ ἡγοῦμαι πάντα ζημίαν εἶναι διὰ τὸ ὑπερέχον τῆς γνώσεως Χριστοῦ Ἰησοῦ τοῦ κυρίου μου δι’ ὃν τὰ πάντα ἐζημιώθην, καὶ ἡγοῦμαι σκύβαλα ἵνα Χριστὸν κερδήσω

Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza radicale di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come avanzo di porcheria inutile e putrida, al fine di guadagnare Cristo
-------------------------
Come a dire

“Preferisco morire del lecito alla Luce di Cristo
che vivere il lecito alla Luce di Cristo”

E se questo non sempre è possibile e conveniente,
sia presente almeno la tensione costante sulla Via di Damasco
 

Dare voce al profondo

Nephesh, in italiano, potremmo indicare così "la coscienza profonda", quella che lo Spirito (Ruah) ha dato all'uomo per essere ad Immagine e somiglianza di Dio; essa è il luogo del retto "concupire".
Tale coscienza lo pone al vertice della creazione perché l'uomo tramite questa peculiarità è più simile a Dio di ogni creatura.
 

Solo chi esce dal mondo può uscire nel mondo

Per uscire nel mondo, ognuno secondo propria vocazione, occorre uscire dal mondo
e non portarvi le nostre malattie, ferite e frustrazioni
 

Non la fretta e l'abitudine

Sia per il confessore che per il penitente..
Non la fretta e l'abitudine
ma lo stupore, il Timore, la Lode
di chi ha ri-avuto la vita per non morire più
come vibra e freme
un tubicino d'acqua percorso
al suo interno
da un fiume di acqua inarrestabile
come una fraternità immeritevole
che assiste attonita alla luce dell'Alba.

Mt 9, 1-8
"In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire "Ti sono perdonati i peccati", oppure dire "Àlzati e cammina"? Ma, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati - disse allora al paralitico –, prendi il tuo letto e va' a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua.
Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini."
 

Se dici di Amare Cristo

Se dici di amare Cristo fai tacere il dissenso
e fai germogliare l'appartenenza.
Solo allora potrai veramente essere fecondo e critico,
se necessario, perchè ciò che ti anima è sia l'amore e sia la risposta che dai, ogni giorno,
alla domanda di Gesù: "E tu chi dici che Io sia?"

Chiedi al Signore umilmente che tu possa incontrarlo sovente sulla via di Damasco perché tu possa conoscerlo sempre più e smettere realmente di perseguitare i tuoi fratelli.
Quali fratelli perseguiti, tu mi dici?
In certo qual modo tutti quelli che incontrandoti non hanno riconosciuto in te un Figlio di Dio, uno sposo di Cristo,
un figlio della Chiesa ma un lamentoso borbottante
incapace di lode e stupore
della gioia indicibile e nascosta,
animata dal realismo della Speranza.
 

Le due forme di empietà

“Che dunque? Ci metteremo a peccare perché non siamo sotto la Legge, ma sotto la grazia? È assurdo! Non sapete che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale obbedite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell’obbedienza che conduce alla giustizia?” (Rm. 6,15-16)
L’empietà ha sostenzialmente due forme. Quella propria di chi non crede, di chi non rivolge culto a Dio, ed è immediata e grossolana. Essa semplicemente, come ricorda l’apostolo è così strutturata nel variopinto caleidoscopio dell’anima pagana: “In realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa." (Rm. 1, 18-32)

L’empietà dei credenti, invece è più sopraffina perché essa o si comporta come una maschera o come accidia. Nel primo caso essa si ammanta di una purezza cultuale o di facciata ma con le opere rinnega la facciata stessa ed è dunque sostanzialmente empia.
A poco serve celebrare una messa con l’altare rivolto ad Oriente se poi le nostre mani grondano di omicidio della Carità e non vivono l’urgenza mariana del “non hanno più vino”; di ogni tipo di “vino”.
A poco serve il salmodiare latino e gregoriano se la nostra lingua non è frenata nella mormorazione, nella detrazione, nella condanna. D’altronde a poco serve essere “papisti” se poi ci si perde nelle piccole battaglie, spesso radical-chic, e non si scorge l’urgenza dei “segni dei tempi”.
Ed ancora a poco serve se totalmente immersi nelle battaglie dei “segni dei tempi” perdiamo la Speranza, sia come dimensione Teologale che come dimensione orante e di totale resa e fiducia nelle Mani del Padre.
Nel secondo caso, similmente alla prima forma di empietà, ci si ammanta di quella ignobile furbizia in cui “Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà” (Lc. 12,47).
La volontà del Padrone, infatti, non è comando solo diretto ma legame di vero Amore.
E chi ama obbedisce speditamente perché è fuori di sé, pur essendo pienamente sé stesso. Questa è la Pietà. Chi dimentica questa natura di Amore, e la Pietà, disprezza la natura stessa del rapporto con Dio e la natura autentica della propria natura.
L’accidia, infatti comporta l’uccisione della vita naturale e della vita di grazia e, come un baratro senza fondo, ingoia tutto nutrendosi persino della propria disperazione.
Che è già castigo in sé stesso. “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc. 12,48)

Facciamo dunque spazio, nel nostro cuore, nella nostra mente e nelle nostre mani, al dono della Pietà.



