Itinerarium Mentis in Deum

san francesco stimmateBreve excursus sull' Itinerarium Mentis in Deum di S. Bonaventura



Per una lettura del trattato bonaventuriano, ci pare utile offrirne al lettore un rapido e scheletrico schema. E' uno schema rigorosamente geometrico; quasi una struttura da cattedrale gotica.
Concetto-base:
dalla creature al Creatore; la creatura come "scala" al Creatore.

Si apre con un Prologo, che dà le circostanze della composizione e qualche raccomandazione al lettore. Seguono sette capitoli: i primi sei riguardano l'ascesa a Dio fondata sull'uso retto delle facoltà umane; il settimo sta a sé, e riguarda l'estasi mentale e mistica, che si pone, com'è ovvio, a un livello soprarazionale.

            I primi due capitoli sono dedicati alla meditazione del mondo sensibile; il terzo e il quarto, alla riflessione dell'anima su sé stessa; il quinto e il sesto, alla contemplazione del Trascendente. La meditazione del mondo sensibile porta a scoprire Dio fuori di noi; la riflessione dell'anima su se stessa, a scoprirlo dentro di noi; la contemplazione del Trascendente, ad attingerlo sopra di noi.

Ognuna di queste tre vie (o gradi) presenta, a sua volta, un doppio modo di raggiungere Dio.                          

 

La prima:                     a) mediante il mondo sensibile

                                    b) nel mondo sensibile

 

La seconda:                   a) mediante la nostra anima

                              b) nella nostra anima

 

La terza:                       a) mediante l'idea dell'Essere

                               b) nella meditazione del Bene

 

Ad ogni "via", dunque, son dedicati due capitoli; ogni "modo", un capitolo.

L'ultimo il settimo, parla dell'estasi mistica, della "luminosa caligine", che, sorpassando ogni funzione intellettiva, trasferisce intuitivamente l'anima in Dio.

            L'Itinerario dello spirito a Dio fu ideato da san Bonaventura sulla Verna, la montagna sacra alle stimmate di san Francesco, nell'ottobre del 1259: lo dice lo stesso autore nel Prologo. Fu composto però altrove (cf. c. VII, 3).

L'opera ha avuto una sua singolare fortuna, anche se certe lodi che le vengono fatte sono così iperboliche, fantasiose e generiche da indurre a dubitare se, chi le ha fatte, l'abbia veramente e seriamente letta.

Essa è inserita nella monumentale edizione critica che il Collegio di san Bonaventura dei Frati Minori di Quaracchi ha compiuto tra il 1882 e il 1902: S. B. Opera omnia, 10 voll. La nostra opera è precisamente nel vol. V, pp. 293-316; c'è, peraltro, anche una editio minor di essa in Opera theologica, vol. V, pp. 117-214.

            Le versioni in lingua italiana sono parecchie. Ne ricordiamo le principali: C. Ottaviano, Palermo 1933; L. Stefanini, Torino 1934; D. Scaramazzi, Padova 1943; G. Melani, La Vrena 1960. Insieme ad altre opere: A. Hermet, Lanciano 1923; G. Sanvido, Milano 1942; F. Maccomo, Torino 1947; G. Bonafede, Roma 1951.

            Non essendo la nostra una edizione critica o scientifica, non abbiamo creduto necessario dare i rimandi esatti delle continue citazioni - specialmente della Sacra Scrittura -, per non appesantire la lettura. Le citazioni bibliche si riconosceranno a colpo d'occhio, perché sono stampate in carattere diverso.


 

 

Prologo

1 - Nel cominciare rivolgo la mia invocazione al Primo Principio, al Padre, dal quale provengono tutte le illuminazioni, essendo lui il padre di ogni lume, di ogni bene, di ogni perfezione. E lo prego nel nome di Gesù Cristo, suo Figlio e nostro Signore, e per l'intercessione della vergine santissima , Maria, madre di Dio e madre dello stesso Gesù, e di san Francesco, nostra guida e padre, di voler illuminare la nostra anima e dirigere il nostro cammino nella vita di quella pace che sorpassa ogni umana intelligenza.

            Questa è la pace che Gesù, nostro Signore, ha predicato e donato al mondo, e che san Francesco, nostro padre, è andato, a sua volta, diffondendo con la sua predicazione: egli, infatti, cominciava e terminava ogni suo discorso con l'annuncio della pace; augurava la pace in ogni suo saluto, e vi aspirava ardentemente nell'estasi della contemplazione, poiché si considerava già cittadino di quella Gerusalemme, di cui il canone della  pace - il quale la amava, mentre altri la odiavano - diceva: Chiedete la pace di Gerusalemme.

            San Francesco sapeva, infatti, che il regno di Salomone era fondato sulla pace, com'è scritto: La sua sede è costruita sulla pace, e la sua dimora sul monte Sion.

 

Alla ricerca della pace

2 - Cercavo anche io, povero peccatore, questa pace con tutta l'anima, sull'esempio del padre san Francesco, di cui sono indegno settimo successore nel servizio generale dei frati, quando avvenne che, mosso da divina ispirazione, trentatrè anni dopo la morte di lui e intorno ai giorni dell'anniversario del suo trapasso, io mi ritirassi nella tranquillità del monte della Verna, col proposito di cercare, appunto, la pace dello spirito.

            Mentre lassù portavo la mia riflessione sui vari modi che ha l'anima di ascendere a Dio, mi sovvenni, tra l'altro, di quel prodigio che, proprio in quel posto, era toccato a san Francesco: la visione, cioè, di un Serafino alato in forma di crocifisso. Riflettendo su questo fatto straordinario, si maturò in me la convinzione che quella visione potesse significare l'estasi della contemplazione di san Francesco l'itinerario da seguire per giungervi.

 

3 - Quelle sei ali del serafino alato, infatti, possono benissimo essere interpretare come i sei gradi dell'illuminazione, con i quali - quasi scalini o sentieri - l'anima si mette nella condizione di passare al godimento della pace attraverso i rapimenti estatici della sapienza cristiana.

            In fondo non è altro che la via, aperta dall'amore ardente a Gesù crocifisso; quell'amore che, dopo averlo rapito al terzo cielo, trasformò in modo tale san Paolo, da potergli far dire: sono crocifisso insieme con Cristo. Vivo, ma non più io, bensì è Cristo che vive in me.

            Questo stesso amore infiammava l'anima di san Francesco e si manifesto visibilmente nel suo corpo quando, negli ultimi due anni della sua vita, portò sulla sua carne le sacre stimmate della passione...

            Ma nessuno, che non sia uomo di desideri, come Daniele, può aspirare in qualche modo alle contemplazioni divine, che conducono ai rapimenti dell'estasi. Queste aspirazioni, infatti, si alimentano in noi ad una duplice fiamma: al fuoco di una preghiera, che sgorghi dal fremito del cuore, e alla folgore della intuizione, con la quale l'anima attinge direttamente la intensa luce divina.

 

Invito alla preghiera

4 - Prima di tutto invito, perciò, il lettore alla preghiera, elevata a Dio nel nome di Cristo crocifisso, dal sangue del quale siamo purificati dei nostri peccati.

Nessuno si deve illudere che possa bastare la lettura senza la pietà, la speculazione senza la devozione, la ricerca senza la riverenza, l'attenzione senza la gioia interiore, l'attività senza la preghiera, la scienza senza l'amore, l'intelligenza senza l'umiltà, l'applicazione senza la grazia, l'investigazione senza la sapienza infusa dall'alto.

            Propongo perciò le riflessioni che seguono solo alle anime disposte dalla grazia divina, umili, pie, compunte, devote, unte con profumi di festa, innamorate della sapienza divina e infiammate dal desiderio di possederla; a quelle anime, cioè, che vogliono applicarsi alla gloria di Dio, al suo amore, al suo godimento spirituale. Poco o niente serve lo specchio esteriore se quello interiore non è terso e lucido.

            Datti da fare, dunque, o uomo di Dio, nell'assecondare il pungolo di una coscienza crucciata, prima di alzare gli occhi ai raggi della sapienza, riflessi nello specchio dell'anima, affinché, per avventura, abbagliato dalla riflessione di questi raggi, tu non cada in un baratro ancor più tenebroso.

 

5 - Questo trattato è diviso in sette capitoli, ad ognuno dei quali ho premesso un titolo per facilitarne l'intelligenza.

Ma io scongiuro il lettore di dare maggior peso all'intenzione che io ho avuto nello scriverlo che non alla realizzazione che ne ho fatto, più al suo contenuto che non alla forma con la quale l'ho espresso, più alla verità che all'eleganza, più al calore del sentimento che non alla profondità della scienza.

Per questa ragione prego il lettore di non scorrere alla svelte queste pagine, ma di farne oggetto di attenta riflessione.

 

DIO FUORI DI NOI:

Il mondo sensibile

I primi due gradi dell'ascesa

 

Capitolo Primo

Le fasi dell'ascesa a Dio e la conoscenza di Lui attraverso le sue orme visibili nel mondo

 

La forza che eleva

1 ... La beatitudine non è altro che il godimento del Sommo Bene. Ora, il Sommo Bene è al di là di noi; nessuno dunque, in realtà fruire delle beatitudini se non trascende se medesimo, non nel senso fisico ma nel senso spirituale. Ma non possiamo trascendere noi stessi se non per virtù di una forza superiore che ci elevi.

Anche a possedere disposizioni interiori verso l'alto, esse si rivelano inutili se non sono accompagnate dall'aiuto divino.

            Quest'aiuto, è però, accordato sola a quelli che lo chiedono con umiltà e devozione, ossia a chi si mette in una ricerca continua che, in questa valle di lacrime, va compiuta attraverso la preghiera fervorosa.

