Questa mattina, lasciato il Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito all'eliporto Vaticano da dove, alle ore 7.55 è partito per recarsi ad Assisi in occasione del “GO! Franciscan Youth Meeting 2026”.
Dopo l’atterraggio alle ore 08.28 nel campo sportivo “Migaghelli”, il Papa è stato accolto da S.E. Mons. Felice Accrocca, Arcivescovo, Vescovo di Assisi, dall’On. Stefania Proietti, Presidente della Regione Umbria, dal Dott. Francesco Zito, Prefetto di Perugia, dal Dott. Valter Stoppini, Sindaco di Assisi e dal Dott. Massimiliano Presciutti, Presidente della Provincia di Perugia.
Subito dopo il Santo Padre si è trasferito in auto alla Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola dove ha salutato i numerosi giovani convenuti nel piazzale antistante.
Davanti alla Basilica il Papa è stato accolto dai Ministri Generali degli Ordini Francescani:
Fra Massimo Fusarelli, O.F.M.; Fra Carlos Alberto Trovarelli, O.F.M. Conv.; Fra Roberto Genuin, O.F.M. Cap.
Quindi Leone XIV ha incontrato i Giovani in Piazza Santa Maria degli Angeli.
Al termine dell’Incontro, il Santo Padre Leone XIV si è recato nel Chiostro del Convento, dove ha salutato i tutti i Francescani presenti.
Successivamente all’interno del Convento, il Papa ha salutato i Vescovi presenti e i Membri del Comitato Nazionale per l'Ottavo Centenario della morte di San Francesco d'Assisi.
Pubblichiamo di seguito il testo del Dialogo del Santo Padre con i Giovani partecipanti all’incontro in Piazza Santa Maria degli Angeli:
Domanda di Karolina (Zagabria)
Santo Padre,
mi chiamo Karolina, vengo dalla Croazia, dalla parrocchia e basilica di Sant’Antonio di Padova in Zagabria. Siamo cresciuti nelle parrocchie francescane, accompagnati dai frati, imparando da san Francesco che il Vangelo si annuncia anzitutto con la vita, attraverso la gioia, la semplicità, la fraternità e la vicinanza a ogni persona. Grazie a questa esperienza abbiamo scoperto una fede viva, che non rimane chiusa nelle chiese, ma diventa servizio, accoglienza e speranza per gli altri. Oggi, però, viviamo in un mondo che cambia rapidamente, dove molti giovani faticano a trovare punti di riferimento, a costruire relazioni autentiche e ad aprire il cuore a Dio. Anche noi desideriamo essere testimoni credibili del Vangelo nei luoghi in cui viviamo, studiamo e lavoriamo, portando la luce di Cristo con lo stile semplice e fraterno di san Francesco.
Santo Padre, quale consiglio darebbe a noi giovani che siamo cresciuti nella spiritualità francescana, affinché possiamo rimanere autentici discepoli di Cristo e portare speranza ai nostri coetanei, senza perdere la gioia del Vangelo, la semplicità del cuore e quella vicinanza alle persone che rende credibile ogni testimonianza cristiana?
Risposta del Santo Padre
Grazie, Karolina, per questa domanda. E innanzitutto buongiorno a tutti voi! Un saluto anche ai giovani che già sono dentro la basilica, che ci accompagnano anche, credo, con gli schermi. Sono veramente contento di essere qui con voi! Allora, Carolina, grazie per questa domanda. Credo che molti, ascoltandola, abbiano sentito che conteneva già una parte della risposta, perché hai dato una testimonianza dello stile di semplicità, fraternità e vicinanza che ti ha convinta e ti ha consentito di maturare nella fede, appartenendo a una comunità, ma aperta a tutti. Questo è avvenuto in una regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo. In realtà, la presenza dei francescani aveva ispirato per secoli il dialogo e aiutato la convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione.
Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità. Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio. Sottrarsi alla cultura della potenza e costruire la civiltà dell’amore non è subito compreso e accettato. Da San Francesco, però, imparate la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia.
Provate ora a immaginare, per un momento, il luogo dove ci troviamo, ma otto secoli fa. Qui, in aperta campagna, si erano radunati con Francesco centinaia di giovani fratelli da tutta Europa. Cercate di vederli, come raccontano le Fonti, «schiera a schiera, qui quaranta, ove cento, dove ottanta insieme, tutti occupati nel ragionare di Dio, in orazioni, in lagrime, in esercizi di carità; e stavano con tanto silenzio e con tanta modestia, che ivi non si sentía uno rumore» (cfr Fonti Francescane, 1848). Quel silenzio è il contrario della guerra, con le sue violenze, grida e crudeltà. Le stuoie di quei frati, come oggi i vostri sacchi a pelo, raccontano la pace. Ecco la Chiesa: un’assemblea di fratelli e sorelle, alla quale tutti sono invitati. Cari giovani, come è bello stare insieme a “ragionare di Dio” e così, alla sua luce, della vita stessa, nella sua bellezza, nel suo mistero, nella sua serietà! Testimoniate questo stile dappertutto, specialmente in un tempo in cui la tecnologia disabitua a stare insieme, fra persone in carne ed ossa.