 

L'umiltà è festa degli angeli


La castità e l'integrità, intellettiva e morale, mossa dal perfezionismo e dall’amore malato di sé è portone spalancato alla Superbia. Alla festa dei demoni. L’umiltà, invece, tutto vince, perché tutto reputa un dono immeritato di Cristo. Ed ama il posto che Cristo dona come il migliore possibile.

"Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima»." (Lc. 11,24-26)


 
Questo mese preghiamo per..
Evangelizzazione:  "Per i nostri fratelli che si sono allontanati dalla fede, perché, anche attraverso la nostra preghiera e la testimonianza evangelica, possano riscoprire la vicinanza del Signore misericordioso e la bellezza della vita cristiana.”
 
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.  Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». - Mt 5,43-48

 

Lo adorino tutti gli angeli di Dio

La sobria onnipotenza di Dio
Che meraviglia il nostro Dio!
 

Fac hoc, illud devita

Retta coscienza

"Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare."(Gv.21,7)

"In imo conscientiae legem homo detegit, quam ipse sibi non dat, sed cui obedire debet, et cuius vox, semper ad bonum amandum et faciendum ac malum vitandum eum advocans, ubi oportet auribus cordis sonat: fac hoc, illud devita." (Gaudium et Spes,16)

L'amore riconosce l'Amore e la "carne" lo segue con slancio.
Questo moto è il contrario della Lussuria, ed è il retto amore che precede e, nel contempo, segue una retta coscienza.
Perché cerca sempre, sempre, sempre di piacere a Dio e di dargli gioia.
Per questo, sovente, si pone in obbedienza e sottomissione, mortificando, come lo Spirito richiede nell'intimo e nelle situazioni, il suo uomo (o la donna) di carne e la sua vanità.
Qualunque vanità. 
Cosicchè rimanga Cristo, il Signore, e il suo abbraccio di Risorto, che tutto sostiene.

 

Il segno dei chiodi

Oh, Signore Risorto
che per l'eternità hai il segno dei chiodi
a perenne memoria d'amore..
fa che in essi veda
ciò che mi segna la carne e la vita
per vivere nella mia carne
come possibile
i tuoi misteri.
Oh, mio Dio!


 

Li amò totalmente sino al compimento

“.. li amò totalmente sino al compimento” (Gv. 13,1)
… εἰς τέλος ἠγάπησεν αὐτούς.
 

I desideri, nel Desiderio Desiderato

«Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi…»
(Lc. 22, 15)
 


Deponi
,(ἔκδυσαι), o Gerusalemme, la veste del lutto e dell'afflizione,
 

Continua ricerca dei beni eterni

O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni. (colletta del giorno)

Continua ricerca dei beni eterni.
Dove hai il tuo cuore?
Dove hai i tuoi pensieri?
Dove hai i tuoi passi?

Non potrai essere cittadino della terra se prima non sei cittadino del Cielo.
Non potrai valorizzare ogni bene della terra e nemmeno ogni affetto
se non metti nell'altro piatto della bilancia della tua vita, l'Eternità.
L'Eternità, il volto di Dio in Cristo.
Non sarai fecondo, ovunque, se non ti fai permeare radicalmente, con violenza evangelica,
con gioia e speranza, dalla sobria ebbrezza nello Spirito.

Sobria, perché non ti appartieni,
Ebbrezza, perché santo, separato.. sei cittadino del Cielo ed hai nostalgia della tua Casa,
nello Spirito, perché è Lui che ti conduce fuori, verso l'altro, oltre te stesso per scoprire te stesso.

Da quello che cerchi e ricerchi, si scoprirà a chi appartieni.


 

Che io non celi il Tuo Amore

"Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

Non ho nascosto la tua giustizia dentro il mio cuore,
la tua verità e la tua salvezza ho proclamato.
Non ho celato il tuo amore
e la tua fedeltà alla grande assemblea." (Sl. 39)

Celare l'Amore è un rischio di tutti.
Due sono i modi per celarlo.
O la celiamo per viltà.
Oppure lo celiamo, per la viltà nascosta, che è parlarne troppo.

In entrambi i casi la viltà ha la meglio. La prima perché è palesemente espressa,
la seconda, più pericolosa, perché abilmente nascosta. Spesso anche a se stessi.

Quello che invece non cela l'amore è la santità di vita, umile, feriale, che restituisce  e riconosce il potere di Dio sulla storia, sulle cose, sul nostro corpo, sulla nostra mente e sul nostro cuore.
Ma questa santità è possibile come dono molto prima che come collaborazione alla grazia. E' consapevolezza e richiesta sull' "ecco io vengo" espresso dal Verbo.
Dall'azione di Dio, dalla Theourgia, prima che dalla liturgia.

Ecco che dunque ogni svelare l'amore, ogni missione, ogni evangelizzazione, ogni forma di apologia e di dialogo, ogni opera di carita fraterna, di solidarietà, di sussidiarietà e di autentica compassione è possibile dalla Sacra Liturgia e nella Sacra Liturgia ritorna.


