La Congregazione per il Clero

 

Introduzione

La storia della Congregazione

Nell'Eucaristia il segreto del sacerdozio

I sacerdoti per la missione

La Nuova Evangelizzazione secondo il Cardinale Ratzinger

Giovanni Paolo II e i sacerdoti

Intervista a Sua Ecc. Mons. Mauro Piacenza,

Segretario della Congregazione per il Clero

Introduzione


Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il compito della Congregazione per il Clero è delicato e importante. Perché ad essa sono affidati il suggerimento e la promozione di iniziative per la santità, l'aggiornamento intellettuale e pastorale del clero (sacerdoti diocesani e diaconi) e la loro formazione permanente. Un compito che influisce sulla santità di tutta la Chiesa e di tutto il popolo di Dio. Avere, infatti, dei sacerdoti santi, uomini di preghiera e di carità, cambia il mondo in modo sorprendente. Del resto, è questo il mandato che già Cristo affidò ai suoi discepoli quando li mandò ai confini del mondo.


Questo dossier, dedicato appunto a comprendere da vicino compiti e scopi della Congregazione per il Clero, è impreziosito anche dall'intervista concessa all'Agenzia Fides dal Segretario della Congregazione, Sua Eccellenza l'Arcivescovo Mauro Piacenza. È Lui a spiegare che «in un contesto secolarizzato, dove tutto congiura a "tacere di Cristo", o a porlo nel pantheon dei fantomatici "valori" sfumati, irenizzati e relativizzati, coloro che divengono sacerdoti testimoniano, nella certezza e nella letizia, nell'eloquenza delle loro esistenze e nella totale dedizione, la Verità, la Bellezza e, soprattutto, la Presenza del Mistero nel mondo». E ancora: «Solo per un "Mistero presente", per un Dio Incarnato, fatto uomo, è possibile donare tutta la vita, con umana ragionevolezza, avvertendo che nulla è tolto all'uomo, ma tutto è donato, con trasfigurata abbondanza e mai così ragionevolmente accoglibile evidenza. La Chiesa sceglie, per il Sacro Ordine, coloro che hanno ricevuto, da Dio, il carisma del celibato, perché la verginità, intesa come donazione totale, è la più grande testimonianza che un uomo possa dare a Cristo Signore, in questa vita terrena. Più grande della verginità c'è soltanto il martirio! Per questa ragione, ben oltre e ben di più che per mere opportunità disciplinari o pastorali - queste sono solo la logica conseguenza di premesse maggiori - la stessa efficacia della testimonianza sacerdotale è inscindibilmente legata al Sacro celibato».


Una testimonianza, quella del sacerdote, a servizio di tutta la Chiesa. Spiega Mons. Piacenza: «Guardando al Sacerdote, ciascun fedele può, e deve, riconoscere un "uomo di Dio", un uomo totalmente dedito a Dio: anzitutto un uomo per il quale Dio venga prima di ogni cosa e, conseguentemente, un uomo guardando il quale, risulti evidente che Dio viene prima di ogni cosa. Il Popolo santo, a cui i sacerdoti sono inviati, attende una cosa: prima che delle buone, belle ed utili qualità personali dei sacerdoti, pure indispensabili, attende che i consacrati mostrino loro Cristo. Essi non si aspettano dai sacerdoti un'inutile "rincorsa del mondo", uno "scimmiottamento" dei suoi metodi o contenuti, ma che siano uomini dell'Assoluto. I sacerdoti non possono correre dietro al mondo e alle sue stagioni effimere, ma corrono dietro a Cristo e così, e solo così, servono la società e ogni uomo».



La storia della Congregazione


"Congregazione per il Clero" è la nuova denominazione data da Paolo VI alla "Sacra Congregazione del Concilio", con la Costituzione Apostolica "Regimini Ecclesiae universale" del 15 agosto 1967. La storia di questa Congregazione si ricollega alla S. Congregatio Cardinalium Concilii Tridentini interpretum, istituita da Pio IV con la Costiotuzione Apostolica Alias Nos del 2 agosto 1564, per curare la retta interpretazione e la pratica osservanza delle norme sancite dal Concilio di Trento. Gregorio XIII ne accrebbe le attribuzioni, e Sisto V affidò ad essa la revisione degli atti dei concili provinciali e, in generale, il compito di promuovere l'attuazione delle riforme fissate dal Concilio di Trento.


Successivamente, il compito di interpretare i canoni del celebre Concilio venne a cessare e la competenza assai vasta di questo dicastero passò man mano ad altre Congregazioni sorte nel frattempo; ma il dicastero conservò il suo nome storico di Sacra Congregazione del Concilio fino al 31 dicembre 1967. Prima della nuova denominazione e nuova attribuzione di competenze fissate da Paolo VI nella citata Cost. Apostolica, i compiti della Congregazione erano indicati nel can. 250 del Codice di Diritto Canonico.

La competenza della Congregazione per il Clero è ora indicata nei nn. 93-98 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus ed è articolata in tre Uffici:

1) L'Ufficio Clero raccoglie, suggerisce e promuove iniziative per la santità, l'aggiornamento intellettuale e pastorale del Clero (Sacerdoti diocesani e Diaconi) e per la loro formazione permanente; vigila sui Capitoli Cattedrali, sui Consigli Pastorali, sui Consigli Presbiterali, sulle parrocchie, sui parroci, su tutti i chierici, su tutto quanto attiene al loro ministero pastorale, ecc.; sulle elemosine delle Messe, sulle pie fondazioni, pii legati, oratori, chiese, santuari, archivi ecclesiastici e biblioteche; promuove una più adeguata distribuzione del clero nel mondo.

2) L'Ufficio Catechistico cura la promozione della formazione religiosa dei fedeli di ogni età e condizione; emana le norme opportune perché l'insegnamento della catechesi sia impartito in modo conveniente; vigila perché la formazione catechetica sia condotta correttamente; concede la prescritta approvazione della Santa Sede per i Catechismi e i Direttori emanati dalle Conferenze Episcopali; assiste gli uffici catechistici e segue le iniziative riguardanti la formazione religiosa ed aventi carattere internazionale, ne coordina l'attività ed offe loro l'aiuto, se occorre.

3) L'Ufficio Amministrativo è competente in materia di ordinamento e amministrazione dei beni ecclesiastici appartenenti alle persone giuridiche pubbliche; inoltre concede le richieste di licenza per i negozi giuridici di cui ai canoni 1292 e 1295 e di approvazione delle tasse e dei tributi; infine cura ciò che riguarda la congrua remunerazione, la previdenza per la invalidità e la vecchiaia e l'assistenza sanitaria del clero, ecc.


La Congregazione è competente a trattare, a norma del diritto, le dispense dagli obblighi assunti con la sacra ordinazione al Diaconato e al Presbiterato da parte di chierici diocesani e religiosi della Chiesa Latina e delle Chiese Orientali (Lett. Segr. di Stato n. 907 del 21 giugno 2005).