San Francesco ha intuito che scegliere la povertà può avvicinare i lontani, incoraggia l’incontro e invita allo scambio di doni. Egli ha intuito, così, che il Vangelo non è separabile dalle scelte di Gesù Cristo, il quale si è fatto povero per arricchirci (cfr 2Cor 8,9): il Vangelo è la sua vita, il suo cammino, la sua incrollabile fiducia nel Padre. Se ci raduniamo nel suo nome, Lui viene in mezzo a noi (cfr Mt 18,20) e la gioia che ci riempie il cuore è libera e sincera (cfr Gv 20,20). Questa gioia evangelizza, più delle parole, e non si può nascondere. Grazie.
Domanda di Giovanni (Bologna)
Santo Padre,
mi chiamo Giovanni, ho 27 anni e vengo da Bologna. Noi giovani viviamo immersi in un mondo dove regna la cultura del provvisorio e in cui ci spaventano le scelte di vita definitiva. Nonostante ciò, Dio, in modo unico e amorevole, continuamente ci parla e ci chiama a seguirlo, con una promessa di vita e di gioia, svelandoci con gradualità la nostra vocazione.
Ecco la mia domanda: Come potergli dire un sì pieno, coraggioso, evitando di “mettere mano all’aratro per poi volgere indietro lo sguardo”, dando un eccessivo peso alle fatiche e alle rinunce del cammino? Cosa ha aiutato lei nel suo percorso vocazionale?
Risposta del Santo Padre
Grazie, Giovanni, per questa domanda direi coraggiosa, piena del desiderio per ciò che non passa. Siamo portati oggi a parlare negativamente del provvisorio. Una volta era invece la Chiesa a educare con insistenza al senso del provvisorio: passa questo mondo, il tempo corre, le cose terrene sono mutevoli. Dio solo rimane, Dio è eterno. Dobbiamo allora chiederci che cosa sia cambiato, per non essere fra quelli che rimpiangono il passato e così non affrontano il presente e non si assumono responsabilità per il futuro.
Sta scomparendo, quasi ovunque nel mondo, la stabilità delle società tradizionali, quella per cui intere generazioni potevano vedere soltanto minimi cambiamenti nel corso di una vita. Al loro interno tutto era molto regolato e predeterminato. Allora la testimonianza della Chiesa invitava a non adagiarsi in un destino già scritto, a discernere il valore di ogni singolo gesto in rapporto all’eternità. Oggi, invece, con una lettura a volte confusa della libertà, ci illudiamo che la vita non si risolva mai una volta per tutte, perché il contesto che abitiamo muta rapidamente e cambiamo parecchio anche noi. Con ciò, però, aumentano anche la paura e la possibilità di perdersi. In questo contesto, il coraggio di compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario.
Decidere per sempre non ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande. Amare è un esodo, una strada da scoprire, un cammino che Dio percorre con noi, e questo è il vero senso di ogni vocazione. La Bibbia ci ispira a vivere così: come chi è chiamato ad alzarsi, a percorrere la propria storia ricevendo come un dono direzione e senso dal Signore, per amare secondo i suoi disegni (cfr 1Cor 13 e 1Gv 4). La fede, la fiducia, l’affidabilità rivelano qui il loro indissolubile intreccio. In questo modo, nella fede smascheriamo l’illusione che i problemi si risolvano scappando, o tradendo, o provando a fare pochi passi su strade sempre diverse, senza mai andare lontano. Si possono infatti moltiplicare esperienze, contatti, consumi, restando però sempre allo stesso punto. Il costo umano è alto e il vuoto interiore è profondo. Non di rado si arriva a usare le persone e a esserne usati. Il “per sempre”, allora, è una grazia alla quale Dio stesso ci aiuta a rispondere con la nostra fedeltà, per una pienezza di vita (cfr Gv 10,10).
Fin dall’adolescenza è importante perciò imparare a conoscersi, decidersi e giocarsi – cioè a rispondere al Signore che chiama – senza smettere di farlo nell’età adulta, all’interno delle decisioni già avvenute e davanti a quelle ancora da prendere. È un’avventura in cui nessuno deve sentirsi solo e che, come la fede, durerà fino all’ultimo istante. Nella mia esperienza posso dire che il Signore mai mi ha lasciato solo: mi ha sempre accompagnato, donandomi anche delle persone con le quali camminare. Così, nella vocazione ad essere sacerdote, membro della comunità agostiniana, missionario, ho trovato come una luce che mi ha guidato fino ad oggi, fino a quando ho dovuto dire “sì” anche a una chiamata tutta speciale: quella ad essere Papa.