 

Riconoscere Gesù venuto nella carne

"In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio:
ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne,
è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio." (Dalla prima lettera di Giovanni 1Gv 3,22-4,6)

Ogni volta che riconosciamo la Chiesa,
nonostante tutte le sue fragilità, facciamo un atto spirituale.
Compiamo un atto nello Spirito Santo.
 
Dalla prima Lettura della Festa della Dedicazione della Basilica Lateranense
Ez 47, 1-2.8-9.12

“… Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina”

L’acqua della grazia, il fluire dello Spirito Santo, dona la vita e fa fiorire il deserto. Dove c’era morte può nascere la vita.
E’ come un miracolo e talvolta lo è a tutti gli effetti.
Ma non produce un unico tipo di fiore e di frutto..
Ma molti tipi di fiore e di frutto, così come è concesso ai vari semi donati dalla Provvidenza.
Ma tutti insieme formano il giardino.
C’è chi vivrà il Regno come apostolo, chi come apologeta, chi come teologo, chi come studioso, chi come silenzioso servitore, chi con il calice della sofferenza, chi con l’impotenza, chi con il dono immenso della persecuzione, chi con il disprezzo di quelli della sua casa a causa di Cristo. Anche se è stato un peccatore, omicida e persino deicida e potrà diventerà fervido apostolo di Cristo Gesù.
Tutto è possibile a Dio in un cuore docile ed umile. Tutto.
Purché cessi ogni superbia ed ogni vanità e tutto venga fatto e compiuto per la Gloria di Dio, il bene dei fratelli e la bellezza.
Perché come è possibile il miracolo che il deserto diventi giardino e porti frutti di vita eterna, così è possibile che il giardino dica “io” invece di “Dio!” e che possa seccare e portare frutti velenosi, anche se apparentemente belli.
Si pieghi dunque il nostro cuore e siamo grati ed umili, non gelosi, non invidiosi, non ciarlieri e pettegoli, "prostrati adoriamo"…
mortificando di cuore quella parte che appartiene alla “carne” e che rischia di avvelenare anche le cose belle e buone del Regno.

 

Orandum est ut sit mens sana in corpore sano

«Orandum est ut sit mens sana in corpore sano» (Sat., x, 356) - Giovenale

Quindi nel depauperare la frase dell'Orandum est.. si ottiene il contrario di quello che voleva dire Giovenale ottenendo la deformazione che è alla base del narcisismo "somatolatra" - per dirla alla Romano Amerio - così diffuso nei giorni nostri. Attenzione dunque al salutismo e al culto del corpo che si configurano come una delle tante moderne idolatrie.
 
Ammonizioni di Francesco di Assisi - FF 146-151
Disse il Signore a Adamo: " Mangia pure i frutti di qualunque albero, ma dell'albero della scienza del bene e del male non ne mangiare". Adamo poteva dunque mangiare i frutti di qualunque albero del Paradiso; egli, finché non contravvenne all'obbedienza non peccò.
Mangia, infatti dell'albero della scienza del bene colui che si appropria la sua volontà e si esalta per i beni che il Signore dice e opera in lui; e così, per suggestione del diavolo e per la trasgressione del comando, è diventato per lui il frutto della scienza del male. Bisogna perciò che ne sopporti la pena.
L'obbedienza perfetta. 148 Dice il Signore nel Vangelo: " chi non avrà rinunciato a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo", e " Chi vorrà salvare la sua anima, la perderà". Abbandona tutto quello che possiede e perde il suo corpo colui che sottomette totalmente se stesso all'obbedienza nelle mani del suo superiore. E qualunque cosa fa o dice che egli sa non essere contro la volontà di lui, purché sia bene quello che fa, è vera obbedienza.
E se qualche volta il suddito vede cose migliori e più utili alla sua anima di quelle che gli ordina il superiore, volentieri sacrifichi a Dio le sue e cerchi invece di adempiere con l'opera quelle del superiore. Infatti questa è l'obbedienza caritativa, perché compiace a Dio ed al prossimo.
Se poi il superiore comanda al suddito qualcosa contro la sua coscienza, pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni. E se per questo dovrà sostenere persecuzione da parte di alcuni, li ami di più per amore di Dio. Infatti, chi sostiene la persecuzione piuttosto che volersi separare dai suoi fratelli, rimane veramente nella perfetta obbedienza, poiché sacrifica la sua anima per i suoi fratelli.
Vi sono infatti molti religiosi che, col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro e ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi e sono causa di perdizione per molte anime con i loro cattivi esempi.