Diverse le istituzioni collegate alla Congregazione:

1. Annesso alla Congregazione per il Clero è l'antico Studio, istituito formalmente da Benedetto XV, con provvedimento del 28 ottobre 1919, affinché i giovani sacerdoti acquistino pratica nell'ordinario e regolare disbrigo degli affari ecclesiastici e nella particolare applicazione delle leggi canoniche in via amministrativa.

2. Autorizzato da Paolo VI con lettera dei 7 giugno 1973, è stato annesso al Dicastero il Consiglio Internazionale per la Catechesi, che ha lo scopo di favorire lo scambio di esperienze, di studiare i più importanti temi catechistici al servizio della Sede Apostolica e delle Conferenze Episcopali e di presentare proposte e suggerimenti.

3. A partire dall'Anno Accademico 1994-95, è stato pure annesso alla Congregazione, l'Istituto "Sacrum Ministerium" per la formazione dei responsabili della formazione permanente dei presbiteri.

4. Nel medesimo anno è iniziata la pubblicazione semestrale di Sacrum Ministerium, la Rivista edita dalla Congregazione. Tale pubblicazione si propone come aiuto agli Ordinari, ai Presbiterii, ai singoli Chierici, agli ambiti formativi del ministero pastorale, nel vasto alveo della formazione permanente.


Gli attuali Superiori della Congregazione sono:

Il Cardinale Prefetto: Sua Eminenza Rev.ma il Signor Cardinale Claudio Hummes, O.F.M.

Il Segretario: Sua Ecc. Rev.ma Mons. Mauro Piacenza

Il Sotto-Segretario: Rev.mo Mons. Giovanni Carrù



Nell'Eucaristia il segreto del sacerdozio


È stato in occasione festa dell'Immacolata Concezione dello scorso 8 dicembre che il Prefetto della Congregazione per il Clero, il Cardinale Claudio Hummes, ha inviato una lettera a tutte le diocesi per chiedere preghiere per la santificazione dei sacerdoti. Una campagna che dal cuore della cattolicità, il Vaticano, è voluta arrivare in ogni remoto angolo della terra. Una campagna urgente e per certi versi drammatica a cui la Santa Sede ha voluto aderissero, con discrezione e dedizione, il maggior numero di fedeli possibile. Una campagna i cui contenuti vennero esposti, appunti, in una breve lettera datata 8 dicembre 2007, festa dell'Immacolata Concezione, alla quale è stato allegato un pamphlet di trentaquattro pagine ricco di immagini, approfondimenti, testimonianze. La lettera è firmata direttamente dal responsabile del "ministero" vaticano che si occupa del clero, il Cardinale brasiliano Claudio Hummes, e dal Segretario della Congregazione, l'Arcivescovo Mauro Piacenza, ed è a tutt'oggi ancora visionabile sul portale della stessa Congregazione: www.clerus.org.


Il suo scopo è nel primo capoverso: si chiede a tutte le diocesi del mondo di creare «veri e propri cenacoli» in cui i fedeli si dedichino anima e corpo, spirito ed energie, all'«adorazione eucaristica continuata, nell'arco delle ventiquattro ore» al fine di riparare «alle mancanze dei preti» e, insieme, per sostenerli nella strada verso la santità. L'iniziativa è proposta a tutti ma in particolare alle «anime femminili consacrate» affinché, seguendo l'esempio di Maria, adottino «spiritualmente sacerdoti per aiutarli con l'offerta di sé, l'orazione e la penitenza».


Si tratta, dunque, di una vera e propria chiamata a una mobilitazione generale. Perché attraverso la preghiera le colpe dei sacerdoti vengano espiate. La loro vita si diriga verso ciò a cui deve tendere, e cioè la santità. Affinché i preti «sempre meglio servano a Lui e ai fratelli, come coloro che, a un tempo, stanno "nella" Chiesa ma, anche, "di fronte" alla Chiesa tenendo le veci di Cristo e, rappresentandoLo, come capo, pastore e sposo della Chiesa».


Il pamphlet allegato alla lettera di Hummes rende testimonianza della vita di tante persone che, come disse Benedetto XVI il 14 settembre 2006 incontrando i sacerdoti e i diaconi di Freising, «scuotono il cuore di Dio» e in cambio ricevono dal «padrone della messe santi operai». Si tratta di semplici fedeli, tra questi parecchie donne, che tramite la preghiera continuata hanno deciso di assumere su di sé l'intera esistenza dei sacerdoti, peccati inclusi. Lo disse anche san Pio X (1835-1914), al secolo Giuseppe Sarto, quando rivelò come un giorno sua madre, baciandogli l'anello vescovile, gli disse: «Sì, Peppo, però tu adesso non lo porteresti, se io prima non avessi portato questo anello nuziale». Lo disse anche il Cardinale Nicola Cusano (1401-1464), filosofo e matematico tedesco, poi Vescovo di Bressanone che spesso i sacerdoti, nonostante i loro peccati, vivono grazie al potere dell'abbandono, della preghiera e del sacrificio delle madri spirituali nel segreto dei conventi.


Lo disse anche il barone Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877), Vescovo di Magonza, quando raccontò che un giorno vide in sogno Gesù e innanzi a lui una suora che alzava le mani in posizione d'implorazione: «Ella prega ininterrottamente per te», gli disse Gesù in sogno. Ketteler, svegliatosi, decise di farsi prete e, anni dopo, quando già era divenuto Vescovo, per caso incontrò, in visita a un convento, «l'ultima e la più povera conversa» intenta a pulire una stalla. La suora lo guardò e lui riconobbe il volto di colei che anni addietro aveva sognato. Capì che era diventato ciò che era grazie a quella suora. Era stata lei, per tutta la sua vita, a pregare per lui, per le sue colpe, per la sua santificazione.



I sacerdoti per la missione


Lo scorso 15 luglio, in vista della festa di San Giovanni Maria Vianney, il Cardinale Claudio Hummes ha scritto una lettera a tutti i sacerdoti spiegando loro il significato della missione sacerdotale. «In occasione della festa di San Giovanni Maria Vianney, il Curato D'Ars, il prossimo 4 agosto, - ha scritto Sua Eminenza - vi saluto cordialmente con tutto il cuore e vi invio questo messaggio fraterno. La Chiesa oggi sa che esiste un'urgenza missionaria, non soltanto "ad gentes", ma anche nelle regioni e negli ambienti nei quali da secoli la fede cristiana è stata predicata, impiantata e le comunità ecclesiali sono stabilite. Si tratta della missione, o dell'evangelizzazione missionaria (Redemptoris Missio, 2), dentro il gregge stesso, che abbia come destinatari coloro che noi abbiamo battezzati ma che, per diverse circostanze, non siamo riusciti ad evangelizzare sufficientemente, oppure che hanno perso il primo fervore e si sono allontanati. La cultura postmoderna della società contemporanea - una cultura relativista, secolarizzata, agnostica e laicista - esercita anche una forte azione erosiva della fede religiosa di molte persone».