            E' la preghiera ad essere al fondo e all'origine della nostra "sursumazione" (= tensione verso l'alto). E infatti san Dionigi l'Areopagita, nel suo libro sulla Teologia mistica, volendo ammaestrarci sulla natura della contemplazione, assegna alla preghiera il primo posto.

            Preghiamo, perciò, dicendo al Signore nostro Dio: O Signore, insegnami le tue vie, e io camminerò nella tua fedeltà; guida al mio cuore, e temerò il tuo nome.

 

Le tre fasi dell'ascesa a Dio

2  - Pregando in questo modo, noi siamo illuminati nella conoscenza dei gradi dell'ascensione a Dio.

La nostra condizione umana è tale, che già la stessa realtà del mondo costituisce una scala per salire a Dio. La realtà, infatti, è disposta in modo che alcune cose sono come ombra di Lui, altre immagini; alcune sono materiali, altre spirituali; alcune danno il senso del tempo, altre dell'eterno; alcune son fuori di noi, altre dentro.

Ora, se noi vogliamo portare la nostra riflessione sul Primo Principio, che è un'entità di sua natura essenzialmente spirituale, eterna e trascendente, è necessario partire dalla considerazione dell'orma di lui, impressa nelle cose materiali, temporali e fuori di noi. Il cammino per introdurci nella via di Dio comincia proprio di qui.

E' necessario, infine, che noi ci eleviamo alla meditazione del Primo Principio, che è eterno, spirituale e trascendente. E' il godimento che si prova nel conoscere Iddio e rendergli omaggio.

 

3 - Le tappe di questo itinerario sono simboleggiate dal viaggio di tre giorni, compiuto dagli ebrei nella solitudine del deserto; anche le tre fasi della luce del giorno stanno a significare la stessa cosa: la prima tappa, col crepuscolo del tramonto; la seconda, con quello del mattino, e la terza con la luce del mezzogiorno.

La stessa cosa può dirci anche la realtà, nel suo triplice modo di essere: la materia, la vita spirituale e, infine, la vita nel divino Artefice. La Sacra Scrittura le rappresenta bene con la successione di questi tre verbi: sia fatto; egli ha fatto; fu fatto.

Questo stesso procedimento, infine, si verifica anche nella persona di Cristo, che è la nostra scala per salire a Dio: il corpo, l'anima e la divinità.

 

4 - Sul modello di questa triplice progressione anche la nostra anima presenta tre facoltà principali: la prima facoltà è a livello materiale o esteriore, ed è la sensibilità; la seconda, a livello spirituale, e riguarda la sfera interiore in se o coscienza; la terza è la facoltà che ha il potere di elevarsi al di sopra di sè, ed è lo spirito.

Partendo da queste tre facoltà, lo spirito si pone nella possibilità di operare la sua ascesa a Dio e amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l'anima.

E' a questo punto che viene realizzata la perfetta osservanza della legge e, insieme, la sapienza cristiana.

 

Il doppio aspetto della triplice progressione

5  - Ciascuna fase di questa triplice progressione presenta, poi, un doppio aspetto: a seconda, cioè, che Dio venga considerato come Alfa o come Omega, si potrà a che scoprirlo o attraverso il riflesso ottenuto "mediate uno specchio", oppure "in uno specchio". In altre parole: o una visione commista ad elementi non propri o una visione che comporta un'immagine diretta e viva.

            Questo procedimento importa che questi tre gradi principali finiscano per raddoppiarsi, ed essere sei. Si ripete, insomma,  il processo della creazione; come Dio ha creato in sei giorni il mondo - o macrocosmo - e al settimo si è riposato, così pure l'uomo - il microcosmo -, attraverso sei progressive fasi di illuminazione, si eleva gradatamente alla quiete delle contemplazione.

            Simbolo ancora di questo processo possono essere: i gradini  del trono di Salomone, che erano sei; i Serafini, che Issata vide, i quali avevano sei ali; i sei giorni, passati da Mosè ricoperto dalla nube, dalla quale venne tratto fuori dal Signore; e infine , Cristo stesso che, come riferisce Matteo, dopo sei giorni condusse i discepoli sulla montagna e dinanzi essi si trasfigurò.

 

6 - I sei gradi ascensionali verso Dio trovano la loro corrispondenza nei gradi delle funzioni dell'anima, che sono anch'essi sei .

            Per mezzo di esse, noi saliamo dalle realtà più basse a quelle più alte, da quelle esteriori a quelle interiori, dalle temporale alle eterne. Queste funzioni sono: i sensi, l'immaginazione, la ragione, l'intelletto, l'intelligenza e la vetta dell'anima dove rifulge la sindèresi (o senso del bene). Noi le possediamo per natura; la colpa le aveva deformate, ma la grazia le ha riabilitate. Esse vanno purificate con l'esercizio di una vita santa, di uno studio continuo e portate alla perfezione dalla sapienza.

 

Dal peccato alla grazia

7 - Secondo il disegno primitivo della natura, l'uomo è stato creato capace di essere elevato alla quiete della contemplazione: Dio lo pose nel paradiso delle delizie proprio per questo. Ma avendo voltate le spalle al lume vero per rivolgersi ai beni caduchi, l'uomo si è curvato sotto il peso della sua colpa, che è stata una colpa originale per tutta la specie umana.

            Questo stato di peccato ha avuto per l'uomo una duplice conseguenza: lo ha reso ignorante dalla parte dell'intelletto concupiscente dalla parte della carne..

Cosicché l'uomo, privato di ogni lume e decaduto, si troverebbe a vivere nelle tenebre e rifrattario alla luce del cielo, se non fosse soccorso dalla grazia santificante, che mortifica la sua concupiscenza e dalla divina illuminazione, che dissipa la sua ignoranza.

            Questo recupero si realizza attraverso la mediazione  di Gesù Cristo, il quale è stato fatto da Dio sapienza per noi e giustizia, e santificazione e redenzione. Egli essendo la forza e la sapienza di Dio e Verbo incarnato pieno di grazia e di verità, ci ha donato grazia e verità.

Ha infuso in noi la grazia della carità, che, venendo da un cuore puro, da una coscienza retta e da una fede schietta, ridona allo spirito la rettitudine, secondo quella triplice funzione dell'anima, di cui abbiamo parlato. Ci ha insegnato, infine, la scienza della verità, secondo il triplice aspetto perseguito dalla riflessione teologica: il simbolico, il letterale e il mistico. Il simbolico, per il retto uso della sensibilità; il letterale, per quello dell'intelligenza; il mistico, che ci mette in condizione di operare il salto nell'estasi soprarazionale.



In continua tensione verso l'alto

8 - Si rende necessario, perciò, che coloro che vogliono salire fino a Dio evitino il peccato, che deforma la natura; è la condizione necessaria per mettere in esercizio quelle funzioni dell'anima, cui abbiamo parlato. E' la via, che porterà alla grazia della conversione, attraverso la preghiera; alla giustificazione, attraverso la via dell'ascesi; all'azione illuminatrice della scienza attraverso la riflessione e all'azione perfettiva della sapienza attraverso la contemplazione. Come, infatti, non si può conseguire la sapienza senza l'ausilio della grazia, della santità e della scienza, così non si giunge alla contemplazione senza l'aiuto di una continua riflessione, di una vita santa e di una preghiera ardente. La grazia è infatti il fondamento di una volontà retta e di una ragione illuminata. E' questo il motivo per cui, prima di ogni altra cosa, è necessario pregare, condurre una vita santa, e infine, rivolgere il nostro occhio alla intuizione della verità. Questa tensione ci porterà gradatamente sempre più in alto, fino alla vetta del monte eccelso, di Sion, dove abita Dio.


Il mondo: Una scala che porta a Dio

9 - Nella scala che Giacobbe vide in visione, prima bisognava salire e poi discendere. E' necessario, perciò, che collochiamo in basso, alla base, il primo gradino dell'ascensione a Dio, che è costituito da tutto questo nostro mondo sensibile, e che è come uno specchio in cui è riflesso il nostro itinerario verso colui, che di questo mondo è l'artefice sommo. Saremo così i veri israeliti che dall'Egitto passano alla Terra promessa; dimostreremo inoltre di essere cristiani che sanno operare con Cristo il passaggio da questo mondo al Padre, e potremo dirci gli amatori di quella esperienza che invita dicendo:

Accostatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei frutti. Perché dalla grandiosità e dalla bellezza delle creature si può contemplare, per analogia, l'artefice dell'universo.

10 - L'onnipotenza, la sapienza e la bontà del creatore risplendono nelle cose create, e sono i sensi esterni a rivelarle al senso interno (o alla riflessione) in tre maniere...

Il primo caso è quello di chi guarda le cose in se stesse, e vi vede il peso, l'armonia e la misura: il peso, se si tiene conto del luogo verso il quale sono attratte; l'armonia, se si bada alla distinzione che c'è tra di loro; e la misura, se si pensa alla loro limitatezza....

Il secondo caso è quello di chi guarda le cose dall'angolo della fede, e scopre l'origine, lo sviluppo, le finalità del mondo creato...

Il terzo caso è quello dell'intelletto che penetra addentro alle cose, per constatare che alcune di esse hanno soltanto l'esistenza, altre l'esistenza e la vita, e altre, infine, l'esistenza, la vita e la ragione...

14 Questa considerazione può estendersi anche ai sette modi di essere delle creature, che rendono così una settiforme testimonianza della potenza, sapienza e bontà di Dio, a seconda che si guardi all'origine, alla molteplicità, alla bellezza, alla sapienza, all'attività, all'ordine delle cose...