---


Quello che si intende per coscienza in Francesco non è certo quello che intenderemmo noi.
Basti che un superiore, il parroco, il vescovo ci chiedano qualcosina che vediamo ledere un nostro diritto che subito ci ribelliamo. Anche nei confronti del Santo Padre usiamo la stessa metodica. Ci fermiamo solo all’ex-cathedra giusto per non essere – palesemente ed ipocritamente – eretici.
I social network e la stampa, anche cattolica, sono pieni di esempi di “carnalità” dell’io.
Ciascuno di noi vigili per non cadere.
Per Francesco, invece, le questioni di coscienza riguardano solo il Santo Vangelo rettamente interpretato dalla Chiesa.
Quando infatti comparve davanti al Santo Padre che lo invitò a pascolare i porci non disse: “Queste cose non ti competono”, “non me lo stai chiedendo ex-cathedra”, “non sai che questo contraddice la legge suprema della salvezza delle anime di coloro che mi seguono”, ecc
Ma ci andò.
Questa obbedienza salvò la Chiesa. Al Papa apparve in sogno Francesco che reggeva il Laterano e dunque capì il ruolo dell’uomo che più si avvicino al Suo Maestro e Signore.
L’obbedienza spesso non è la via più comoda ma certamente è la via umana e perfetta che zittisce il nostro io malato e lo addomestica alla luce di Cristo. Purché sia autentica, cosciente, virile e sappia offrire sull’altare il male del nostro io egoista e superbo, come un vero e autentico martirio.
 
Dalla prima lettura del giorno: Es 33,7-11; 34,5-9.28

"Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiar pane e senza bere acqua. Egli scrisse sulle tavole le parole dell’alleanza, le dieci parole."

L'inizio del dono della legge è segnato dalla preghiera e dal digiuno. Questo ci ricorda che prima di ogni nostra azione, di ogni nostra parola, annuncio, attività pastorale
è necessaria l'orazione e il digiuno, l'umiltà e la retta coscienza di sé, ed in ultimo l'ascolto.
L'orazione ci ricorda che Dio è fonte di ogni opera buona e di ogni bellezza. E' Lui che crea e ricrea la storia. Quella personale e quella macroscopica degli uomini. E ci vuole sempre qualcuno che prega a nome di tutti e per tutti affinché ciò avvenga.
Il digiuno ci ricorda che Dio è il bisogno primario e che tutto il resto viene dato "in sovrappiù" da colui che provvede agli "uccelli del cielo e ai gigli del campo".
L'umiltà ci ricorda che Dio è Dio e che noi siamo creature, sempre bisognose della sua provvidenza amorosa, fatta di Misericordia e di disciplina nello Spirito Santo.
La retta coscienza di sé ci ricorda che la Provvidenza di Dio consente che in ogni istante siamo da Lui creati ed amati. Ci ricorda che la vera e prima povertà non è quella dei mezzi ma quella di un cuore umile che riconosce di essere un dono. Povertà implica restituzione, servizio, donazione, solidarietà, sussidiarietà. Sia dei beni fondamentali, che sono quelli spirituali, sia di quelli materiali.
L'ascolto ci rende docili all'azione dello Spirito Santo, ad ogni suo sussurro, ad ogni sua mozione, ad ogni sua sollecitazione. Ci rende obbedienti a Dio e alla Chiesa, calpestando il veleno della superbia e della vanità. Del vaniloquio e dell'ira. Del parlare inutile e della verbosità.
 

La giustizia di Dio è sovrabbondante.

La giustizia di Dio è sovrabbondante.
Dalla prima lettura del giorno Gn 22,1-19
«Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

A furia di ripetere il ritornello della “Misericordia” rischiamo di dimenticarci che essa non è, per la Bibbia, il contrario della giustizia ma proprio il rivelarsi della sovrabbondante giustizia di Dio.
Nel concetto di bello e di armonioso, di buono e di meraviglioso, in ebraico “Tov” è incluso anche il concetto di giustizia. Questo termine ebraico è infatti qualitativo ed inclusivo. Contiene in sé il significato di "completezza".
La Giustizia, per la Bibbia, non è legata solo ad un ordine di rapporti umani, ma all'ordine cosmologico, armonioso e bello dato dal Creatore.
La giustizia non è mai elusa dal rapporto Dio-uomo, uomo-Dio. Solo che essa assume dei connotati diversi. Da una parte abbiamo l’uomo che è chiamato a fare tutto quanto è in suo potere in termini di volontà, dedizione, tempo, energie, affetto, priorità. Dall’altra vi è Dio che non attende altro che l’uomo dica – nei fatti e nella verità e con piena libertà – il suo si! Per riversare in Lui un oceano sconfinato di bene e di amore. “Dio che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te” diceva Agostino [Sant'Agostino, Sermo CLXIX, 13]. Ed è così. Egli ti vuole adulto e responsabile davanti alla tua vita perché Egli – Vita della vita – ti doni se stesso, la Vita Vera.
Ed ecco il perché del Padre benedicente davanti al figlio che torna a casa in parte pentito ed in parte per interesse e buon senso; ecco il perché del “Tu oggi sarai con me in Paradiso” promesso al “Buon ladrone”. Ecco il “Va e non peccare più” davanti alla donna umiliata e ferita da se stessa, dal suo peccato e dai fratelli.
La Misericordia non è mai elusa da una interna giustizia ma attende il suo compiersi poiché tu dia il tuo tutto, il tuo sì, la tua volontà ferma e decisa, la tua definitiva resa.
E proprio qui la misericordia ti previene e ti dona il grido che possa vincere ogni paralisi del cuore.
Non temere dunque di gridare, non temere dunque di dire sì!
Più il tuo cuore dirà sì, - soprattutto quando umanamente impegnativo e talvolta impossibile - più si allargherà e potrà cogliere l’infinito oceano che ti attende, "in una misura pigiata, scossa e traboccante"…
 