Quindi ecco le parole dedicate alla Chiesa, la quale «è, per sua stessa natura, missionaria». Ha scritto Sua Eminenza: «"Il seminatore uscì a seminare" (Mt 13,3), disse Gesù. Non si limita a gettare il seme dalla finestra, ma esce di casa. La Chiesa sa che non può restare inerte e limitarsi ad accogliere ed evangelizzare coloro che La cercano, nelle sue chiese e comunità. È necessario alzarsi e andare laddove le persone e le famiglie risiedono, vivono e lavorano. Andare a tutti: aziende, organizzazioni, istituzioni e ambiti diversi della società umana. A questa missione, tutti i membri della comunità ecclesiale sono chiamati: pastori, religiosi e laici. Peraltro, la Chiesa riconosce che i presbiteri sono la grande forza propulsiva della vita quotidiana delle comunità locali. Quando i presbiteri si muovono, la Chiesa si muove. Se non fosse così, sarebbe assai difficile realizzare la missione».


E ancora: «Voi, cari fratelli presbiteri, siete la grande ricchezza, il dinamismo, l'ispirazione pastorale e missionaria, in mezzo alla gente, laddove vivono, in comunità, i nostri battezzati. Senza la vostra determinante decisione di "prendere il largo" ("Duc in altum") per la pesca, alla quale lo stesso Signore ci convoca, poco o nulla succederà nell'ambito della missione urgente, sia "ad gentes" che nei territori di antica evangelizzazione. Ma la Chiesa ha la certezza di poter contare su di voi, perché sa, e riconosce esplicitamente, che la stragrande maggioranza dei sacerdoti, - nonostante le debolezze e le limitazioni umane, che tutti abbiamo - sono sacerdoti degni, che donano ogni giorno la loro vita al Regno di Dio, che amano Gesù Cristo e il popolo che è loro affidato; sono sacerdoti che si santificano nell'esercizio diuturno del loro ministero, che perseverano sino alla fine nella mietitura del Signore. C'è una piccola parte di sacerdoti che ha deviato gravemente. La Chiesa cerca di riparare al male da essi compiuto. Ma, d'altro lato, si rallegra ed è fiera dell'immensa maggioranza dei suoi presbiteri, che sono buoni e sommamente lodevoli. Nell'Anno Paolino e nell'attesa del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio, che si svolgerà a Roma nell'ottobre prossimo, vogliamo tutti disporci all'urgente missione. Che lo Spirito Santo ci illumini, ci invii, ci sospinga, affinché possiamo andare e annunziare, ancora una volta, la persona di Gesù Cristo, morto e risuscitato, e il Suo Regno!».



La Nuova Evangelizzazione secondo il Cardinale Ratzinger


Compito dei sacerdoti è anche quello di istruire i catechisti affinché insegnino la dottrina cattolica in modo esauriente. Fu in occasione del Grande Giubileo del 2000 che l'allora Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dettò le linee di questo insegnamento. Fu un intervento che rimase come pietra miliare per la missione dei catechisti e quindi per la missione sacerdotale. Ratzinger, infatti, parlò di nuova evangelizzazione. Spiegò il Cardinale Ratzinger che «la vita umana non si realizza da sé». «La nostra vita è una questione aperta, un progetto incompleto ancora da completare e da realizzare. La domanda fondamentale di ogni uomo è: come si realizza questo - diventare uomo? Come si impara l'arte di vivere? Quale è la strada alla felicità?». Ecco, dalla risposta a queste domande, cosa significhi evangelizzare: «Evangelizzare vuol dire: mostrare questa strada - insegnare l'arte di vivere. Gesù dice nell'inizio della sua vita pubblica: Sono venuto per evangelizzare i poveri (Lc 4, 18); questo vuol dire: Io ho la risposta alla vostra domanda fondamentale; io vi mostro la strada della vita, la strada alla felicità - anzi: io sono questa strada. La povertà più profonda è l'incapacità di gioia, il tedio della vita considerata assurda e contraddittoria. Questa povertà è oggi molto diffusa, in forme ben diverse sia nelle società materialmente ricche sia anche nei paesi poveri. L'incapacità di gioia suppone e produce l'incapacità di amare, produce l'invidia, l'avarizia - tutti i vizi che devastano la vita dei singoli e il mondo. Perciò abbiamo bisogno di una nuova evangelizzazione - se l'arte di vivere rimane sconosciuta, tutto il resto non funziona più. Ma questa arte non è oggetto della scienza - questa arte la può comunicare solo chi ha la vita - colui che è il Vangelo in persona».