Il sapiente e l'insensato

15 Chi non si sente illuminato dallo splendore delle cose create, che pure è così grande, è davvero cieco, Chi non si desta al canto del coro di così gran numero di voci, è sordo. Chi non alza le lodi al Signore  dinanzi a tante meraviglie, è muto. Chi non riconosce l'esistenza del Primo Principio, dopo così grandi testimonianze, è semplicemente stolto.

E allora apri gli occhi, tendi l'orecchio dello spirito, sciogli le tue labbra e disponi il tuo cuore a veder e udire, a lodare, ad amare e venerare, a magnificare e onorare il tuo Dio in tutte le sue creature, seppure non vuoi che tutto il creato insorga contro di te.

Questo fatto costituisce, da una parte, la ragione della lotta del mondo creato contro gli insensati, e, dall'altra, il motivo di giubilo per quei sapienti, che possono dire con il Profeta: Tu mi allieti, o Dio, con le tue opere; io fremo di gioia per le opere delle tue mani.

Innumerevoli sono le tue opere, o Signore; tutte le hai fatte, con somma sapienza, e tutta la terra è ripiena delle tue ricchezze!

 

CAPITOLO SECONDO

La contemplazione di Dio nelle orme lasciate nel mondo visibile

 

1 Dio, possiamo contemplarlo, dunque, non solo mediante le cose sensibili, che sono come la sua orma, ma anche nelle stesse cose, poiché Egli è in esse per essenza, presenza e potenza.

Questa seconda considerazione è superiore a quella che abbiamo esaminata,e costituisce il secondo grado di quella contemplazione, che ci porta a scoprire Dio in tutte le creature, le quali sono presenti nel nostro intelletto ad opera dei sensi esteriori.

2 Il mondo, infatti, che viene detto macroscopico, entra nel piccolo mondo della nostra anima attraverso i cinque sensi, e ne scaturiscono l'apprendimento, il piacere, il giudizio..

7 Ora tutti questi fenomeni costituiscono quasi tante vestigia, che riflettono, come uno specchio, Dio stesso...

10 Queste riflessioni possiamo anche allargarle alla visione settenaria dei numeri. Anch'essa costituisce quasi una scala di sette gradini, che dalle cose sensibili ci fa salire gradatamente al creatore di tutto, in modo tale che noi possiamo vedere Dio in tutte le cose...

 

La creatura è immagine e specchio di Dio

 

11Da quanto abbiamo detti fin qui sui primi due gradi - attraverso i quali noi siamo condotti a riflettere su Dio presente nelle sue orme, e che sono simili alle due ali del Serafino che scendevano verso i piedi - possiamo anche concludere che tutte le creature di questo mondo sensibile possono condurre lo spirito di chi riflette e contempla alla scoperta di Dio.

Esse, infatti, in rapporto al Primo Principio, sono ombre, echi, immagini; sono orme, figure, rappresentazioni che ci vengono offerte come segni divini per giungere alla contuizione di Dio...

12 Ogni creatura, infatti, è in qualche modo, per sua natura, immagine e specchio dell'eterna sapienza; ma lo sono in modo particolare quelle che, già nella Sacra Scrittura, furono assunte dai profeti per significare valori spirituali...

13 Da quello che siamo venuti fin qui dicendo, possiamo trarre questa conclusione: Dio, fin dalla creazione del mondo, può esser conosciuto dall'uomo attraverso le creature. Coloro che rifiutano di ammettere questo, rifiutano anche di conoscere, benedire e amare Dio, e non meritano nessuna scusa, dal momento che esse rifiutano di passare dalle tenebre alla mirabile luce di Dio.

A questo punto, disponiamoci a passare dalle meraviglie del mondo esteriore all'interno della nostra anima, che è come specchio che riflette tutto il divino.

 

DIO DENTRO DI NOI: L'anima

Il terzo e il quarto grado dell'ascesa

 

CAPITOLO TERZO

La conoscenza di Dio mediante la sua immagine riflessa nelle facoltà dell'anima

1 I due gradi, che sono stati oggetto della nostra riflessione, portandoci a Dio attraverso le orme, visibili in tutte le creature, ci hanno anche condotto a questo: a rientrare, cioè, in noi stessi, nel nostro spirito, ove rifulge l'immagine divina... Nel nostro spirito, infatti, che è immagine della Santissima Trinità, risplende, come da un candelabro, la luce della verità, che rischiara la nostra mente. Bisogna che tu rientri, perciò, in te stesso.  Il tuo spirito, infatti, ama di amore potente, se stesso. Ma non potrebbe amare se stesso, se non si conoscesse; e non si conoscerebbe se, a sua volta, non possedesse la memoria: il nostro intelletto, infatti, comprende solo quello che gli viene presentato, dalla memoria.

Da questo puoi anche capire - non  con la scienza della carne, ma attraverso la riflessione dello spirito - che la tua anima possiede tre  facoltà. La considerazione delle attività e delle potenzialità dell'anima ti metterà perciò in grado di poter vedere Iddio per mezzo di te stesso, che sei la sua immagine.

Questo vuol dire: vedere Dio nello specchio e nell'enigma.

L'anima e la sua facoltà

2 La prima operazione è quella della memoria che conserva e ripresenta non solo oggetti presenti, corporali e temporali, ma anche cose successive, semplici ed eterne...

3 la seconda operazione è quella dell'intelletto, e consiste nella percezione dei termini, delle proposizioni e delle conclusioni...

4 La terza operazione è quella della volontà e si attua nella sfera del consiglio, del giudizio e del desiderio...

5 La considerazione, infine dell'ordine, e dei rapporti vicendevoli tra queste facoltà porta al riconoscimento della santissima Trinità...

6 A questa riflessione che l'anima compie su Dio uno e trino, partendo dalle sue tre facoltà che la rendono immagine di Dio, possono portare il loro contributo le scienze che perfezionano , informano e offrono all'anima una triplice rappresentazione della santissima Trinità. La filosofia, infatti, è naturale, razionale e morale...

7 Tutte queste scienze hanno norme certe e infallibili: quasi raggi luminosi che si riversano dalla legge eterna nel nostro spirito. Il quale, illuminato da così grandi splendori, può giungere da se stesso, seppure non è cieco, alla contemplazione della luce eterna.

I sapiente restano stupiti di ammirazione nel considerare l'irradiazione di  questa luce; mentre gli insipienti, che per capire avrebbero bisogno di creare, ne restano confusi. E si avvera il detto del Profeta: Tu hai confuso gli insipienti con la tua luce, che sfolgora dai monti eterni.

 

CAPITOLO QUARTO

La contemplazione di Dio nella sua immagine, riformata dai doni della grazia

 

1 Ma noi possiamo cogliere il Primo Principio non soltanto ricorrendo alla sua immagine riflessa sulla nostra anima, ma anche direttamente nella nostra anima.

Questa via è ancor più elevata dell'altra , e si pone al quarto posto. A noi sembra davvero strano che , pur essendo Dio così vicino a  noi - e lo abbiamo veduto -,Egli venga scoperto da così pochi nel loro spirito. La ragione di questa incoerenza ci sembra chiara: l'intelletto, frastornato  dalle preoccupazioni del mondo esteriore, trova disagevole rientrare in se medesimo, se non fa ricorso all'aiuto della memoria; accecato da fantasmi inconsistenti, rifugge dalle riflessione; irretito dalla concupiscenza, non sa trovare la strada che lo riporti a gustare la dolcezza della gioia interiore e della letizia spirituale. Schiacciato, insomma, dal peso di una realtà dominata dal senso, si preclude la via che lo condurrebbe alla realtà interiore del suo spirito, che è modellato ad immagine di Dio.

Gesù Cristo: Verità e scala alla verità

2 La sua condizione è quella di chi, caduto in un precipizio, è costretto a restarvi fino a quando qualcuno altro non venga a liberarlo. E' ciò che è accaduto esattamente alla nostra anima: essa non avrebbe mai potuto interamente sollevarsi dalla realtà del senso alla riflessione di sè e dell'eterna Verità, inabitabile in noi, se proprio la Verità non avesse assunto forma umana in Cristo e, anzi, se questa Verità non fosse divenuta essa stessa una scala. E' così che la prima scala, infranta dal peccato di Adamo, è stata riparata.

E perciò, per quanto si possa essere illuminati dai doni di natura e di scienza, nessuno può rientrare in se stesso per godervi Dio, se non ricorre alla mediazione di Cristo, che dice: Io sono la porta. Se uno entra per me, sarà salvo: entrerà e uscirà e troverà pascolo. Ma non ci si può avvicinare a questa porta se non per mezzo della fede, della speranza e della carità. Se, perciò, vogliamo tornare a godere la verità, e cioè il paradiso, è indispensabile che questo passaggio avvenga attraverso la fede, la speranza e la carità di Gesù Cristo, mediatore tra Dio e gli uomini. E' lui l'albero della vita, piantato in mezzo al paradiso.

L'aiuto della parola di Dio e dei carismi divini

5 In questa fase lo spirito... è aiutato in modo particolare dalla Sacra Scrittura, come nella fase precedente era sostenuto dalla filosofia...

6 E' la Sacri Scrittura, infatti, ad insegnare come purificarci, illuminarci, perfezionarci, secondo la triplice norma ivi esposta: la legge della natura, la legge della Scrittura la a legge della grazia. O meglio, secondo una grande partizione, anch'essa triplice: la legge mosaica, che ha una funzione purificante; la rivelazione profetica, che ha potere illuminante, e la dottrina evangelica si pone alla base di tutta la perfezione...

Questo sarà possibile, a patto che intervengono le tre virtù teologali, la riforma dei sensi interni, i tre rapimenti, di cui abbiamo parlato, e tutti quegli atti attraverso i quali lo spirito rientra in se stesso, per ritrovarvi Dio nello splendore dei santi. In questa pace, l'anima troverà il suo sonno e il suo riposo, a suo piacere, come in un letto, mentre lo Sposo implora che non sia svegliata.