Ci sono alcune malattie del cuore che sono insanabili.
Solo la grazia può guarirle. Solo il cuore di Cristo può guarire le malattie e le ferite del cuore.
E' un mistero eppure è così.
Solo il cuore di Cristo Gesù ha le proprietà, il "tessuto", la potenza, di sanare un cuore ferito o malato e renderlo vivo.
Solo il cuore di Cristo può trasformare un cuore indurito in un cuore di "carne"; vivo, pulsante, capace finalmente di amare.
La solennità di oggi è la festa che ci aiuta a contemplare, capire e a tuffarci in quel mistero di Amore inesauribile che sgorga dalla passione, la volontà, il desiderio dell'uomo-Dio Gesù.
 

Angolo dell'orazione giugno 2013

Questo mese preghiamo per..

Generale:  "Perché prevalga fra i popoli una cultura di dialogo, di ascolto e di rispetto reciproco.”

Missionaria: “Perché là dove è più forte l'influsso della secolarizzazione, le comunità cristiane sappiano promuovere efficacemente una nuova evangelizzazione.”

Dei Vescovi: “Perché le nuove generazioni, educate a un uso corretto della libertà, sappiano compiere scelte responsabili e stabilire relazioni costruttive con tutti.”

Del Sito:  "Perché l'Eucarestia ricordi a ciascuno che la "liturgia" non è tanto azione dell'uomo quanto dono e mistero di Dio da accogliere come appello e fondamento del proprio cammino cristiano".





 

La morte è sorella

Dalla LETTURA BREVE delle lodi 2 Cor 12, 9b-10

"Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte."

Chiamare la morte "sorella" significa comprendere che essa è un dono.
Un dono che dischiude il dono immenso della vita verso il suo luogo eterno.
Chiamare la morte sorella riscatta dalla "seconda morte", epilogo di una vita passata nel delirio e nell'idolatria di sé.
Significa comprendere che ogni morte "quotidiana" è preziosa per arrivare a questa proclamazione di fede: la morte è sorella, compagna e amica che ci traghetta verso l'abbraccio del Padre.
Non è dunque l'assenza di dolore e di fatica che dona peso e sostanza alla vita ma proprio l'esperienza del limite e della morte perché richiamano il tuo cuore, spesso distratto, alla realtà vera che sei una creatura, sommamente amata, pensata e desiderata dal Dio della Vita.
Egli che è tutto il bene, ogni bene, il sommo bene.
 

Lo condurrò...

Dalla prima lettura del giorno Sir. Sir 4,12-22

"... Dapprima lo condurrà per vie tortuose,
lo scruterà attentamente,
gli incuterà timore e paura,
lo tormenterà con la sua disciplina,
finché possa fidarsi di lui e lo abbia provato con i suoi decreti;
ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà,
gli manifesterà i propri segreti
e lo arricchirà di scienza e di retta conoscenza."

Non fidarti di quelle guide che ti accarezzano e ti deformano la vista dell'Altissimo proponendo un Dio ad immagine e misura del sollievo del senso di colpa e del lenimento della fatica e della lotta.
Non fidarti di chi sull'altare del politicamente corretto e del buonismo sacrifica la bontà e la verità.
Non fidarti di quelle guide che ti vogliono per sé e non per Lui e per la Sua Chiesa.
Se Egli ti ama ti proverà, perché Egli si è provato senza misura per te; perché Egli ti ama e ti ha amato senza misura, senza confini, senza risparmio, senza allontanare mai lo sguardo verso la bellezza a cui sei destinato.
 
Dalla lettura breve del giorno: At 2, 22-24

"Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere."

Per quale motivo non era possibile che Cristo fosse tenuto in potere dalle angosce della morte?
Il termine angosce è una traduzione dal greco Odinas, che significa angoscia, travaglio, dolore indicibile, smarrimento totale, perdita del "sé". Legato alla "morte" non significa altro che lo stato che noi chiamiamo inferno.
Un travaglio ed un angoscia mortale che ricordano le parole di Maria al piccolo Gesù: "Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo".
Come a dire, "perché Gesù ci hai fatto questo senza di te è l'inferno."
Ma tornando a noi, l'angoscia dell'inferno non può trattenere il Cristo. Perché?
Perché Egli è la gioia, la luce calda della gioia che illumina ogni tenebra.
Dice infatti il salmo "nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce." (Sl. 139,12)
La gioia è dunque la cifra della Bellezza che è Cristo. E' Lui quel meravigliosamente buono (tov tov in ebraico) su cui è ritmata la creazione e la creazione dell'umanità.
Una gioia che non è sguiatezza ma stupore.
Non è prepotente ma sobria.
Non muove a facili entusiasmi ma muove a ritmica conversione.
Attrae verso l'amato lo sguardo dell'essere e ci conforma sempre più a Lui, il più bello tra i figli dell'uomo.
La gioia non è un fuoco di paglia ma un fuoco inestingubile;
non è una solleticazione emotiva ed una lussuria del cuore,
ma una traboccante pienezza dell'anima.
La gioia non urla, se non proprio quando deve,
ma piuttosto ama stare in ginocchio, tesa, in ascolto.
Tutta attende e nulla trattiene.
Sente il gorgoglio dello Spirito che dice "Vieni al Padre" e risponde in pieno abbandono e resa - culmine dell'obbedienza - "Abbà, abbà!".