Prima di parlare dei contenuti fondamentali della nuova evangelizzazione il Cardinale Ratzinger volle dire una parola sulla sua struttura e sul metodo adeguato della evangelizzazione. «La Chiesa - disse - evangelizza sempre e non ha mai interrotto il cammino dell'evangelizzazione. Celebra ogni giorno il mistero eucaristico, amministra i sacramenti, annuncia la parola della vita - la parola di Dio, s'impegna per la giustizia e la carità. E questa evangelizzazione porta frutto: dà luce e gioia, dà il cammino della vita a tante persone; molti altri vivono, spesso senza saperlo, della luce e del calore risplendente da questa evangelizzazione permanente. Tuttavia osserviamo un processo progressivo di scristianizzazione e di perdita dei valori umani essenziali che è preoccupante. Gran parte dell'umanità di oggi non trova nell'evangelizzazione permanente della Chiesa il Vangelo, cioè la risposta convincente alla domanda: Come vivere? Perciò cerchiamo, oltre l'evangelizzazione permanente, mai interrotta, mai da interrompere, una nuova evangelizzazione, capace di farsi sentire da quel mondo, che non trova accesso all'evangelizzazione "classica". Tutti hanno bisogno del Vangelo; il Vangelo è destinato a tutti e non solo a un cerchio determinato e perciò siamo obbligati a cercare nuove vie per portare il Vangelo a tutti. Però qui si nasconde anche una tentazione - la tentazione dell'impazienza, la tentazione di cercare subito il grande successo, di cercare i grandi numeri. E questo non è il metodo di Dio. Per il regno di Dio e così per l'evangelizzazione, strumento e veicolo del regno di Dio, vale sempre la parabola del grano di senape (cf Mc 4, 31 - 32). Il Regno di Dio ricomincia sempre di nuovo sotto questo segno. Nuova evangelizzazione non può voler dire: Attirare subito con nuovi metodi più raffinati le grandi masse allontanatesi dalla Chiesa. No - non è questa la promessa della nuova evangelizzazione. Nuova evangelizzazione vuol dire: Non accontentarsi del fatto, che dal grano di senape è cresciuto il grande albero della Chiesa universale, non pensare che basti il fatto che nei suoi rami diversissimi uccelli possono trovare posto - ma osare di nuovo con l'umiltà del piccolo granello lasciando a Dio, quando e come crescerà (Mc 4, 26 - 29). Le grandi cose cominciano sempre dal granello piccolo ed i movimenti di massa sono sempre effimeri. Nella sua visione del processo dell'evoluzione Teilhard de Chardin parla del "bianco delle origini" (le blanc des origines): L'inizio delle nuove specie è invisibile ed introvabile per la ricerca scientifica. Le fonti sono nascoste - troppo piccole. Con altre parole: Le realtà grandi cominciano in umiltà. Lasciamo da parte, se e fino a che punto Teilhard ha ragione con le sue teorie evoluzioniste; la legge delle origini invisibili dice una verità - una verità presente proprio nell'agire di Dio nella storia: "Non perché sei grande ti ho eletto, al contrario - sei il più piccolo dei popoli; ti ho eletto, perché ti amo..." dice Dio al popolo di Israele nell'Antico Testamento ed esprime così il paradosso fondamentale della storia della salvezza: Certo, Dio non conta con i grandi numeri; il potere esteriore non è il segno della sua presenza. Gran parte delle parabole di Gesù indicano questa struttura dell'agire divino e rispondono così alle preoccupazioni dei discepoli, i quali si aspettavano ben altri successi e segni dal Messia - successi del tipo offerto da Satana al Signore: Tutto questo - tutti i regni del mondo - ti do... (Mt 4, 9). Certo, Paolo alla fine della sua vita ha avuto l'impressione di aver portato il Vangelo ai confini della terra, ma i cristiani erano piccole comunità disperse nel mondo, insignificanti secondo i criteri secolari. In realtà furono il germe che penetra dall'interno la pasta e portarono in sé il futuro del mondo (cf Mt 13, 33). Un vecchio proverbio dice: "Successo non è un nome di Dio". La nuova evangelizzazione deve sottomettersi al mistero del grano di senape e non pretendere di produrre subito il grande albero. Noi o viviamo troppo nella sicurezza del grande albero già esistente o nell'impazienza di avere un albero più grande, più vitale - dobbiamo invece accettare il mistero che la Chiesa è nello stesso tempo grande albero e piccolissimo grano. Nella storia della salvezza è sempre contemporaneamente Venerdì Santo e Domenica di Pasqua...».


Dopo aver enucleato la struttura della nuova evangelizzazione, ecco il metodo. Il metodo giusto, infatti, discende proprio da questa struttura. Disse il Cardinale Ratzinger: «Dobbiamo usare in modo ragionevole i metodi moderni di farci ascoltare - o meglio: di rendere accessibile e comprensibile la voce del Signore... Non cerchiamo ascolto per noi - non vogliamo aumentare il potere e l'estensione delle nostre istituzioni, ma vogliamo servire al bene delle persone e dell'umanità dando spazio a Colui, che è la Vita. Questa espropriazione del proprio io offrendolo a Cristo per la salvezza degli uomini, è la condizione fondamentale del vero impegno per il Vangelo. "Io sono venuto nel nome del Padre mio, e non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste" dice il Signore (Gv 5, 43). Il contrassegno dell'Anticristo è il suo parlare nel proprio nome. Il segno del Figlio è la sua comunione col Padre. Il Figlio ci introduce nella comunione trinitaria, nel circolo dell'eterno amore, le cui persone sono "relazioni pure", l'atto puro del donarsi e dell'accogliersi. Il disegno trinitario - visibile nel Figlio, che non parla nel nome suo - mostra la forma di vita del vero evangelizzatore - anzi, evangelizzare non è semplicemente una forma di parlare, ma una forma di vivere: vivere nell'ascolto e farsi voce del Padre. "Non parlerà da se, ma dirà tutto ciò che avrà udito" dice il Signore sullo Spirito Santo (Gv 16, 13). Questa forma cristologica e pneumatologica dell'evangelizzazione è nello stesso tempo una forma ecclesiologica: Il Signore e lo Spirito costruiscono la Chiesa, si comunicano nella Chiesa. L'annuncio di Cristo, l'annuncio del Regno di Dio suppone l'ascolto della sua voce nella voce della Chiesa. "Non parlare nel nome proprio" significa: parlare nella missione della Chiesa... Da questa legge dell'espropriazione seguono conseguenze molto pratiche. Tutti i metodi ragionevoli e moralmente accettabili sono da studiare - è un dovere far uso di queste possibilità di comunicazione. Ma le parole e tutta l'arte della comunicazione non possono guadagnare la persona umana in quella profondità, alla quale deve arrivare il Vangelo. Pochi anni fa leggevo la biografia di un ottimo sacerdote del nostro secolo, Don Didimo, parroco di Bassano del Grappa. Nelle sue note si trovano parole d'oro, frutto di una vita di preghiera e di meditazione. Al nostro proposito dice Don Didimo, per esempio: "Gesù predicava nel giorno, di notte pregava." Con questa breve notizia voleva dire: Gesù doveva acquistare da Dio i discepoli. Lo stesso vale sempre. Non possiamo guadagnare noi gli uomini. Dobbiamo ottenerli da Dio per Dio. Tutti i metodi sono vuoti senza il fondamento della preghiera. La parola dell'annuncio deve sempre bagnare in una intensa vita di preghiera. Dobbiamo aggiungere un passo ulteriore. Gesù predicava di giorno, di notte pregava - questo non è tutto. La sua intera vita fu - come lo mostra in modo molto bello il Vangelo di S. Luca - un cammino verso la croce, ascensione verso Gerusalemme. Gesù non ha redento il mondo tramite parole belle, ma con la sua sofferenza e la sua morte. Questa sua passione è la fonte inesauribile di vita per il mondo; la passione dà forza alla sua parola. Il Signore stesso - estendendo ed ampliando la parabola del grano di senape - ha formulato questa legge di fecondità nella parola del chicco di grano che muore, caduto in terra (Gv 12, 24). Anche questa legge è valida fino alla fine del mondo ed è - insieme col mistero del grano di senape - fondamentale per la nuova evangelizzazione. Tutta la storia lo dimostra. Sarebbe facile dimostrarlo nella storia del cristianesimo. Vorrei ricordare qui soltanto l'inizio dell'evangelizzazione nella vita di S. Paolo. Il successo della sua missione non fu frutto di una grande arte retorica o di prudenza pastorale; la fecondità fu legata alla sofferenza, alla comunione nella passione con Cristo (cf 1 Cor 2, 1 - 5; 2 Cor 5, 7; 11, 10s; 11, 30; Gal 4, 12 - 14). "Nessun segno sarà dato, se non il segno di Giona profeta" ha detto il Signore. Il segno di Giona è il Cristo crocifisso - sono i testimoni, che completano "quello che manca ai patimenti di Cristo" (Col 1, 24). In tutti i periodi della storia si è sempre di nuovo verificata la parola di Tertulliano: E' un seme il sangue dei martiri. Sant'Agostino dice lo stesso in modo molto bello, interpretando Gv 21, dove la profezia del martirio di Pietro e il mandato di pascere, cioè l'istituzione del suo primato sono intimamente connessi. Sant'Agostino commenta il testo Gv 21, 16 nel modo seguente: "Pasci le mie pecorelle", cioè soffri per le mie pecorelle (Sermo Guelf. 32 PLS 2, 640). Una madre non può dar la vita a un bambino senza sofferenza. Ogni parto esige sofferenza, è sofferenza, ed il divenire cristiano è un parto. Diciamolo ancora una volta con parole del Signore: Il regno di Dio esige violenza (Mt 11, 12; Lc 16, 16), ma la violenza di Dio è la sofferenza, è la croce. Non possiamo dare vita ad altri, senza dare la nostra vita. Il processo di espropriazione sopra indicato è la forma concreta (espressa in tante forme diverse) di dare la propria vita. E pensiamo alla parola del Salvatore: "... chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà..." (Mc 8, 36)».