L'anima: Sede della divina sapienza

7 Questi due gradi intermedi ci portano,dunque, a contemplare Dio in noi stessi, come in uno specchio che rifletta immagini sensibili. Sono come le due ali spiegate al volo, che erano al centro del serafino alato.

Ora possiamo renderci anche conto come, nel terzo grado, noi siamo condotti ad elevarci a Dio mediante le facoltà naturali presenti nell'anima razionale, e che sono alla base dell'operare, del comportarsi e dell'apprendere; e come, nel quarto grado, queste stesse facoltà naturali dell'anima siano potenziate ad opera della sua grazia, delle emozioni interiori e dell'estasi...

8 La nostra anima, ora, illuminata da tutte queste luci interiori, si trasforma in sede della divina Sapienza, che vi abita come in casa propria. E' mutata in figlia, sposa e amica di Dio; in membro del corpo mistico di Cristo, sorella e coerede di Lui; anzi, diviene tempio dello Spirito Santo: tempio, fondato sulla fede, elevato dalla speranza e consacrato a Dio mediante la santità del corpo e dello spirito.

            Tutto questo è opera dell'amore purissimo di Cristo, che si diffonde nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che a noi fu dato.

Senza lo Spirito Santo non è possibile penetrare nei misteri divini. Come, infatti, nessuno degli uomini conosce le cose dell'uomo, se non lo Spirito che è nell'uomo; così nessuno conosce le cose di Dio, se non lo Spirito di Dio.

            Radichiamoci e fondiamoci, perciò, sulla carità, per poter comprendere insieme ai santi, quale sia la lunghezza dell'eternità, la larghezza della prodigalità, l'altezza della maestà e della profondità di una Sapienza, cui spetta ogni giudizio.

 

DIO SOPRA DI NOI:

Essenza e Proprietà

Il quinto e il sesto grado dell'ascesa

 


CAPITOLO QUINTO

La conoscenza dell'unità di Dio mediante la riflessione sul principale suo nome: L'ESSERE

1 E' possibile contemplare Dio non solamente con la riflessione di ciò che è fuori di noi e dentro di noi, ma anche di ciò che è sopra di noi. Fuori di noi, lo attingiamo attraverso lo studio delle sue orme; dentro di noi attraverso la sua immagine; sopra di noi, ricorrendo a quel lume, presente nella nostra anima, che è il lume della Verità eterna; "la nostra anima, infatti, è formata direttamente proprio di questa Verità" (sant'Agostino)...

Coloro che raggiungono questo grado, entrano nel Santo dei santi, dove i Cherubini, collocati sull'arca, dispiegano le ali per adombrare l'altare della Propiziazione. Questi due Cherubini stanno a significare i due modi o gradi di contemplare le perfezioni invisibili ed eterne di Dio: il primo dei quali tocca l'essenza di Dio; l'altro, le proprietà delle tre Persone divine.

2 Il primo "modo" riguarda, innanzitutto, l'essere, e il senso che il primo nome di Dio è Colui che è; il secondo, considera Dio sotto l'aspetto del "bene" e, anche in questo caso si vuole intendere che esso è il suo primo nome.

La prima denominazione è quella usata nell'Antico Testamento...; la seconda, nel Nuovo... Giovanni Damasceno, rifacendosi a Mosè, afferma che "Colui che è" è il primo nome di Dio; Dionigi l'Areopagita, attenendosi alla parola di Cristo, dice, invece, che il primo nome di Dio è il "Bene".

Dio: "L'essere in sè"

3 La contemplazione delle proprietà invisibili di Dio, sotto l'aspetto dell'unità dell'essenza, comporta, quindi, in primo luogo, la considerazione della nozione "essere". Questa riflessione porterà a concludere che l' "essere in se" è qualcosa di talmente certo che non può essere pensato come non-esistente, come l niente esclude assolutamente l'essere.

            Perciò, come il niente assoluto non ha nulla d'essere e delle sue proprietà, così, inversamente, l'essere in sè non ha nulla del non-essere, nè in atto nè in potenza, nè nella realtà nè nella nostra riflessione. Il non-essere, infatti, essendo privazione dell'essere, non può venir pensato se non in relazione al concetto di essere; l'essere, invece, non può mai essere concepito in relazione ad alcun altro concetto, perché tutto ciò che conosciamo o lo conosciamo come negazione di essere o come essere possibile o come essere reale.

Ora: se il non-essere non può essere pensato se non in relazione all'essere, e l'essere possibile se non in relazione all'essere reale; e se la nozione di essere riporta necessariamente alla nozione di "atto puro", ne segue che l'essere è la prima nozione che si presenta all'intelletto, e si identifica con l'atto puro.

            Ma l'atto puro non può identificarsi con un essere particolare, che è qualcosa di limitato, perché commistione di atto o di potenza; né con un essere analogo, che non trovando affatto riscontro nella realtà, non è assolutamente possibile che sia in atto.

Non resta dunque, che identificare quest'essere con l'Essere divino.

 

"Come il pipistrello davanti alla luce..."

4 E' davvero strana, perciò, la cecità del nostro intelletto, il quali si lascia sfuggire ciò che gli si presenta per primo, e che condiziona ogni altra sua conoscenza.

            Ma come l'occhio del corpo, distratto dalla verità dei colori, non vede la luce, che pure è l'elemento che glieli rende visibili o,se anche la vede, non vi pone attenzione; così l'occhio del nostro spirito, attratto dagli esseri particolari e dai concetti, perde di vista proprio quell'Essere, che è al di là di ogni specificazione. Eppure quest'essere è la prima nozione che gli si presenti all'intelletto, e tutte le altre cose non si possono comprendere se non partendo da questa nozione.

            Accade "all'occhio del nostro spirito, davanti alla realtà abbagliante delle cose sensibili, quello che accade al pipistrello davanti alla luce" (Aristotele). Assuefatto alle tenebre degli esseri e dei fantasmi del sensibile, gli sembra di non veder niente quando è colpito dalla luce dell'Essere sommo. E non comprende che proprio quella "caligine" è, invece, la luce più chiara per il nostro spirito, anche se, come l'occhio accecato da luce vivissima, gli sembra di non veder proprio niente.

Dio nelle sue perfezioni

5 Quest'Essere purissimo... ti si presenterà come Essere primo, eterno, semplicissimo, attualissimo, perfettissimo e assolutamente unico.

6... Infatti, poiché Dio è l'essere per definizione, non può essere che il primo; perché primo - che non è stato fatto, cioè, né da sé né dagli altri - è eterno; perché primo ed eterno - cioè non molteplice - è anche semplicissimo; perché, inoltre, primo eterno e semplicissimo esclude ogni composizione di potenza e di atto, e perciò è attualissimo; perché primo, eterno, semplicissimo e attualissimo è anche perfettissimo e non può essere che unico..."E' impossibile che quell'essere al quale convengono tutte le perfezioni sia più di uno" (Aristotele).

            Perciò, se Dio si presenta come essere primario, eterno, semplicissimo, attualissimo, e perfettissimo non è possibile che si possa pensare che Egli non esista e che sia più di uno solo ...  Se a tutto questo rifletterai nella candida semplicità del tuo spirito, sarai già, in qualche modo, illuminato dalla luce divina.

Di stupore in stupore

7 Ma c'è ancora dell'altro che può aumentare il tuo stupore... Se continuerai la tua riflessione con mente pura, si farà ancor più luce in te, e vedrai che quell'essere è anche ultimo, proprio perché è primo;... è continuamente presente, perché eterno;.... è il più grande, perché il più semplice;... è il più immutabile, perché il più attuale;... è immenso, perché perfettissimo;... è inesauribile verità, perché somma unità...

8 ...E poiché è così uno e diverso, quest'essere è tutto in tutte le cose, sebbene le cose siano tante ed esso uno solo. Questa sua unità assoluta, unita alla verità completa e alla bontà purissima fanno di lui il modello di ogni virtù, l'esemplare di tutte le forme e la sorgente di ogni comunicazione.

Perciò da Lui, per Lui, e in Lui sono tutte le cose, perché è l'onnipotente e la bontà per essenza...

 

CAPITOLO SESTO

La conoscenza della Trinità nella riflessione sul'idea del bene

1 ...Come l'essere in sé è il principio radicale di ogni visione dell'essenza divina ed è al fondamento della conoscenza dei suoi attributo, così anche il "bene" si pone a fondamento primario della conoscenza delle produzioni divine (che sono il Figlio e lo Spirito Santo).

2 La riflessione, qui, si deve fare attenta. Il Sommo Bene è ciò che non permette niente di meglio. Né si può pensarlo non esistente, perché è chiaro che è meglio essere che non essere; anzi, è tale che non lo si può correttamente pensare, senza pensarlo uno e trino. "Il bene, infatti, è, per sua natura, diffusivo di se stesso" (Pseudo-Dionigi); il Sommo Bene è, perciò, diffusivo di sé in sommo grado. Ma questa diffusione non potrebbe essere tale se non fosse attuale ed intrinseca, sostanziale ed ipostatica, naturale e volontaria, gratuita e necessaria,continua e perfetta.

            Ora nel Sommo Bene c'è, da tutta l'eternità, una produzione attuale e consostanziale di ipostasi,eguali in dignità al principio  dal quale procedono in via di generazione e spirazione, in modo tale che queste ipostasi si presentino fin dall'eternità, quali con-principianti di un eterno principio. In altre parole, c'è in questo principio un amato e un co-amato, un generato e uno "spirato", e cioè il Padre il Figlio e lo Spirito Santo. Se così non fosse, Dio non sarebbe il Sommo Bene, dal momento che non si diffonderebbe in sommo grado...