Questa gioia forgia i santi, smussa le montagne e riempie le valli,
cambia i passi dell'uomo e crea ovunque il Regno di Dio, Storia nella storia,
perché non contempla l'opera delle proprie mani ma la Bellezza che esce dal Risorto.
Qui la vita nuova e l'eterna bellezza irrompe nella storia dissipando le tenebre della confusione e dell'eresia, dell'angoscia e del travaglio.
La gioia della Pasqua è il peso dell'esistenza.
Qui misura il tuo cuore, la tua mente, il tuo volto e la tua carne.
La gioia della Pasqua è il peso dell'esistenza.

 
Dalla lettura breve delle lodi:

At 3, 13-15:
    
    Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni.

Quando ascoltiamo questa affermazione potente di Pietro "avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita" pensiamo che appartenga ad altri. A persone del passato, del contesto storico in cui Gesù fu rinnegato, torturato e messo a morte.
Invece sono parole attualissime. Sono per oggi, ora. Sono per me. Sono io che l'ho messo a morte con le mie scelte e i miei comportamenti delittuosi, ideologici e senza fiducia e speranza in Lui.
Tutte le volte che, quotidianamente, non ascoltiamo la voce della Grazia e seguiamo le passioni e le mode delle ideologie noi mettiamo a morte Gesù.
Tutte le volte che calpestiamo la "grammatica" che Dio ha messo nella natura uscita dalle Sue mani, che rinneghiamo la vita, che neghiamo l'immagine simbolica della famiglia naturale che Lui ha voluto come segno e simbolo del modo con cui Lui ci ama, ebbene, noi calpestiamo l'autore della vita.
Tutte le volte che diciamo: "faccio a meno di Te" e decido io per me perché so cosa è bene e ciò che è male. Anche in tal caso uccidiamo l'autore della vita.
Tutte le volte che lo lasciamo ai margini del nostro quotidiano e la Sua Presenza non da "forma e sostanza" ai nostri passi, noi calpestiamo e rinneghiamo l'autore della vita.
Infine, tutte le volte che consapevoli di aver fatto tutto ciò neghiamo che Egli, il Risorto possa ri-farci nuovi.. anche in tal caso rinneghiamo l'autore della vita.
Perché Egli realmente vuole per Te la vita, dona a Te la vita, ricostruisce per te la tua vita.
Egli fa fiorire il deserto e la sua specialità è un cuore amante.
Purché tu accolga la suprema sapienza. Quella della Resa.
 

Il vero digiuno

Dalla lettura del giorno delle lodi: Is 58, 4-6

Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l'uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
------
E quali sono le catene inique se non le nostre piccole e feriali abitudini con il peccato?
Le nostre dipendenze affettive con le cose e persino con gli affetti legittimi?
Le nostre inerzie vocazionali, imprigionati in un perenne "vitellonaggio" spirituale.. senza ampi orizzonti, senza slancio del cuore, rinchiusi nei piccoli problemi personali, nelle nostre piccole "parrocchiette", nelle nostre piccole comunità?
E quali sono i legami del giogo se non le "coniugalità" inique con le nostre ideologie, con il chiacchiericcio interiore? Invece di essere e riscoprire la coniugalità in Cristo?
Non siamo forse noi oppressi e oppressori che ci leghiamo e tendiamo a legare più che a sciogliere in Cristo? Schiavi tendiamo a rendere schiavi chi ci sta intorno. Non rimandiamo noi stessi a Lui a colui che è stato trafitto e che abbiamo trafitto. A colui a cui fissare perennemente lo sguardo. Egli che è autore e perfezionatore delle fede.
 

Entrare nel Riposo di Dio

Dalla prima lettura del girono Eb. Eb 4,1-5.11 
“Fratelli, dovremmo avere il timore che, mentre rimane ancora in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso.”

