Il giorno del Signore.

Il giorno del Signore.

Nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana

(7-11 maggio 1984)

Nota CEI Ufficio Liturgico Nazionale


Dedichiamo questa "Nota Pastorale" alla domenica, per sollecitare un preciso urgente rinnovamento pastorale: una catechesi adeguata, una celebrazione degna, una testimonianza chiara del "giorno del Signore" da dare a questa nostra società. Faremo anche un breve riferimento all'anno liturgico, perché il succedersi delle domeniche ne costituisce la fondamentale scansione settimanale. Ma sull'anno liturgico torneremo con orientamenti più organici in un prossimo futuro. Raccomandiamo che questa "Nota", che viene pubblicata per delibera della XXIII Assemblea Generale della C.E.I. (7-11 maggio 1984), sia letta nel contesto del nostro documento Eucaristia, comunione e comunità, di cui vuole essere sostegno ed esplicitazione, e sia punto di riferimento per il comune impegno assieme a tanti altri preziosi documenti con cui in questi anni molti Vescovi hanno arricchito la vita delle loro comunità.




I. GIORNO GRANDE E SACRO
1. Nell'attuale sforzo di rinnovamento liturgico e pastorale voluto dal Concilio Vaticano II e promosso con impegno durante tutti questi anni dalla Conferenza Episcopale Italiana, particolare attenzione ha meritato la domenica, considerata nell'economia del mistero liturgico e di tutta l'attività pastorale della Chiesa. "Giorno del Signore" e "signore dei giorni" (come lo definisce un sermone del secolo V), la domenica è il giorno in cui la Chiesa, per una tradizione che "trae origine dallo stesso giorno della resurrezione", celebra attraverso i secoli il mistero pasquale di Cristo, sorgente e causa di salvezza per l'uomo. "Festa primordiale" della comunità cristiana, pasqua settimanale, sintesi mirabile e viva di tutto il mistero della salvezza, dalla prima venuta del Cristo all'attesa del suo ritorno, la domenica ha costituito, con il suo ritmo settimanale, il nucleo primitivo della celebrazione del mistero di Cristo nella successione dei diversi tempi e dell'intero anno liturgico.
Il giorno che il Signore ha fatto
2. Se la domenica è detta giustamente "giorno del Signore" (dies Domini), ciò non è innanzitutto perché essa è il giorno che l'uomo dedica al culto del suo Signore, ma perché essa è il dono prezioso che Dio fa al suo popolo: "Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo" (Sal 117,24). "Tutto ciò che Dio ha creato di più grande e di più sacro - ricordava Leone Magno - è stato da lui compiuto nella dignità di questo giorno": l'inizio della creazione, la risurrezione del Figlio suo, l'effusione dello Spirito Santo, ebbero ugualmente luogo in questo giorno. Per questo, nessun altro giorno è altrettanto sacro quanto la domenica.

Un segno di fedeltà
3. La celebrazione della domenica è per la Chiesa un segno di fedeltà al suo Signore. Sempre, attraverso i secoli, il popolo cristiano ha circondato di speciale riverenza e ha vissuto in intima profonda letizia questo sacro giorno. La Chiesa, infatti, lo ha ricevuto, non lo ha creato: esso è per lei un dono: può goderne, ma non può né manipolarlo né cambiarne il ritmo, o il senso, o la struttura; esso infatti appartiene a Cristo e al suo mistero. Alla Chiesa non resta che impegnarsi in uno sforzo di intelligenza e d'amore, che la conduca a penetrarne sempre più profondamente il senso, la fecondità e il valore, per rendere a sua volta il giorno del Signore sempre più trasparente e persuasivo per l'uomo a cui lo deve annunciare.

L'impronta dello Spirito
4. Sorretta e animata dallo Spirito, la Chiesa, attraverso i secoli, ha conferito alla domenica una fisionomia assai viva e ben caratterizzata: giorno dell'Eucaristia e della preghiera, giorno della comunità e della famiglia, giorno del riposo e della festa, giorno della libertà dalle cure e dalle fatiche quotidiane (specie per i più poveri, i servi, gli schiavi) nell'anticipazione della libertà ultima e definitiva dalla servitù e dal bisogno. In questo modo la domenica cristiana ha ricuperato e fatto propri anche alcuni dei caratteri del sabato ebraico. Inoltre, essa è divenuta il giorno in cui dedicarsi più largamente alle opere di carità e all'insegnamento religioso.
5. Ma in questo nostro tempo, specialmente nelle società fortemente industrializzate e ad elevato benessere, nuove condizioni e nuove abitudini di vita stanno esponendo la domenica a un processo di profonda trasformazione. Questo fenomeno di natura prevalentemente socio-culturale merita la massima considerazione da parte nostra. Esso infatti comporta acquisizioni e vantaggi largamente positivi per l'uomo, e tutto ciò che concorre a una vera crescita umana merita la sincera stima della Chiesa. Tuttavia ciò può comportare anche pericoli non indifferenti, sia per l'uomo, sia per il cristiano, e un certo sfaldamento della comunità familiare e di quella religiosa ne è un chiaro esempio. In questa situazione è possibile che il giorno della festa perda il suo significato cristiano originario per risolversi in un giorno di puro riposo o di evasione, nel quale l'uomo, vestito a festa, ma incapace di fare festa finisce con il chiudersi in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il cielo.