La contuizione del bene

Sforzati, dunque, di fissare l'occhio della tua anima fino alla contuizione della purezza di questa Bontà. Essa è l'atto puro di un Principio che ama di amore gratuito e necessario, nello stesso tempo che è mutuo e reciproco; che si diffonde in pienezza per via di natura e di volontà. Questa effusione produce il Verbo, espressione di tutte le cose, e il Dono (dello Spirito), che è fonte di tutti i doni. Questo ti darà la possibilità di vedere come, mediante la piena comunicabilità del bene, si giunga alla necessità della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo...

3 e tuttavia questa riflessione non ti deve dare l'illusione di comprendere l'incomprensibile: l'occhio della tua anima ha ancora di che meravigliarsi nella considerazione delle perfezioni della Trinità. Il mistero della Trinità si presenta infatti come somma comunicabilità e insieme proprietà particolare di ciascuna persona, come somma consostanzialità e pluralità di ipostasi, come massima somiglianza e distinzione personale, come somma eguaglianza gerarchica, come coeternità ed emanazione, continuità e diffusione. Chi, nel considerare così grandi meraviglie, non sarà preso da stupore?

Ora, tutte queste proprietà nella Trinità si spiegano se pensiamo che esse trovano la loro origine nell'infinita bontà di Dio...

Cristo, sintesi di tutta la realtà

6 Ed allora volgiti all'altare propiziatorio e vedrai come in Cristo sia presente: unità di persona, trinità di sostanza e dualità di nature; perfetta unità di determinazione e pluralità di volontà; perfezione di Dio e perfezione dell'uomo insieme a pluralità di proprietà, unità di adorazione insieme a differenza di grado; unità di glorificazione sopra ogni cosa insieme a ineguaglianza di dignità; e, infine, unità di dominio con distinzione di poteri.

7 Con questa riflessione l'illuminazione della mente è ormai perfetta, perché - quasi fossimo al sesto giorno della creazione - le si presenta l'uomo fatto a immagine di Dio. E l'immagine esprime somiglianza.

            Ne deriva che, quando l'anima contempla in Cristo, Figlio e immagine perfetta di Dio, la nostra umanità, così mirabilmente esaltata e così ineffabilmente a lui unita..., è giunta allo stadio della perfezione, e cioè all'illuminazione perfetta del sesto grado, come Dio al sesto giorno.

Non le resta che attendere il giorno del riposo: il giorno, cioè, in cui l'ansia della ricerca cessa e lo spirito si riposa nella quiete dell'estasi.

DIO SOPRA DI NOI

Capitolo settimo

L'estasi mentale e mistica, nella quale lo spirito trova la sua quiete, mentre la vita intima passa nella vita di Dio

1 La sei riflessioni che abbiamo compiuto sono state come la salita dei sei gradini del trono del vero Salomone, che portano alla pace. Qui giunto, l'uomo pacificato trova il riposo nella quiete del suo spirito, che è stato trasformato in una Gerusalemme interiore...

Ci siamo elevati, gradatamente, dalla contuizione di Dio fuori di noi mediante le sue orme e nelle sue orme, a quella dentro di noi attraverso la sua immagine e nella sua immagine, alla intuizione di lui sopra di noi mediante lo splendore della sua luce riflessa in noi e ci siamo posti, infine, nel cono stesso di questa luce, sempre però tenendo presente la nostra condizione di itineranti e la limitatezza operativa del nostro spirito.

            Giunti al sesto grado, l'anima ha  potuto ammirare in Dio, Primo e Sommo Principio, e in Gesù Cristo, mediatore tra Dio e gli uomini, realtà mirabili che non hanno l'eguale nelle creature e che nessuna intelligenza, anche la più acuta, può comprendere appieno.

            Approfondendo la speculazione, non resta all'anima ora, che trascende non solo il mondo sensibile, ma se  stessa. In questa ascesa, Cristo è via e porta, scala e veicolo; l'altare propiziatorio collocato sull'arca di Dio e il mistero nascosto dal principio dei secoli.

Dai sillogismi e i carismi

2 Chi si rivolge a questo propiziatorio con tutta l'anima e fissa lo sguardo su Gesù crocifisso con spirito di fede, di speranza e di carità, con devozione, ammirazione, entusiasmo, venerazione, lode e giubilo fa davvero la Pasqua con Lui, e cioè realizza il "passaggio"...

3 Questo prodigio è già avvenuto in san Francesco. Nell'estasi della contemplazione sul monte della Verna - dove appunto ho meditato quel che qui ho scritto - gli apparve un Serafino con sei ali in forma di crocifisso: io e parecchi altri lo abbiamo appreso dalla bocca di chi gli fu compagno e, in quel momento, era con lui.

            Fu allora che, nel rapimento dell'estasi, in lui si operò il "passaggio" in Dio, e divenne un modello di vita contemplativa come prima lo era stato la vita attiva...

4 Un "passaggio", però, che, per essere perfetto, comporta la necessità di dover lasciar da parte ogni operazione intellettuale, e, spinti dalla necessità dell'amore,trasformare in Dio la pienezza di tutti i nostri affetti. E' un dono mistico e arcano, questo, che nessuno conosce prima di averlo sperimentato; per riceverlo, bisogna desiderarlo ma non può essere desiderato se il fuoco dello Spirito Santo, che cristo ha mandata sulla terra, non ci bruci interiormente.

A ragione, dunque, l'Apostolo dichiara che questa mistica sapienza è una rivelazione dello Spirito Santo.

Tutto è grazia

5 Se è questa la natura dell'ascesa, è chiaro che l'uomo da sé non può far nulla, e a poche serva qualunque sforzo umano. Ciò comporta che bisogna far ricorso all'unzione più che alla ricerca, alla letizia interiore più che alla lingua. Non è opera della parola o della penna, ma è tutto dono di Dio, e cioè dello Spirito Santo; poco o niente può fare la creatura, perché è tutto opera del Creatore d'ogni cosa: Padre e Figlio e Spirito Santo..

6 E se tu volessi sapere in qual modo può avvenire tutto questo, bisogna che tu ti rivolga alla grazia e non alla scienza, all'anelito interiore e non all'intelletto, al gemito della preghiera e non allo studio dei libri, allo sposo e non al maestro, a Dio e non all'uomo, all'oscurità e non alla chiarità. Non alla nostra luce, ma a quel fuoco incandescente, che infiamma e trasporta in Dio, mediante mistici rapimenti e sublimi folgorazioni.

Questo fuoco è Dio stesso e la fornace dove esso è acceso è posta a Gerusalemme. Ma chi lo accende è Cristo con la fiamma della sua passione ardentissima, e ne è incendiato veramente solo chi può dire: la mia anima ha scelto una fine violenta e le mie ossa hanno bramato  la morte. Solo che abbraccia la morte è in grado di vedere Dio, poiché non si può dubitare della verità di queste parole: Nessuno può contemplare la sua faccia, e rimanere in vita.

Morire per vivere la vita piena

Ed allora, moriamo. Entriamo nella luminosa caligine di Dio, imponendo silenzio a cure, concupiscenze e apparenze. Passiamo, con Cristo crocifisso, da questo mondo al Padre. Dopo la visione del Padre, noi potremo dire con Filippo:

Questo ci basta.

 

 

 

Per una lettura del trattatello bonaventuriano, ci pare utile offrirne al lettore un rapido e scheletrico schema. E' uno schema rigorosamente geometrico; quasi una struttura da cattedrale gotica. Concetto-base: dalla creature al Creatore; la creatura come "scala" al Creatore.

Si apre con un Prologo, che dà le circostanze della composizione e qualche raccomandazione al lettore. Seguono sette capitoli: i primi sei riguardano l'ascesa a Dio fondata sull'uso retto delle facoltà umane; il settimo sta a sé, e riguarda l'estasi mentale e mistica, che si pone, com'è ovvio, a un livello soprarazionale.

            I primi due capitoli sono dedicati alla meditazione del mondo sensibile; il terzo e il quarto, alla riflessione dell'anima su sé stessa; il quinto e il sesto, alla contemplazione del Trascendente. La meditazione del mondo sensibile porta a scoprire Dio fuori di noi; la riflessione dell'anima su se stessa, a scoprirlo dentro di noi; la contemplazione del Trascendente, ad attingerlo sopra di noi.

Ognuna di queste tre vie (o gradi) presenta, a sua volta, un doppio modo di raggiungere Dio.                          

 

La prima:                     a) mediante il mondo sensibile

                                    b) nel mondo sensibile

 

La seconda:                 a) mediante la nostra anima

                                    b) nella nostra anima

 

La terza:                       a) mediante l'idea dell'Essere

                                    b) nella meditazione del Bene

 

Ad ogni "via", dunque, son dedicati due capitoli; ogni "modo", un capitolo.

L'ultimo il settimo, parla dell'estasi mistica, della "luminosa caligine", che, sorpassando ogni funzione intellettiva, trasferisce intuitivamente l'anima in Dio.

            L'Itinerario dello spirito a Dio fu ideato da san Bonaventura sulla Verna, la montagna sacra alle stimmate di san Francesco, nell'ottobre del 1259: lo dice lo stesso autore nel Prologo. Fu composto però altrove (cf. c. VII, 3).

L'opera ha avuto una sua singolare fortuna, anche se certe lodi che le vengono fatte sono così iperboliche, fantasiose e generiche da indurre a dubitare se, chi le ha fatte, l'abbia veramente e seriamente letta.