L’Inferno, di cui purtroppo per motivi di politicamente corretto si parla poco, non è tanto un luogo in sé quanto piuttosto uno stato nella scelta disobbediente di “non entrare nel Riposo di Dio”. 
La categoria del Timore è stata confusa con quella del terrore e pertanto si è perso quello stato costante e continuo di vigilanza sulla nostra povertà e sulla nostra natura ribelle che porta sovente alla disobbedienza. Però mentre il terrore paralizza e obbliga – per difesa psichica – al fiorire del politicamente corretto, il Timore al contrario fa vedere la realtà creaturale personale per quale essa è: bisognosa dell’Amore provvidente del Padre. Anche la paura, in certo qual modo si distingue dal terrore, perché la paura rende vigili, attenti, fa fare tesoro dell’esperienza. E se uno si è scottato non si avventurerà più per sentieri che possano danneggiarlo. Anzi chiederà al Padre la forza e la sapienza per non incorrere più in simili bugie. Non tutto fa bene, non tutto edifica, non tutto nutre, non tutto fa crescere. Ritenersi più forti di quello che si è significa mancare di temperanza e contristare lo Spirito che è in noi. Chi sta in piedi, dunque veda di non cadere e non fugga da se stesso.
Il Suo riposo, il riposo di Dio, però non è una condizione passiva ma sottintende lotta e fatica. E’ luogo finale che “pesa” ogni nostro passo e che merita ogni nostra fatica. Pertanto non entrerà nel riposo di Dio non solo chi si rifugia nel politicamente corretto ma anche coloro che non avranno lottato con le unghie e con i denti per ottenere il dono di grazia che porta al Cielo. L’accidia e anche l’accidia vocazionale è preambolo all’Inferno tanto quanto la superbia.
Non solo. Qui l’autore della lettera agli Ebrei ricorda che occorre preoccuparsi anche per i fratelli, perché anche loro non cadano nella prova e non entrino nel riposo di Dio. Avere coscienza dell’Inferno è sapienza personale ed ecclesiale. Siamo responsabili dei nostri fratelli. Accoglienza sempre e comunque ma per il cammino verso il Suo riposo, verso la trascendenza e nella rinuncia e il taglio netto delle opere della carne.
“Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio.” Gal. 5, 19-21)
Ereditare il Regno di Dio significa entrare nel Suo riposo.. e non da soli.
 
Dal Vangelo del giorno: Mt 11,28-30
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»

Il "giogo" di Cristo non ci toglie la stanchezza e l'oppressione ma colma ogni cosa di uno sguardo, del Suo Sguardo. 
Diventando coniugi di Cristo (cum iugus), prendendo il "suo Giogo", portando i suoi stessi desideri, i suoi orizzonti, le Sue capacità donative, impariamo ad usare il dolore, la stanchezza e l'oppressione come un trampolino per amare meglio e di più. 
Guai a coccolare il peso del dolore; anche di questo se ne può fare un idolo. 
Cioè un fardello ego-latrico che ci impedisce di cogliere gli orizzonti della Grazia e della Donatività a cui siamo chiamati e portati. La contemplazione del dolore non ci rende "compiuti".
Questo è infatti il ristoro: comprendere che il tuo "peso" è una lacrima che lava il mondo verso il suo vero destino eterno.
Purché non contempli se stessa ma l'orizzonte infinito della Carità.
 
Dal Salmo responsoriale della S. Messa del giorno: Sl. 26

"Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario."

Questa è stata sicuramente la preghiera dei nostri santi ed in primis della Vergine Maria.
Come infatti ricordava un autore moderno, non è tanto grande che Maria Immacolata sia ascesa al Cielo, quanto che essa sia rimasta sulla terra tutto quel tempo.
Tanto era traboccante in Lei il desiderio del Cielo.
Lei che aveva accolto l'incontenibile, per sola Grazia dello Spirito, era talmente ricolma del desiderio di Dio da rendere pienamente umano secondo il disegno di Dio tutto ciò che faceva su questa terra, attirandolo verso il Cielo.
Questa è vera mistica, la quale non è mai disgiunta dal quotidiano camminare sulla terra, purché esso sia trasfigurato, proiettato verso il Cielo.
Dietro tante polemiche ecclesiali e dietro tante cattive pastorali c'è l'equivoco pericoloso e maligno che occorre solo un movimento verso il basso.. rimanendo impantanati.
E' invece il desiderio autentico del Cielo, accolto, curato e coltivato senza distrazioni, che ti porta verso la terra per trasfigurala e trascenderla. 
Questo duplice movimento si chiama Incarnazione. 
E qui c'è il culmine e la sapienza che regge l'universo.
Verbum caro factum est.
Su questo si fonda, inoltre, la dottrina sociale della Chiesa ed ogni autentica azione politica. Questo perché l'uomo sia reso più uomo e ricordi sempre la dignità che lo costituisce e l'eredità che lo aspetta.
 

Quanti pani avete?

Dal Vangelo del giorno: Mt 15,29-37

"Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene."

Sette pani. 
Sette, per quanto poco, sopratutto per le grandi necessità della folla, è comunque un numero compiuto.
Cos'è dunque che rende compiuto e pronto per la moltiplicazione della grazia il tuo "poco o nulla"?
E' la gratuità, la consegna, la non appropriazione, l'umiltà e la gioia. Riconoscere che tutto ciò che hai in beni, doni, carismi, competenze e capacità.. è comunque un suo dono provvidente, nell'economia della carità che deve sempre circolare.
Non fermarla dunque e consegna, ora, con libertà di cuore e senza fare calcoli, che non siano quelli dello Spirito, i tuoi "sette pani".
Se li doni ne avanzeranno "sette sporte piene", se li conservi per te ammuffiranno... e tu con loro.
"Il Signore ama chi dona con gioia" (2 Cor 9,7), perché chi dona con l'intraprendenza e il coraggio della gioia è vero figlio del Padre e vero discepolo di Cristo.
 