Ecco punto per punto i nodi essenziali della nuova evangelizzazione:


1. Conversione: «Quanto ai contenuti della nuova evangelizzazione - disse il cardinale Ratzinger - è innanzitutto da tener presente l'inscindibilità dell'Antico e del Nuovo Testamento. Il contenuto fondamentale dell'Antico Testamento è riassunto nel messaggio di Giovanni Battista: metanoe‹te - Convertitevi! Non c'è accesso a Gesù senza il Battista; non c'è possibilità di arrivare a Gesù senza risposta all'appello del precursore, anzi: Gesù ha assunto il messaggio di Giovanni nella sintesi della sua propria predicazione. La parola greca per convertirsi significa: ripensare - mettere in questione il proprio ed il comune modo di vivere; lasciar entrare Dio nei criteri della propria vita; non giudicare più semplicemente secondo le opinioni correnti. Convertirsi significa di conseguenza: non vivere come vivono tutti, non fare come fanno tutti, non sentirsi giustificati in azioni dubbiose, ambigue, malvagie dal fatto che altri fanno lo stesso; cominciare a vedere la propria vita con gli occhi di Dio; cercare quindi il bene, anche se è scomodo; non puntare sul giudizio dei molti, degli uomini, ma sul giudizio di Dio - con altre parole: cercare un nuovo stile di vita, una vita nuova. Tutto questo non implica un moralismo; la riduzione del cristianesimo alla moralità perde di vista l'essenza del messaggio di Cristo: il dono di una nuova amicizia, il dono della comunione con Gesù e quindi con Dio. Chi si converte a Cristo non intende crearsi una autarchia morale sua, non pretende di costruire con le proprie forze la sua propria bontà. "Conversione" (Metanoia) significa proprio il contrario: uscire dall'autosufficienza, scoprire ed accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e dell'Altro, del suo perdono, della sua amicizia. La vita non convertita è autogiustificazione (io non sono peggiore degli altri); la conversione è l'umiltà dell'affidarsi all'amore dell'Altro, amore che diventa misura e criterio della mia propria vita. Qui dobbiamo tener presente anche l'aspetto sociale della conversione. Certo, la conversione è innanzitutto un atto personalissimo, è personalizzazione. Io mi separo dalla formula "vivere come tutti" (non mi sento più giustificato dal fatto che tutti fanno quanto faccio io) e trovo davanti a Dio il mio proprio io, la mia responsabilità personale. Ma la vera personalizzazione è sempre anche una nuova e più profonda socializzazione. L'io si apre di nuovo al tu, in tutta la sua profondità, e così nasce un nuovo Noi. Se lo stile di vita diffuso nel mondo implica il pericolo della de-personalizzazione, del vivere non la mia propria vita, ma la vita di tutti gli altri, nella conversione deve realizzarsi un nuovo Noi del cammino comune con Dio. Annunciando la conversione dobbiamo anche offrire una comunità di vita, uno spazio comune del nuovo stile di vita. Evangelizzare non si può con sole parole; il vangelo crea vita, crea comunità di cammino; una conversione puramente individuale non ha consistenza...


2. Il Regno di Dio: «Nella chiamata alla conversione - disse il Cardinale Ratzinger - è implicito, come sua condizione fondamentale, l'annuncio del Dio vivente. Il teocentrismo è fondamentale nel messaggio di Gesù e dev'essere anche il cuore della nuova evangelizzazione. La parola-chiave dell'annuncio di Gesù è: Regno di Dio. Ma Regno di Dio non è una cosa, una struttura sociale o politica, un'utopia. Il Regno di Dio è Dio. Regno di Dio vuol dire: Dio c'è. Dio vive. Dio è presente e agisce nel mondo, nella nostra - nella mia vita. Dio non è una lontana "causa ultima", Dio non è il "grande architetto" del deismo, che ha montato la macchina del mondo e starebbe adesso fuori - al contrario: Dio è la realtà più presente e decisiva in ogni atto della mia vita, in ogni momento della storia. Nella sua conferenza di congedo dalla sua cattedra nell'università di Münster il teologo J.B. Metz ha detto delle cose inaspettate dalla sua bocca. Metz in passato ci aveva insegnato l'antropocentrismo - il vero avvenimento del cristianesimo sarebbe stata la svolta antropologica, la secolarizzazione, la scoperta della secolarità del mondo. Poi ci ha insegnato la teologia politica - il carattere politico della fede; poi la "memoria pericolosa"; finalmente la teologia narrativa. Dopo questo cammino lungo e difficile ci dice oggi: Il vero problema del nostro tempo è la "Crisi di Dio", l'assenza di Dio, camuffata da una religiosità vuota. La teologia deve ritornare ad essere realmente teo-logia, un parlare di Dio e con Dio. Metz ha ragione: L'"unum necessarium" per l'uomo è Dio. Tutto cambia, se Dio c'è o se Dio non c'è. Purtroppo - anche noi cristiani viviamo spesso come se Dio non esistesse ("si Deus non daretur"). Viviamo secondo lo slogan: Dio non c'è, e se c'è, non c'entra. Perciò l'evangelizzazione deve innanzitutto parlare di Dio, annunciare l'unico Dio vero: il Creatore - il Santificatore - il Giudice (cf. il Catechismo della Chiesa cattolica). Anche qui è da tener presente l'aspetto pratico. Dio non si può far conoscere con le sole parole. Non si conosce una persona, se si sa di questa persona solo di seconda mano. Annunciare Dio è introdurre nella relazione con Dio: Insegnare a pregare. La preghiera è fede in atto. E solo nell'esperienza della vita con Dio appare anche l'evidenza della sua esistenza. Perciò sono così importanti le scuole di preghiera, di comunità di preghiera. C'è complementarità tra preghiera personale ("nella propria camera", solo davanti agli occhi di Dio), preghiera comune "paraliturgica" ("religiosità popolare") e preghiera liturgica. Sì, la liturgia è innanzitutto preghiera; la sua specificità consiste nel fatto che il suo soggetto primario non siamo noi (come nella preghiera privata e nella religiosità popolare), ma Dio stesso - la liturgia è actio divina, Dio agisce e noi rispondiamo all'azione divina. Parlare di Dio e parlare con Dio devono sempre andare insieme. L'annuncio di Dio è guida alla comunione con Dio nella comunione fraterna, fondata e vivificata da Cristo. Perciò la liturgia (i sacramenti) non è un tema accanto alla predicazione del Dio vivente, ma la concretizzazione della nostra relazione con Dio. In questo contesto mi sia permessa una osservazione generale sulla questione liturgica. Il nostro modo di celebrare la liturgia è spesso troppo razionalista. La liturgia diventa insegnamento, il cui criterio è: farsi capire - la conseguenza è non di rado la banalizzazione del mistero, la prevalenza delle nostre parole, la ripetizione delle fraseologie che sembrano più accessibili e più gradevoli per la gente. Ma questo è un errore non soltanto teologico, ma anche psicologico e pastorale. L'onda dell'esoterismo, la diffusione di tecniche asiatiche di distensione e di auto-svuotamento mostrano che nelle nostre liturgie manca qualcosa. Proprio nel nostro mondo di oggi abbiamo bisogno del silenzio, del mistero sopra-individuale, della bellezza. La liturgia non è l'invenzione del sacerdote celebrante o di un gruppo di specialisti; la liturgia (il "rito") è cresciuta in un processo organico nei secoli, porta in sé il frutto dell'esperienza di fede di tutte le generazioni. Anche se i partecipanti non capiscono forse tutte le singole parole, percepiscono il significato profondo, la presenza del mistero, che trascende tutte le parole. Non il celebrante è il centro dell'azione liturgica; il celebrante non sta davanti al popolo nel nome proprio - non parla da se e per se, ma "in persona Cristi". Non contano le capacità personali del celebrante, ma solo la sua fede, nella quale si fa trasparente Cristo. "Egli deve crescere, e io invece diminuire" (Gv 3, 30).