Nell’adesione al progetto unico che Dio manifesta per ciascuno di noi, la chiamata fondamentale, scritta in ogni cuore, è una chiamata alla comunione e non si ascolta una volta sola, ma ogni giorno. Il peccato inquina la chiarezza su questo punto, introducendo nei legami fondamentali diffidenza, competizione e sospetto. Grazie a Dio, invece, ogni vocazione è anche un cammino di redenzione e guarigione. L’invito di Gesù, che ci chiama a seguirlo, illumina la nostra dignità e ci fa onorare quella altrui, provando fiducia e dando fiducia: questa dinamica è così liberante, che merita tutta la nostra passione. Grazie.
Domanda di Luigi (Paternò, Sicilia)
Santo Padre,
sono Luigi ho 22 anni e vengo da Paternò, un paesino in Sicilia. Mi faccio portavoce della Gioventù Francescana di Sicilia, un gruppo di giovani che seguono il carisma francescano. Vorrei rivolgerle una domanda in merito a un aspetto di San Francesco che mi colpisce molto. “Frate Francesco promette obbedienza e riverenza al signor Papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa Romana” (RB I). Nonostante viva in un’epoca in cui la Chiesa era segnata da contraddizioni e difficoltà interne, non sceglie la via dell'eresia; non attacca o giudica la Chiesa di quel tempo, ma preferisce obbedire al Papa. La sua è una scelta libera e rivoluzionaria, in pieno stile “minore”, che ha come unico obiettivo quello di vincere la miseria del giudizio con la compassione e la riparazione che solo l’Amore può dare.
Oggi tanti giovani dicono di “credere, ma non alla Chiesa” e, a partire dalle nostre comunità, osserviamo a volte una Chiesa con le sue contraddizioni e le sue crisi interne, allora mi chiedo, come facciamo a rimanere in questo Amore riparatore? Perché viene difficile al giorno d’oggi vedere la Chiesa come una Madre, che, anche con le sue ferite, è sempre pronta ad accoglierci e ad amarci?
Risposta del Santo Padre
Grazie, Luigi. La tua è una domanda attuale, che ci porta al cuore dell’esperienza di San Francesco. Affrontarla significa condividere un desiderio: il desiderio del Signore Gesù sulla Chiesa. Francesco lo ha ascoltato, contemplando il Crocifisso. Noi dovremmo sempre tornare a questo desiderio. Molte persone nella storia, e anche oggi, non hanno potuto fare esperienza della Chiesa, come Gesù Cristo vuole che sia. Questo fa soffrire, lascia ferite e delusioni e per qualcuno può diventare persino di impedimento a credere.
Nel Vangelo, Gesù mette in guardia da questo tipo di inciampo, cioè dallo scandalo che i suoi discepoli possono procurare ad altri, specialmente ai piccoli e ai poveri. Il desiderio di Gesù, lo vediamo nel gruppo che dall’inizio si crea attorno a lui, è di radunare un popolo, in cui sia superato quello che in genere divide gli esseri umani. Attorno a Gesù diventano fratelli e sorelle uomini e donne che altrimenti non si sarebbero mai incontrati o frequentati. Quando questo miracolo della Chiesa continua ad avvenire, grazie a Dio, rimane sorprendente anche oggi nelle nostre città, piene di muri invisibili che separano gli uni dagli altri. Quante discriminazioni e diseguaglianze possono finire subito, appena ci riconosciamo fratelli e sorelle!
C’è poi un altro aspetto di questa rivoluzionaria unità. Gesù dice: «Tra voi però non è così» (Mc 10,43), cioè non deve andare come tra i grandi della Terra e i potenti del mondo, che cercano visibilità e sovrastano gli altri. Al contrario, Gesù ci dice: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (vv. 43-44). Il desiderio di Gesù per la Chiesa è chiaro: si tratta di diventare il suo corpo e manifestare la sua vita, di seguire il suo esempio ed esercitare un diverso tipo di forza, che non umilia, ma solleva.
La Parola di Dio, i Sacramenti e la pratica dell’amore fraterno sono vie di trasformazione per realizzare in noi l’immagine di Cristo. Francesco le ha percorse: non dominare, ma servire; non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza. «Francesco, va’ e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!» (FF 1038): ognuno di noi ha un ruolo in questo cantiere sempre aperto. Abbiamo diverse responsabilità e vocazioni, ma camminiamo insieme, ispirandoci, aiutandoci e correggendoci a vicenda. È importante fare la nostra parte. Allora parleremo della Chiesa con l’affetto col quale si parla di una Madre, perché riconosceremo di appartenerle. Sarà un modo sincero di voler bene a quelle persone e a quella storia in cui Gesù Cristo viene a noi e rimane con noi. «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Umilmente, è questo il Vangelo che annunciamo. Per condividere il desiderio del Signore, allora, non serve mostrarci migliori di come siamo. Occorre riconoscere e lasciare agire Gesù Risorto nella nostra vita, nella storia di tutti noi. Grazie.
Concludiamo questa prima parte chiedendo la grazia di Dio, la benedizione del Signore ad ognuno e a tutti noi. [benedizione]
© Bollettino Santa Sede - 6 agosto 2026