Dalla colletta del giorno:

".. la venuta del Cristo tuo Figlio
ci liberi dal male antico che è in noi ".

Fonte di Sapienza e di Saggezza è riconoscere che dentro di te c'è un "male antico". Una ferita che è madre di tutte le ferite che procuri a te stesso e agli altri.
Riconoscere che per quanto tu ti dia da fare non ti puoi salvare con le tue forze ma necessiti di essere salvato, ogni giorno, ogni momento.
C'è infatti una sorta di stordimento "buonista" che è nemico della fede, delle comunità e del tuo progresso spirituale; uno stordimento che "nega" e fugge questa autocoscienza.
Una sorta di disonestà profonda verso il tuo cuore. Una stratificazione cosciente e sedimentata fatta di tutta una serie di cose che ti distraggono dalla verità del tuo cuore.
Qui nel tuo cuore e verso il tuo cuore e verso la realtà della tua persona, si compie la prima truffa.

Si passa da distrazioni semplici come a quelle più costruite e pertanto giustificanti. Da quelle futili a quelle buone e pertanto più difficili da sradicare in un cammino di autenticità.. Si passa dalle cose da fare, dagli hobby, dagli impegni (magari caritatevoli) per finire allo studio, alla cultura e alla lettura in cui, di fatto, ti costruisci il tuo vitello d'oro con la scusa di avere una "coscienza critica". Ma di fatto stai fuggendo.

Compi opere buone, sei impegnato nella comunità e magari anche stimata o stimato, ma di fatto sei metro e misura a te stesso. Ti costruisci (da buona fuggitiva e da buon fuggitivo) una morale fai-da-te, una teologia fai-da-te, e non riconosci l'unica vera dignità: il bisogno radicale di essere salvato da Cristo e dalla Chiesa.
Questo è invece il viaggio che ti attende e che comincia ora,
con il tuo si,
con il tuo passo,
con onestà,
con la tua resa.
 
Dalla prima lettura del giorno: Ap 14,1-3.4-5

"Essi sono coloro che seguono l’Agnello dovunque vada."

Affermare, come talvolta si fa, che Gesù è o deve essere il centro della nostra vita, non è totalmente esatto.
Perché dietro questa affermazione di luogo siamo noi che decidiamo dove Egli deve stare.
Ma con Gesù non è cosi?
Cristo è come un bimbo piccolo che ama "giocare" ovunque nel tuo cuore e nella tua vita. Non sei tu che lo devi addomesticare ma piuttosto il tuo cuore che va educato. A differenza di un bimbo che gioca e si muove per l'affermarsi di sé, Gesù invece lo fa perché tu sia pienamente te stesso.
Gesù dunque non ha il centro della nostra vita ma tutto, senza riserve. Siamo noi che siamo chiamati a seguirlo ovunque Egli vada.
Può essere che Egli cammini per la strada dell'insuccesso o quella della gioia. Della sconfitta o della riuscita. Dell'attività o della infermità per malattia.
Il cristiano, il discepolo di Gesù, proclamandolo Signore, fa una scelta ben precisa: si abbandona senza riserve. Anzi combatte ogni giorno ogni riserva che gli impedisce di seguire il Signore e maestro ovunque Egli vada.
Se ben si guarda questa è una scelta coniugale, infatti come nel matrimonio si pronuncia (si auspica) per libera scelta:
"Prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.", così è nella sequela Christi, con l'Agnello immolato, assumendo sempre più il dono e la virtù fondante dell'arte di un perfetto abbandono. Senza riserve.
Da questa parte, guida l'Agnello e tu rispondi: Amen!
Da questa altra parte, guida l'Agnello e tu rispondi ancora: Amen!
 

Dolcezza e amarezza della Parola

Dalla prima lettura del giorno: Ap 10,8-11

Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele».

Perché l'amarezza segue la dolcezza nel "frequentare" la Parola?
Il libro dell'Apocalisse, libro di Rivelazione, ha significati multi comprensivi.

Anzitutto un significato pedagogico per il profeta. Egli stesso sperimenterà la dolcezza e l'attrattiva della Parola, ma man mano che essa scenderà nel profondo farà luce su ciò che è malato, su ciò che necessita guarigione e su ciò che va tagliato.

In secondo luogo ha un significato di compassione con i desideri di Dio. Dio stesso freme di "amarezza nelle viscere" per la condotta dell'uomo, per le sue scelte, per le sue fughe e per i suoi idoli.
Il profeta dunque com-patisce con Dio, "sente" con Dio per poterlo annunciare in maniera efficace. Viene detto infatti: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re».

In ultimo ha un significato di purificazione verso i destinatari. Tanto quanto il profeta ha sperimentato vittoriosamente l'amarezza su di sé, tanto sarà capace di amministrare la parola del crogiolo purificatrice con franchezza ed immediatezza, senza addolcirla con quel "mielismo" tipico delle ideologie buoniste dell'uomo che non cercano la conversione ma la cristallizzazione dei propri vizi ed i propri furti.