Un sostegno alla riflessione
6. Consapevoli di questo pericolo e pastoralmente solleciti della fede e della vita cristiana del popolo a noi affidato dal "pastore supremo" (cf. 1 Pt 5,4), abbiamo già richiamato brevemente tutto questo in un capitolo del nostro recente documento Eucaristia, comunione e comunità. Ora, però, sentiamo l'urgenza di ritornare più diffusamente e più analiticamente sui problemi che l'evoluzione oggi in atto nella nostra società e nelle nostre comunità cristiane comporta. Ci sorregge e ci guida la speranza di poter offrire con queste pagine un sostegno alla riflessione dei pastori e dei fedeli, e un chiaro orientamento pastorale per la vita liturgica e per la spiritualità della Chiesa in Italia.
II. LA DOMENICA DEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

7. "Non possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore!". Con questa bella testimonianza sulle labbra, i 49 martiri di Abitène con a capo il prete Saturnino affrontarono gioiosamente la morte piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore: il "giorno nuovo", il primo della nuova creazione inaugurata dalla risurrezione di Cristo, nella quale il tempo mondano (chrònos) si fa tempo della grazia (kairòs). Quel giorno era la domenica.

Il "giorno del Signore"
8. Già da molto tempo i cristiani avevano abbandonato il sabato come giorno da dedicare a Dio nel riposo e nel culto, e lo avevano sostituito con il primo giorno dopo il sabato (l'una sabbatorum), il primo della settimana; perché vero giorno del Signore ormai non sarà più quello in cui Dio si riposa dalle sue opere, ma quello in cui egli agisce per la vita e per la salvezza dell'uomo. "Osserva il giorno di sabato per santificarlo", suona il comandamento dell'Antica Alleanza (Dt 5,12). La Chiesa, comunità dei credenti in Cristo, depositaria della Nuova Alleanza nel suo sangue (cf Lc 22,20; 1 Cor 11,25), prese invece a celebrare il ricordo nello stesso giorno in cui il Signore è risorto ed è apparso ai discepoli e ha spezzato il pane per due di loro, a Emmaus (cf Lc 24,30). Egli stesso, infatti, aveva come suggerito e consacrato il ritmo settimanale del giorno da dedicare al suo ricordo, apparendo di nuovo, otto giorni dopo, agli Undici riuniti nello stesso luogo (cf. Gv 20,26). Da allora il cristiano non potrebbe più vivere senza celebrare quel giorno e quel mistero. Prima di essere una questione di precetto, è una questione di identità. Il cristiano ha bisogno della domenica. Dal precetto si può anche evadere, dal bisogno no.

Il "giorno della Chiesa"
9. Chiesa vuol dire assemblea; la Chiesa vive e si realizza innanzitutto quando si raccoglie in assemblea convocata dal Risorto ("là mi vedranno", cf Mt 28,10) e riunita nel suo Spirito. Il "dies dominicus" è anche il "dies Ecclesiae", il giorno della Chiesa. Una comunità riunita nella fede e nella carità è il primo sacramento della presenza del Signore in mezzo ai suoi: nel segno umile, ma vero, del convenire in unum (cf 1 Cor 11,20), nel ritrovarsi dei molti nell'unità di "un cuore solo e un'anima sola" (cf At 4,32), si manifesta l'unità di quel corpo misterioso di Cristo che è la Chiesa. L'assemblea cristiana, sacramento della presenza di Cristo nel mondo, deve saper esprimere in se stessa la verità del suo "segno": - nell'amabilità dell'accoglienza che sa fare unità fra tutti i presenti; - nell'intensità della preghiera che sa aprire alla comunione con tutti i fratelli nella fede, anche lontani; -nella generosità della carità che sa farsi carico delle necessità di tutti i poveri e dei bisognosi, il cui grido la raggiunge da ogni parte della terra; - nella varietà dei ministeri, infine, che sa esprimere tutta la ricchezza dei doni che lo Spirito effonde nella sua Chiesa e i diversi compiti che la comunità affida ai suoi membri.