Essa è inserita nella monumentale edizione critica che il Collegio di san Bonaventura dei Frati Minori di Quaracchi ha compiuto tra il 1882 e il 1902: S. B. Opera omnia, 10 voll. La nostra opera è precisamente nel vol. V, pp. 293-316; c'è, peraltro, anche una editio minor di essa in Opera theologica, vol. V, pp. 117-214.

            Le versioni in lingua italiana sono parecchie. Ne ricordiamo le principali: C. Ottaviano, Palermo 1933; L. Stefanini, Torino 1934; D. Scaramazzi, Padova 1943; G. Melani, La Vrena 1960. Insieme ad altre opere: A. Hermet, Lanciano 1923; G. Sanvido, Milano 1942; F. Maccomo, Torino 1947; G. Bonafede, Roma 1951.

            Non essendo la nostra una edizione critica o scientifica, non abbiamo creduto necessario dare i rimandi esatti delle continue citazioni - specialmente della Sacra Scrittura -, per non appesantire la lettura. Le citazioni bibliche si  riconosceranno a colpo d'occhio, perché sono stampate in carattere diverso.

 

Prologo

1 Nel cominciare rivolgo la mia invocazione al Primo Principio, al Padre, dal quale provengono tutte le illuminazioni, essendo lui il padre di ogni lume, di ogni bene, di ogni perfezione. E lo prego nel nome di Gesù Cristo, suo Figlio e nostro Signore, e per l'intercessione della vergine santissima , Maria, madre di Dio e madre dello stesso Gesù, e di san Francesco, nostra guida e padre, di voler illuminare la nostra anima e dirigere il nostro cammino nella vita di quella pace che sorpassa ogni umana intelligenza.

            Questa è la pace che Gesù, nostro Signore, ha predicato e donato al mondo, e che san Francesco, nostro padre, è andato, a sua volta, diffondendo con la sua predicazione: egli, infatti, cominciava e terminava ogni suo discorso con l'annuncio della pace; augurava la pace in ogni suo saluto, e vi aspirava ardentemente nell'estasi della contemplazione, poiché si considerava già cittadino di quella Gerusalemme, di cui il canone della  pace - il quale la amava, mentre altri la odiavano - diceva: Chiedete la pace di Gerusalemme.

            San Francesco sapeva, infatti, che il regno di Salomone era fondato sulla pace, com'è scritto: La sua sede è costruita sulla pace, e la sua dimora sul monte Sion.

 

Alla ricerca della pace

2Cercavo anche io, povero peccatore, questa pace con tutta l'anima, sull'esempio del padre san Francesco, di cui sono indegno settimo successore nel servizio generale dei frati, quando avvenne che, mosso da divina ispirazione, trentatrè anni dopo la morte di lui e intorno ai giorni dell'anniversario del suo trapasso, io mi ritirassi nella tranquillità del monte della Verna, col proposito di cercare, appunto, la pace dello spirito.

            Mentre lassù portavo la mia riflessione sui vari modi che ha l'anima di ascendere a Dio, mi sovvenni, tra l'altro, di quel prodigio che, proprio in quel posto, era toccato a san Francesco: la visione, cioè, di un Serafino alato in forma di crocifisso. Riflettendo su questo fatto straordinario, si maturò in me la convinzione che quella visione potesse significare l'estasi della contemplazione di san Francesco l'itinerario da seguire per giungervi.

 

3 Quelle sei ali del serafino alato, infatti, possono benissimo essere interpretare come i sei gradi dell'illuminazione, con i quali - quasi scalini o sentieri - l'anima si mette nella condizione di passare al godimento della pace attraverso i rapimenti estatici della sapienza cristiana.

            In fondo non è altro che la via, aperta dall'amore ardente a Gesù crocifisso; quell'amore che, dopo averlo rapito al terzo cielo, trasformò in modo tale san Paolo, da potergli far dire: sono crocifisso insieme con Cristo. Vivo, ma non più io, bensì è Cristo che vive in me.

            Questo stesso amore infiammava l'anima di san Francesco e si manifesto visibilmente nel suo corpo quando, negli ultimi due anni della sua vita, portò sulla sua carne le sacre stimmate della passione...

            Ma nessuno, che non sia uomo di desideri, come Daniele, può aspirare in qualche modo alle contemplazioni divine, che conducono ai rapimenti dell'estasi. Queste aspirazioni, infatti, si alimentano in noi ad una duplice fiamma: al fuoco di una preghiera, che sgorghi dal fremito del cuore, e alla folgore della intuizione, con la quale l'anima attinge direttamente la intensa luce divina.

 

Invito alla preghiera

4 Prima di tutto invito, perciò, il lettore alla preghiera, elevata a Dio nel nome di Cristo crocifisso, dal sangue del quale siamo purificati dei nostri peccati.

Nessuno si deve illudere che possa bastare la lettura senza la pietà, la speculazione senza la devozione, la ricerca senza la riverenza, l'attenzione senza la gioia interiore, l'attività senza la preghiera, la scienza senza l'amore, l'intelligenza senza l'umiltà, l'applicazione senza la grazia, l'investigazione senza la sapienza infusa dall'alto.

            Propongo perciò le riflessioni che seguono solo alle anime disposte dalla grazia divina, umili, pie, compunte, devote, unte con profumi di festa, innamorate della sapienza divina e infiammate dal desiderio di possederla; a quelle anime, cioè, che vogliono applicarsi alla gloria di Dio, al suo amore, al suo godimento spirituale. Poco o niente serve lo specchio esteriore se quello interiore non è terso e lucido.

            Datti da fare, dunque, o uomo di Dio, nell'assecondare il pungolo di una coscienza crucciata, prima di alzare gli occhi ai raggi della sapienza, riflessi nello specchio dell'anima, affinché, per avventura, abbagliato dalla riflessione di questi raggi, tu non cada in un baratro ancor più tenebroso.

 

5 Questo trattato è diviso in sette capitoli, ad ognuno dei quali ho premesso un titolo per facilitarne l'intelligenza.

Ma io scongiuro il lettore di dare maggior peso all'intenzione che io ho avuto nello scriverlo che non alla realizzazione che ne ho fatto, più al suo contenuto che non alla forma con la quale l'ho espresso, più alla verità che all'eleganza, più al calore del sentimento che non alla profondità della scienza.

Per questa ragione prego il lettore di non scorrere alla svelte queste pagine, ma di farne oggetto di attenta riflessione.

 

DIO FUORI DI NOI:

Il mondo sensibile

I primi due gradi dell'ascesa

 

Capitolo Primo

Le fasi dell'ascesa a Dio e la conoscenza di Lui attraverso le sue orme visibili nel mondo

 

La forza che eleva

1 ... La beatitudine non è altro che il godimento del Sommo Bene. Ora, il Sommo Bene è al di là di noi; nessuno dunque, in realtà fruire delle beatitudini se non trascende se medesimo, non nel senso fisico ma nel senso spirituale. Ma non possiamo trascendere noi stessi se non per virtù di una forza superiore che ci elevi.

Anche a possedere disposizioni interiori verso l'alto, esse si rivelano inutili se non sono accompagnate dall'aiuto divino.

            Quest'aiuto, è però, accordato sola a quelli che lo chiedono con umiltà e devozione, ossia a chi si mette in una ricerca continua che, in questa valle di lacrime, va compiuta attraverso la preghiera fervorosa.

            E' la preghiera ad essere al fondo e all'origine della nostra "sursumazione" (= tensione verso l'alto). E infatti san Dionigi l'Areopagita, nel suo libro sulla Teologia mistica, volendo ammaestrarci sulla natura della contemplazione, assegna alla preghiera il primo posto.

            Preghiamo, perciò, dicendo al Signore nostro Dio: O Signore, insegnami le tue vie, e io camminerò nella tua fedeltà; guida al mio cuore, e temerò il tuo nome.

 

Le tre fasi dell'ascesa a Dio

2 Pregando in questo modo, noi siamo illuminati nella conoscenza dei gradi dell'ascensione a Dio.

La nostra condizione umana è tale, che già la stessa realtà del mondo costituisce una scala per salire a Dio. La realtà, infatti, è disposta in modo che alcune cose sono come ombra di Lui, altre immagini; alcune sono materiali, altre spirituali; alcune danno il senso del tempo, altre dell'eterno; alcune son fuori di noi, altre dentro.

Ora, se noi vogliamo portare la nostra riflessione sul Primo Principio, che è un'entità di sua natura essenzialmente spirituale, eterna e trascendente, è necessario partire dalla considerazione dell'orma di lui, impressa nelle cose materiali, temporali e fuori di noi. Il cammino per introdurci nella via di Dio comincia proprio di qui.

E' necessario, infine, che noi ci eleviamo alla meditazione del Primo Principio, che è eterno, spirituale e trascendente. E' il godimento che si prova nel conoscere Iddio e rendergli omaggio.

 

3 Le tappe di questo itinerario sono simboleggiate dal viaggio di tre giorni, compiuto dagli ebrei nella solitudine del deserto; anche le tre fasi della luce del giorno stanno a significare la stessa cosa: la prima tappa, col crepuscolo del tramonto; la seconda, con quello del mattino, e la terza con la luce del mezzogiorno.

La stessa cosa può dirci anche la realtà, nel suo triplice modo di essere: la materia, la vita spirituale e, infine, la vita nel divino Artefice. La Sacra Scrittura le rappresenta bene con la successione di questi tre verbi: sia fatto; egli ha fatto; fu fatto.

Questo stesso procedimento, infine, si verifica anche nella persona di Cristo, che è la nostra scala per salire a Dio: il corpo, l'anima e la divinità.

 

4 Sul modello di questa triplice progressione anche la nostra anima presenta tre facoltà principali: la prima facoltà è a livello materiale o esteriore, ed è la sensibilità; la seconda, a livello spirituale, e riguarda la sfera interiore in se o coscienza; la terza è la facoltà che ha il potere di elevarsi al di sopra di sè, ed è lo spirito.