3. Gesù Cristo: «Con questa riflessione il tema Dio si è già esteso e concretizzato nel tema Gesù Cristo: Solo in Cristo e tramite Cristo il tema Dio diventa realmente concreto: Cristo è Emanuele, il Dio-con-noi - la concretizzazione dell'"Io sono", la risposta al Deismo. Oggi la tentazione è grande di ridurre Gesù Cristo, il figlio di Dio solo a un Gesù storico, a un uomo puro. Non si nega necessariamente la divinità di Gesù, ma con certi metodi si distilla dalla Bibbia un Gesù a nostra misura, un Gesù possibile e comprensibile nei parametri della nostra storiografia. Ma questo "Gesù storico" è un artefatto, l'immagine dei suoi autori e non l'immagine del Dio vivente (cf 2 Cor 4, 4s; Col 1, 15). Non il Cristo della fede è un mito; il cosiddetto Gesù storico è una figura mitologica, auto-inventata dai diversi interpreti. I duecento anni di storia del "Gesù storico" riflettono fedelmente la storia delle filosofie e delle ideologie di questo periodo. Non posso nei limiti di questa conferenza entrare nei contenuti dell'annuncio del Salvatore. Vorrei brevemente accennare a due aspetti importanti. Il primo è la sequela di Cristo - Cristo si offre come strada della mia vita. Sequela di Cristo non significa: imitare l'uomo Gesù. Un tale tentativo fallisce necessariamente - sarebbe un'anacronismo. La sequela di Cristo ha una meta molto più alta: assimilarsi a Cristo, e cioè arrivare all'unione con Dio. Una tale parola suona forse strana nell'orecchio dell'uomo moderno. Ma in realtà abbiamo tutti la sete dell'infinito: di una libertà infinita, di una felicità senza limite. Tutta la storia delle rivoluzioni degli ultimi due secoli si spiega solo così. La droga si spiega solo così. L'uomo non si accontenta di soluzioni sotto il livello della divinizzazione. Ma tutte le strade offerte dal "serpente" (Gen 3, 5), cioè dalla sapienza mondana, falliscono. L'unica strada è la comunione con Cristo, realizzabile nella vita sacramentale. Sequela di Cristo non è un argomento di moralità, ma un tema "misterico" - un insieme di azione divina e di risposta nostra. Così troviamo presente nel tema sequela l'altro centro della cristologia, al quale volevo accennare: il mistero pasquale - la croce e la risurrezione. Nelle ricostruzioni del "Gesù storico" di solito il tema della croce è senza significato. In una interpretazione "borghese" diventa un incidente di per se evitabile, senza valore teologico; in una interpretazione rivoluzionaria diventa la morte eroica di un ribelle. La verità è diversa. La croce appartiene al mistero divino - è espressione del suo amore fino alla fine (Gv 13, 1). La sequela di Cristo è partecipazione alla sua croce, unirsi al suo amore, alla trasformazione della nostra vita, che diventa nascita dell'uomo nuovo, creato secondo Dio (cf Ef 4, 24). Chi omette la croce, omette l'essenza del cristianesimo (cf 1 Cor 2, 2).