Una sola mensa per tutti
10. Nella sua forma più piena e più perfetta, l'assemblea si realizza quando è radunata attorno al suo Vescovo, o a coloro che, a lui associati con l'Ordine sacro nello stesso sacerdozio ministeriale, legittimamente lo rappresentano nelle singole porzioni del suo gregge, le parrocchie. Questa pienezza è tale da accogliere e assumere in sé ogni dono e ogni ministero particolare. Il gruppo, o il movimento, da soli, non sono l'assemblea; essi stessi sono parte dell'assemblea domenicale, così come sono parte della Chiesa. Per tutti vale la raccomandazione della Chiesa antica a "non diminuire la Chiesa e a non ridurre di un membro il Corpo di Cristo con la propria assenza". E il Corpo del Signore non è impoverito solo da chi non va affatto all'assemblea, ma anche da coloro che, rifuggendo dalla mensa comune, aspirano a sedersi a una mensa privilegiata e più ricca: non sembrano infatti somigliare a quei cristiani di Corinto che rifiutavano di mettere in comune il loro ricco pasto con i più poveri (cf 1 Cor 11,21)? Se l'Eucaristia è condivisione (espressa nel gesto dello spezzare il pane) sull'esempio di Colui che non ha risparmiato nulla di sé, allora chi ha più ricevuto, più sia disposto a donare, anche quando donare potrà sembrare perdere.

Il "giorno dell'Eucaristia"
11. Fin dalla prima origine, la Chiesa solennizzò il giorno del Signore con la celebrazione della "frazione del Pane" (cf At 20,7), con la proclamazione della Parola di Dio (cf At 20,21) e con opere di carità e di assistenza ( cf I Cor 16,2). L'esempio l'aveva dato il Maestro. Nello stesso giorno della sua risurrezione, egli aveva spezzato il pane per i discepoli di Emmaus, dopo che con la sua presenza e la sua parola li aveva confortati lungo il cammino, spiegando loro tutto ciò che nella Scritture si riferiva a lui (cf Lc 24,27). Da allora la Chiesa ha sempre santificato il giorno del Signore con la celebrazione del memoriale del suo sacrificio nel quale la proclamazione della Parola, la frazione del pane e la diaconia della carità sono intimamente unite. In questo modo essa perpetua la presenza del Risorto nel suo triplice dono: la Parola, il Sacramento, il Servizio. Nella Chiesa primitiva questi tre aspetti erano sempre strettamente congiunti. Non è stato un guadagno per la prassi successiva l'aver ridotto tutto al solo momento rituale, al Sacramento.
12. Tutto ciò appare sempre più chiaro alla coscienza cristiana; se la domenica è il giorno dell'Eucaristia, ciò non è solo perché è il giorno in cui si partecipa alla Messa, quanto piuttosto perché in quel giorno, più che in qualunque altro, il cristiano cerca di fare della sua vita un dono, un sacrificio spirituale gradito a Dio, a imitazione di colui che nel suo sacrificio ha fatto della propria vita un dono al Padre e ai fratelli. Parola che annuncia e ripropone questo dono di sé, sacramento che lo comunica significandolo nella frazione del Pane come gesto della condivisione, disponibilità al servizio che nasce direttamente dalla stessa carità di Cristo: questa è la vita eucaristicamente vissuta. A tutto questo dovrà mirare la pastorale e la celebrazione dell'Eucaristia domenicale. Accontentarsi di garantire a tutti, in qualunque modo e a qualunque prezzo, la semplice soddisfazione del precetto festivo sarebbe ben povera cosa. Il precetto sarà accolto con sicurezza, se innanzitutto sarà compreso il significato reale e complessivo dell'Eucaristia domenicale.

Il "giorno della missione"
13. L'Eucaristia non è solo un rito, ma anche una scuola di vita. Essa non può esaurirsi entro le mura del tempio, ma tende necessariamente a varcarle per diventare impegno di testimonianza e servizio di carità. Quando l'assemblea si scioglie e si è rinviati alla vita, è tutta la vita che deve diventare dono di sé. È anche questo un significato del comandamento del Signore: "Fate questo in memoria di me". Ogni cristiano che abbia compreso il senso di ciò cui ha partecipato, si sentirà debitore verso ogni fratello di ciò che ha ricevuto. "Andate ad annunziare ai miei fratelli" (Mt 28,10): la chiamata diventa missione, il dono diventa responsabilità, e chiede di essere condiviso. I due discepoli di Emmaus, lasciato il villaggio, tornarono a Gerusalemme per annunciare lietamente ai fratelli che avevano visto il Signore (cf Lc 24,33-35). Attraverso la gioia di coloro che hanno risposto alla chiamata, è il Risorto che vuole raggiungere ogni altro fratello, ogni uomo: coloro che non hanno potuto rispondere, che non hanno voluto rispondere, che non hanno neppure sentito la chiamata. Nel rispetto dovuto alla libertà di ciascuno, il cristiano non può rimanere indifferente di fronte alla lontananza o alla latitanza di tanti suoi fratelli. Ognuno ne è responsabile per la sua parte.


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