Partendo da queste tre facoltà, lo spirito si pone nella possibilità di operare la sua ascesa a Dio e amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l'anima.

E' a questo punto che viene realizzata la perfetta osservanza della legge e, insieme, la sapienza cristiana.

 

Il doppio aspetto della triplice progressione

5  Ciascuna fase di questa triplice progressione presenta, poi, un doppio aspetto: a seconda, cioè, che Dio venga considerato come Alfa o come Omega, si potrà a che scoprirlo o attraverso il riflesso ottenuto "mediate uno specchio", oppure "in uno specchio". In altre parole: o una visione commista ad elementi non propri o una visione che comporta un'immagine diretta e viva.

            Questo procedimento importa che questi tre gradi principali finiscano per raddoppiarsi, ed essere sei. Si ripete, insomma,  il processo della creazione; come Dio ha creato in sei giorni il mondo - o macrocosmo - e al settimo si è riposato, così pure l'uomo - il microcosmo -, attraverso sei progressive fasi di illuminazione, si eleva gradatamente alla quiete delle contemplazione.

            Simbolo ancora di questo processo possono essere: i gradini  del trono di Salomone, che erano sei; i Serafini, che Issata vide, i quali avevano sei ali; i sei giorni, passati da Mosè ricoperto dalla nube, dalla quale venne tratto fuori dal Signore; e infine , Cristo stesso che, come riferisce Matteo, dopo sei giorni condusse i discepoli sulla montagna e dinanzi essi si trasfigurò.

 

6 I sei gradi ascensionali verso Dio trovano la loro corrispondenza nei gradi delle funzioni dell'anima, che sono anch'essi sei .

            Per mezzo di esse, noi saliamo dalle realtà più basse a quelle più alte, da quelle esteriori a quelle interiori, dalle temporale alle eterne. Queste funzioni sono: i sensi, l'immaginazione, la ragione, l'intelletto, l'intelligenza e la vetta dell'anima dove rifulge la sindèresi (o senso del bene). Noi le possediamo per natura; la colpa le aveva deformate, ma la grazia le ha riabilitate. Esse vanno purificate con l'esercizio di una vita santa, di uno studio continuo e portate alla perfezione dalla sapienza.

 

Dal peccato alla grazia

7 Secondo il disegno primitivo della natura, l'uomo è stato creato capace di essere elevato alla quiete della contemplazione: Dio lo pose nel paradiso delle delizie proprio per questo. Ma avendo voltate le spalle al lume vero per rivolgersi ai beni caduchi, l'uomo si è curvato sotto il peso della sua colpa, che è stata una colpa originale per tutta la specie umana.

            Questo stato di peccato ha avuto per l'uomo una duplice conseguenza: lo ha reso ignorante dalla parte dell'intelletto concupiscente dalla parte della carne..

Cosicché l'uomo, privato di ogni lume e decaduto, si troverebbe a vivere nelle tenebre e rifrattario alla luce del cielo, se non fosse soccorso dalla grazia santificante, che mortifica la sua concupiscenza e dalla divina illuminazione, che dissipa la sua ignoranza.

            Questo recupero si realizza attraverso la mediazione  di Gesù Cristo, il quale è stato fatto da Dio sapienza per noi e giustizia, e santificazione e redenzione. Egli essendo la forza e la sapienza di Dio e Verbo incarnato pieno di grazia e di verità, ci ha donato grazia e verità.

Ha infuso in noi la grazia della carità, che, venendo da un cuore puro, da una coscienza retta e da una fede schietta, ridona allo spirito la rettitudine, secondo quella triplice funzione dell'anima, di cui abbiamo parlato. Ci ha insegnato, infine, la scienza della verità, secondo il triplice aspetto perseguito dalla riflessione teologica: il simbolico, il letterale e il mistico. Il simbolico, per il retto uso della sensibilità; il letterale, per quello dell'intelligenza; il mistico, che ci mette in condizione di operare il salto nell'estasi soprarazionale.

In continua tensione verso l'alto

8 Si rende necessario, perciò, che coloro che vogliono salire fino a Dio evitino il peccato, che deforma la natura; è la condizione necessaria per mettere in esercizio quelle funzioni dell'anima, cui abbiamo parlato. E' la via, che porterà alla grazia della conversione, attraverso la preghiera; alla giustificazione, attraverso la via dell'ascesi; all'azione illuminatrice della scienza attraverso la riflessione e all'azione perfettiva della sapienza attraverso la contemplazione. Come, infatti, non si può conseguire la sapienza senza l'ausilio della grazia, della santità e della scienza, così non si giunge alla contemplazione senza l'aiuto di una continua riflessione, di una vita santa e di una preghiera ardente. La grazia è infatti il fondamento di una volontà retta e di una ragione illuminata. E' questo il motivo per cui, prima di ogni altra cosa, è necessario pregare, condurre una vita santa, e infine, rivolgere il nostro occhio alla intuizione della verità. Questa tensione ci porterà gradatamente sempre più in alto, fino alla vetta del monte eccelso, di Sion, dove abita Dio.

Il mondo: Una scala che porta a Dio

9 Nella scala che Giacobbe vide in visione, prima bisognava salire e poi discendere. E' necessario, perciò, che collochiamo in basso, alla base, il primo gradino dell'ascensione a Dio, che è costituito da tutto questo nostro mondo sensibile, e che è come uno specchio in cui è riflesso il nostro itinerario verso colui, che di questo mondo è l'artefice sommo. Saremo così i veri israeliti che dall'Egitto passano alla Terra promessa; dimostreremo inoltre di essere cristiani che sanno operare con Cristo il passaggio da questo mondo al Padre, e potremo dirci gli amatori di quella esperienza che invita dicendo:

Accostatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei frutti. Perché dalla grandiosità e dalla bellezza delle creature si può contemplare, per analogia, l'artefice dell'universo.

10 L'onnipotenza, la sapienza e la bontà del creatore risplendono nelle cose create, e sono i sensi esterni a rivelarle al senso interno (o alla riflessione) in tre maniere...

Il primo caso è quello di chi guarda le cose in se stesse, e vi vede il peso, l'armonia e la misura: il peso, se si tiene conto del luogo verso il quale sono attratte; l'armonia, se si bada alla distinzione che c'è tra di loro; e la misura, se si pensa alla loro limitatezza....

Il secondo caso è quello di chi guarda le cose dall'angolo della fede, e scopre l'origine, lo sviluppo, le finalità del mondo creato...

Il terzo caso è quello dell'intelletto che penetra addentro alle cose, per constatare che alcune di esse hanno soltanto l'esistenza, altre l'esistenza e la vita, e altre, infine, l'esistenza, la vita e la ragione...

14 Questa considerazione può estendersi anche ai sette modi di essere delle creature, che rendono così una settiforme testimonianza della potenza, sapienza e bontà di Dio, a seconda che si guardi all'origine, alla molteplicità, alla bellezza, alla sapienza, all'attività, all'ordine delle cose...

Il sapiente e l'insensato

15 Chi non si sente illuminato dallo splendore delle cose create, che pure è così grande, è davvero cieco, Chi non si desta al canto del coro di così gran numero di voci, è sordo. Chi non alza le lodi al Signore  dinanzi a tante meraviglie, è muto. Chi non riconosce l'esistenza del Primo Principio, dopo così grandi testimonianze, è semplicemente stolto.

E allora apri gli occhi, tendi l'orecchio dello spirito, sciogli le tue labbra e disponi il tuo cuore a veder e udire, a lodare, ad amare e venerare, a magnificare e onorare il tuo Dio in tutte le sue creature, seppure non vuoi che tutto il creato insorga contro di te.

Questo fatto costituisce, da una parte, la ragione della lotta del mondo creato contro gli insensati, e, dall'altra, il motivo di giubilo per quei sapienti, che possono dire con il Profeta: Tu mi allieti, o Dio, con le tue opere; io fremo di gioia per le opere delle tue mani.

Innumerevoli sono le tue opere, o Signore; tutte le hai fatte, con somma sapienza, e tutta la terra è ripiena delle tue ricchezze!

 

CAPITOLO SECONDO

La contemplazione di Dio nelle orme lasciate nel mondo visibile

 

1 Dio, possiamo contemplarlo, dunque, non solo mediante le cose sensibili, che sono come la sua orma, ma anche nelle stesse cose, poiché Egli è in esse per essenza, presenza e potenza.

Questa seconda considerazione è superiore a quella che abbiamo esaminata,e costituisce il secondo grado di quella contemplazione, che ci porta a scoprire Dio in tutte le creature, le quali sono presenti nel nostro intelletto ad opera dei sensi esteriori.

2 Il mondo, infatti, che viene detto macroscopico, entra nel piccolo mondo della nostra anima attraverso i cinque sensi, e ne scaturiscono l'apprendimento, il piacere, il giudizio..

7 Ora tutti questi fenomeni costituiscono quasi tante vestigia, che riflettono, come uno specchio, Dio stesso...

10 Queste riflessioni possiamo anche allargarle alla visione settenaria dei numeri. Anch'essa costituisce quasi una scala di sette gradini, che dalle cose sensibili ci fa salire gradatamente al creatore di tutto, in modo tale che noi possiamo vedere Dio in tutte le cose...

 

La creatura è immagine e specchio di Dio

 

11Da quanto abbiamo detti fin qui sui primi due gradi - attraverso i quali noi siamo condotti a riflettere su Dio presente nelle sue orme, e che sono simili alle due ali del Serafino che scendevano verso i piedi - possiamo anche concludere che tutte le creature di questo mondo sensibile possono condurre lo spirito di chi riflette e contempla alla scoperta di Dio.