4. La vita eterna: «Un ultimo elemento centrale di ogni vera evangelizzazione è la vita eterna. Oggi dobbiamo con nuova forza nella vita quotidiana annunciare la nostra fede. Vorrei accennare qui soltanto ad un aspetto oggi spesso trascurato della predicazione di Gesù: L'annuncio del Regno di Dio è annuncio del Dio presente, del Dio che ci conosce, ci ascolta; del Dio che entra nella storia, per fare giustizia. Questa predicazione è perciò anche annuncio del giudizio, annuncio della nostra responsabilità. L'uomo non può fare o non fare ciò che vuole. Egli sarà giudicato. Egli deve rendere conto. Questa certezza ha valore per i potenti così come per i semplici. Ove essa è onorata, sono tracciati i limiti di ogni potere di questo mondo. Dio fa giustizia, e solo lui può ultimamente farlo. A noi ciò riuscirà tanto più, quanto più saremo in grado di vivere sotto gli occhi di Dio e di comunicare al mondo la verità del giudizio. Così l'articolo di fede del giudizio, la sua forza di formazione delle coscienze, è un contenuto centrale del Vangelo ed è veramente una buona novella. Lo è per tutti coloro che soffrono sotto l'ingiustizia del mondo e cercano la giustizia. Si comprende così anche la connessione fra il Regno di Dio e i "poveri", i sofferenti e tutti coloro di cui parlano le beatitudini del discorso della montagna. Essi sono protetti dalla certezza del giudizio, dalla certezza, che c'è giustizia. Questo è il vero contenuto dell'articolo sul giudizio, su Dio giudice: C'è giustizia. Le ingiustizie del mondo non sono l'ultima parola della storia. C'è giustizia. Solo chi non vuole, che sia giustizia, può opporsi a questa verità. Se prendiamo sul serio il giudizio e la serietà della responsabilità che per noi ne scaturisce, comprendiamo bene l'altro aspetto di questo annuncio, cioè la redenzione, il fatto che Gesù nella croce assume i nostri peccati; che Dio stesso nella passione del Figlio si fa avvocato di noi peccatori, e rende così possibile la penitenza, la speranza al peccatore pentito, speranza espressa in modo meraviglioso nella parola di S. Giovanni: Davanti a Dio, rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. "Dio è più grande del nostro cuore e conosce tutto" (1 Giov 3, 19s). La bontà di Dio è infinita, ma non dobbiamo ridurre questa bontà ad una leziosa sdolcinatura senza verità. Solo credendo al giusto giudizio di Dio, solo avendo fame e sete della giustizia (cf Mt 5, 6) apriamo il nostro cuore, la nostra vita alla misericordia divina. Si vede: Non è vero che la fede nella vita eterna rende insignificante la vita terrestre. Al contrario: Solo se la misura della nostra vita è l'eternità, anche questa vita sulla nostra terra è grande e il suo valore immenso. Dio non è il concorrente della nostra vita, ma il garante della nostra grandezza. Così ritorniamo al nostro punto di partenza: Dio. Se consideriamo bene il messaggio cristiano, non parliamo di un sacco di cose. Il messaggio cristiano è in realtà molto semplice. Parliamo di Dio e dell'uomo, e così diciamo tutto».



Giovanni Paolo II e i sacerdoti


Fu sempre in occasione del Grande Giubileo del 2000, esattamente il 10 dicembre, che Giovanni Paolo II tenne un'omelia per i sacerdoti. Qui egli spiegò che il grande sacerdote, «anzi il Sommo Sacerdote, è Gesù Cristo». «Egli - come afferma la Lettera agli Ebrei - con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci una redenzione eterna (cfr Eb 9, 12). Cristo, Sacerdote e Vittima: Egli «è lo stesso ieri, oggi e sempre!» (Eb 13, 8). Ci raccogliamo questa mattina per riflettere sul suo sacerdozio, noi che, come presbiteri, siamo stati chiamati a parteciparne in modo specifico. Il sacerdozio ministeriale! Di esso ci parla l'odierna liturgia, facendoci ritornare spiritualmente nel Cenacolo, all'Ultima Cena, quando Cristo lavò i piedi agli Apostoli. Ne dà testimonianza l'evangelista Giovanni. Anche Luca, però, nel brano poc'anzi proclamato, ci offre la giusta interpretazione del gesto emblematico di Cristo, il quale dice di sé: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 27). Il Maestro lascia ai suoi amici il comando di amarsi come lui li ha amati, ponendosi al servizio gli uni degli altri (cfr Gv 13, 14): «Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13, 15)».


Spiegò Giovanni Paolo II che nell'Eucaristia, Cristo, ha istituito il nuovo rito della Pasqua cristiana, introducendo nella Chiesa il ministero sacerdotale. Al sacerdozio ministeriale «ci rimanda soprattutto l'Eucaristia, nella quale Cristo ha istituito il nuovo rito della Pasqua cristiana, introducendo, al tempo stesso, nella Chiesa il ministero sacerdotale». E ancora: «Durante l'Ultima Cena, Cristo prese il pane nelle sue mani, lo spezzò e lo distribuì agli Apostoli dicendo: "Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi» (Rito della Messa, cfr Lc 22, 19). Prese poi il calice colmo di vino e lo diede agli Apostoli dicendo: «Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remisione dei peccati. Fate questo in memoria di me" (Rito della Messa). Ogni volta che ripetete questo rito - spiega l'apostolo Paolo - «voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (1 Cor 11, 26)».


Secondo il Santo Padre, «nelle nostre mani Cristo ha posto il vivo memoriale del Sacrificio che Egli ha offerto al Padre sulla Croce». «In questo modo, nelle nostre mani Cristo ha posto, sotto le specie del pane e del vino, il vivo memoriale del Sacrificio che Egli ha offerto al Padre sulla Croce. Lo ha affidato alla sua Chiesa, perché lo celebrasse fino alla fine del mondo. Nella Chiesa - lo sappiamo - è Lui stesso che, come Sommo ed Eterno Sacerdote della Nuova Alleanza, agisce per mezzo nostro, per mezzo dei ministri ordinati, lungo il corso dei secoli».


Ancora Giovanni Paolo II parlò del «sacerdozio ministeriale». «Noi tutti - disse - ne siamo partecipi, ed oggi vogliamo elevare a Dio un corale rendimento di grazie per questo suo straordinario dono. Dono per tutti i tempi e per gli uomini di ogni razza e cultura. Dono che si rinnova nella Chiesa grazie all'immutabile misericordia divina e alla generosa e fedele risposta di tanti fragili uomini. Dono che non cessa di stupire chi lo riceve. Dopo oltre cinquant'anni di vita sacerdotale, sento vivo in me il bisogno di lodare e ringraziare Iddio per la sua immensa bontà. Il mio pensiero torna, in questo momento, al Cenacolo di Gerusalemme dove, nel corso del recente pellegrinaggio in Terra Santa, ho potuto celebrare la Santa Messa. In quel luogo è scaturito il mio e il vostro sacerdozio dalla mente e dal cuore di Cristo. Ecco perché proprio da quella «stanza al piano superiore» ho voluto indirizzare la Lettera ai Sacerdoti per il Giovedì Santo, che quest'oggi idealmente ripropongo. Nel Cenacolo, alla vigilia della sua Passione, Gesù ha voluto renderci partecipi della vocazione e missione a Lui affidata dal Padre celeste, quella cioè di introdurre gli uomini nel suo universale mistero di salvezza».



Intervista a Sua Eccellenza Mons. Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero


Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Eccellenza Reverendissima, ogni anno tantissimi giovani decidono di dedicarsi totalmente a Cristo e vengono ordinati sacerdoti. Un miracolo che si ripete da duemila anni?

Al termine di ogni ordinazione sacerdotale nessuno di quanti vi partecipano è autorizzato a dire di non aver mai visto un miracolo nel corso della propria esistenza. Infatti, quando si assiste a un'ordinazione sacerdotale si assiste a un miracolo: per la potenza dello Spirito Santo, la preghiera consacratoria della Chiesa e l'imposizione delle povere mani di un Vescovo, degli uomini, per quanto virtuosi e preparati, ma sempre limitati e peccatori, vengono ontologicamente configurati a Cristo, Unico ed Eterno Sacerdote, per mezzo del Quale «la grazia di Dio e il dono concesso in grazia [...] si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (cf. Rm 5,15). Non deve apparire eccessivo l'utilizzo della categoria del "miracolo", per esprimere una realtà che, se più comunemente è detta "sacramentale", in realtà, per essere accolta in tutta la sua straordinaria efficacia e potenza salvifica, domanda che superiamo, illuminati dalle Sacre Scritture e dal Magistero ecclesiale, gli stretti, e talora angusti, spazi della moderna razionalità, per "allargare la ragione" all'accoglienza e, per quanto umanamente possibile, alla comprensione del Mistero che, quotidianamente fa irruzione nelle nostre umane esistenze.


Un miracolo anche per un mondo sovente dimentico di Cristo?

In un contesto secolarizzato, dove tutto congiura a "tacere di Cristo", o a porlo nel pantheon dei fantomatici "valori" sfumati, irenizzati e relativizzati, coloro che divengono sacerdoti testimoniano, nella certezza e nella letizia, nell'eloquenza delle loro esistenze e nella totale dedizione, la Verità, la Bellezza e, soprattutto, la Presenza del Mistero nel mondo. Solo per un "Mistero presente", per un Dio Incarnato, fatto uomo, è possibile donare tutta la vita, con umana ragionevolezza, avvertendo che nulla è tolto all'uomo, ma tutto è donato, con trasfigurata abbondanza e mai così ragionevolmente accoglibile evidenza. La Chiesa sceglie, per il Sacro Ordine, coloro che hanno ricevuto, da Dio, il carisma del celibato, perché la verginità, intesa come donazione totale, è la più grande testimonianza che un uomo possa dare a Cristo Signore, in questa vita terrena. Più grande della verginità c'è soltanto il martirio! Per questa ragione, ben oltre e ben di più che per mere opportunità disciplinari o pastorali - queste sono solo la logica conseguenza di premesse maggiori - la stessa efficacia della testimonianza sacerdotale è inscindibilmente legata al Sacro celibato.



Cosa si è chiamati a vedere nei sacerdoti?

Guardando al Sacerdote, ciascun fedele può, e deve, riconoscere un "uomo di Dio", un uomo totalmente dedito a Dio: anzitutto un uomo per il quale Dio venga prima di ogni cosa e, conseguentemente, un uomo guardando il quale, risulti evidente che Dio viene prima di ogni cosa.

Il Popolo santo, a cui i sacerdoti sono inviati, attende una cosa: prima che delle buone, belle ed utili qualità personali dei sacerdoti, pure indispensabili, attende che i consacrati mostrino loro Cristo. Essi non si aspettano dai sacerdoti un'inutile "rincorsa del mondo", uno "scimmiottamento" dei suoi metodi o contenuti, ma che siano uomini dell'Assoluto. I sacerdoti non possono correre dietro al mondo e alle sue stagioni effimere, ma corrono dietro a Cristo e così, e solo così, servono la società e ogni uomo.

Nell'umanità dei sacerdoti, nel modo di usare l'intelligenza, nella capacità di reale e verginale affezione, nella dedizione, nella capacità di lavoro, anche intenso e talora quasi travolgente, senza mai cedere alle rovinose tentazioni del funzionalismo e dell'attivismo e ben sapendo che l'anima di ogni apostolato è l'intimità divina, i sacerdoti devono mostrare, all'uomo di oggi, che è ancora possibile incontrare una risposta alle domande fondamentali del cuore; debbono mostrare che è ancora possibile non interpretare, questo breve passaggio terreno, come una disperata corsa dalla culla alla tomba; debbono mostrare che l'uomo ha un'origine infinita, nel mistero dell'Amore di Dio. Debbono essere eloquente testimonianza del fatto che se «due passeri non si vendono per un soldo, eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre [...] lo voglia» (cf. Mt 10,29), ciò vale, molto di più, per l'uomo, creato ad immagine di Dio e chiamato a divenire, in un processo di progressiva personalizzazione, sempre più Sua somiglianza.

D'altra parte, i sacerdoti, devono essere consapevoli che, quanto accade loro il giorno in cui vengono ordinati, è innanzitutto, anzi esclusivamente, un dono. Devono sapere bene infatti, che "nessuno può attribuire a se stesso questo onore" (Cf. Eb 5,1-4) se Dio non lo chiama. E quindi devono avere l'atteggiamento di chi è consapevole, in ogni istante della vita, che «perfino i capelli del [...] capo sono tutti contati» e per questo «non abbiate [...] timore» (cf. Mt 10,30).


Se, infatti, gli uomini ai quali i sacerdoti sono inviati, vedranno in loro il fatto che, innanzitutto, sono di Cristo, allora saranno eloquentemente "presenza" di Cristo nel mondo. In ogni tempo, ma particolarmente in questa cultura che respiriamo ogni giorno, gravemente secolarizzata e caratterizzata dal relativismo, dal soggettivismo e da un "buonismo" falsamente irenico che, come macro-effetto, ha solo quello di rendere tutto indifferenziato e grigio, senza né luce né sale evangelici e senza autentico, incandescente slancio missionario, il ministero sacerdotale, non avrebbe alcun significato, senza Cristo Signore. Per questa evidente ragione, è assolutamente necessario che tutti i ministri ordinati, diaconi, sacerdoti e vescovi, vivano una profonda e personale dimensione cristocentrica. È la centralità di Cristo, che esalta l'umanità dei sacerdoti, trasformandola profondamente e, soprattutto, trasformando i criteri di giudizio del mondo e della storia. Per chi appartiene a Cristo, l'obbedienza non è una mortificazione della libertà, ma piuttosto una sua dilatazione: il Ministro Sacro, è talmente "più libero", degli altri uomini, da non aver più bisogno, per affermare se stesso, di obbedire unicamente alla propria volontà, ma sa "far propria" la volontà di un altro, nella quale riconosce, liberamente e realmente, il Disegno provvisorio del Signore. Così le cause seconde non saranno più ostacolo bensì motivo di approfondimento della fede e di merito, che si fissa per l'eternità.


Da cosa dipende l'efficacia missionaria del sacerdote?

L'efficacia pastorale e missionaria non si fonda, né mai potrebbe, sulle nostre povere forze umane, ma sulla potenza di Dio, che associa i suoi Sacerdoti, ogni giorno, al proprio Sacrificio di Sostituzione Vicaria, per la salvezza delle anime e per il vero bene del mondo. Proprio una tale disponibilità, ad essere "vittima sacrificale" per i fratelli, documentata concretamente nella virtù, sempre attuale, dell'umiltà, che vede noi diminuire perché Egli cresca, è la "misura alta" della nostra vocazione.


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Dossier a cura di P.L.R. - Agenzia Fides 26/7/2008; Direttore Luca de Mata

Questo Dossier è disponibile anche sul sito dell’Agenzia Fides: www.fides.org