Esse, infatti, in rapporto al Primo Principio, sono ombre, echi, immagini; sono orme, figure, rappresentazioni che ci vengono offerte come segni divini per giungere alla contuizione di Dio...

12 Ogni creatura, infatti, è in qualche modo, per sua natura, immagine e specchio dell'eterna sapienza; ma lo sono in modo particolare quelle che, già nella Sacra Scrittura, furono assunte dai profeti per significare valori spirituali...

13 Da quello che siamo venuti fin qui dicendo, possiamo trarre questa conclusione: Dio, fin dalla creazione del mondo, può esser conosciuto dall'uomo attraverso le creature. Coloro che rifiutano di ammettere questo, rifiutano anche di conoscere, benedire e amare Dio, e non meritano nessuna scusa, dal momento che esse rifiutano di passare dalle tenebre alla mirabile luce di Dio.

A questo punto, disponiamoci a passare dalle meraviglie del mondo esteriore all'interno della nostra anima, che è come specchio che riflette tutto il divino.

 

DIO DENTRO DI NOI: L'anima

Il terzo e il quarto grado dell'ascesa

 

CAPITOLO TERZO

La conoscenza di Dio mediante la sua immagine riflessa nelle facoltà dell'anima

1 I due gradi, che sono stati oggetto della nostra riflessione, portandoci a Dio attraverso le orme, visibili in tutte le creature, ci hanno anche condotto a questo: a rientrare, cioè, in noi stessi, nel nostro spirito, ove rifulge l'immagine divina... Nel nostro spirito, infatti, che è immagine della Santissima Trinità, risplende, come da un candelabro, la luce della verità, che rischiara la nostra mente. Bisogna che tu rientri, perciò, in te stesso.  Il tuo spirito, infatti, ama di amore potente, se stesso. Ma non potrebbe amare se stesso, se non si conoscesse; e non si conoscerebbe se, a sua volta, non possedesse la memoria: il nostro intelletto, infatti, comprende solo quello che gli viene presentato, dalla memoria.

Da questo puoi anche capire - non  con la scienza della carne, ma attraverso la riflessione dello spirito - che la tua anima possiede tre  facoltà. La considerazione delle attività e delle potenzialità dell'anima ti metterà perciò in grado di poter vedere Iddio per mezzo di te stesso, che sei la sua immagine.

Questo vuol dire: vedere Dio nello specchio e nell'enigma.

L'anima e la sua facoltà

2 La prima operazione è quella della memoria che conserva e ripresenta non solo oggetti presenti, corporali e temporali, ma anche cose successive, semplici ed eterne...

3 la seconda operazione è quella dell'intelletto, e consiste nella percezione dei termini, delle proposizioni e delle conclusioni...

4 La terza operazione è quella della volontà e si attua nella sfera del consiglio, del giudizio e del desiderio...

5 La considerazione, infine dell'ordine, e dei rapporti vicendevoli tra queste facoltà porta al riconoscimento della santissima Trinità...

6 A questa riflessione che l'anima compie su Dio uno e trino, partendo dalle sue tre facoltà che la rendono immagine di Dio, possono portare il loro contributo le scienze che perfezionano , informano e offrono all'anima una triplice rappresentazione della santissima Trinità. La filosofia, infatti, è naturale, razionale e morale...

7 Tutte queste scienze hanno norme certe e infallibili: quasi raggi luminosi che si riversano dalla legge eterna nel nostro spirito. Il quale, illuminato da così grandi splendori, può giungere da se stesso, seppure non è cieco, alla contemplazione della luce eterna.

I sapiente restano stupiti di ammirazione nel considerare l'irradiazione di  questa luce; mentre gli insipienti, che per capire avrebbero bisogno di creare, ne restano confusi. E si avvera il detto del Profeta: Tu hai confuso gli insipienti con la tua luce, che sfolgora dai monti eterni.

 

CAPITOLO QUARTO

La contemplazione di Dio nella sua immagine, riformata dai doni della grazia

 

1 Ma noi possiamo cogliere il Primo Principio non soltanto ricorrendo alla sua immagine riflessa sulla nostra anima, ma anche direttamente nella nostra anima.

Questa via è ancor più elevata dell'altra , e si pone al quarto posto. A noi sembra davvero strano che , pur essendo Dio così vicino a  noi - e lo abbiamo veduto -,Egli venga scoperto da così pochi nel loro spirito. La ragione di questa incoerenza ci sembra chiara: l'intelletto, frastornato  dalle preoccupazioni del mondo esteriore, trova disagevole rientrare in se medesimo, se non fa ricorso all'aiuto della memoria; accecato da fantasmi inconsistenti, rifugge dalle riflessione; irretito dalla concupiscenza, non sa trovare la strada che lo riporti a gustare la dolcezza della gioia interiore e della letizia spirituale. Schiacciato, insomma, dal peso di una realtà dominata dal senso, si preclude la via che lo condurrebbe alla realtà interiore del suo spirito, che è modellato ad immagine di Dio.

Gesù Cristo: Verità e scala alla verità

2 La sua condizione è quella di chi, caduto in un precipizio, è costretto a restarvi fino a quando qualcuno altro non venga a liberarlo. E' ciò che è accaduto esattamente alla nostra anima: essa non avrebbe mai potuto interamente sollevarsi dalla realtà del senso alla riflessione di sè e dell'eterna Verità, inabitabile in noi, se proprio la Verità non avesse assunto forma umana in Cristo e, anzi, se questa Verità non fosse divenuta essa stessa una scala. E' così che la prima scala, infranta dal peccato di Adamo, è stata riparata.

E perciò, per quanto si possa essere illuminati dai doni di natura e di scienza, nessuno può rientrare in se stesso per godervi Dio, se non ricorre alla mediazione di Cristo, che dice: Io sono la porta. Se uno entra per me, sarà salvo: entrerà e uscirà e troverà pascolo. Ma non ci si può avvicinare a questa porta se non per mezzo della fede, della speranza e della carità. Se, perciò, vogliamo tornare a godere la verità, e cioè il paradiso, è indispensabile che questo passaggio avvenga attraverso la fede, la speranza e la carità di Gesù Cristo, mediatore tra Dio e gli uomini. E' lui l'albero della vita, piantato in mezzo al paradiso.

L'aiuto della parola di Dio e dei carismi divini

5 In questa fase lo spirito... è aiutato in modo particolare dalla Sacra Scrittura, come nella fase precedente era sostenuto dalla filosofia...

6 E' la Sacri Scrittura, infatti, ad insegnare come purificarci, illuminarci, perfezionarci, secondo la triplice norma ivi esposta: la legge della natura, la legge della Scrittura la a legge della grazia. O meglio, secondo una grande partizione, anch'essa triplice: la legge mosaica, che ha una funzione purificante; la rivelazione profetica, che ha potere illuminante, e la dottrina evangelica si pone alla base di tutta la perfezione...

Questo sarà possibile, a patto che intervengono le tre virtù teologali, la riforma dei sensi interni, i tre rapimenti, di cui abbiamo parlato, e tutti quegli atti attraverso i quali lo spirito rientra in se stesso, per ritrovarvi Dio nello splendore dei santi. In questa pace, l'anima troverà il suo sonno e il suo riposo, a suo piacere, come in un letto, mentre lo Sposo implora che non sia svegliata.

L'anima: Sede della divina sapienza

7 Questi due gradi intermedi ci portano,dunque, a contemplare Dio in noi stessi, come in uno specchio che rifletta immagini sensibili. Sono come le due ali spiegate al volo, che erano al centro del serafino alato.

Ora possiamo renderci anche conto come, nel terzo grado, noi siamo condotti ad elevarci a Dio mediante le facoltà naturali presenti nell'anima razionale, e che sono alla base dell'operare, del comportarsi e dell'apprendere; e come, nel quarto grado, queste stesse facoltà naturali dell'anima siano potenziate ad opera della sua grazia, delle emozioni interiori e dell'estasi...

8 La nostra anima, ora, illuminata da tutte queste luci interiori, si trasforma in sede della divina Sapienza, che vi abita come in casa propria. E' mutata in figlia, sposa e amica di Dio; in membro del corpo mistico di Cristo, sorella e coerede di Lui; anzi, diviene tempio dello Spirito Santo: tempio, fondato sulla fede, elevato dalla speranza e consacrato a Dio mediante la santità del corpo e dello spirito.

            Tutto questo è opera dell'amore purissimo di Cristo, che si diffonde nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che a noi fu dato.

Senza lo Spirito Santo non è possibile penetrare nei misteri divini. Come, infatti, nessuno degli uomini conosce le cose dell'uomo, se non lo Spirito che è nell'uomo; così nessuno conosce le cose di Dio, se non lo Spirito di Dio.

            Radichiamoci e fondiamoci, perciò, sulla carità, per poter comprendere insieme ai santi, quale sia la lunghezza dell'eternità, la larghezza della prodigalità, l'altezza della maestà e della profondità di una Sapienza, cui spetta ogni giudizio.

 

DIO SOPRA DI NOI:

Essenza e Proprietà

Il quinto e il sesto grado dell'ascesa

 

CAPITOLO QUINTO

La conoscenza dell'unità di Dio mediante la riflessione sul principale suo nome: L'ESSERE

1 E' possibile contemplare Dio non solamente con la riflessione di ciò che è fuori di noi e dentro di noi, ma anche di ciò che è sopra di noi. Fuori di noi, lo attingiamo attraverso lo studio delle sue orme; dentro di noi attraverso la sua immagine; sopra di noi, ricorrendo a quel lume, presente nella nostra anima, che è il lume della Verità eterna; "la nostra anima, infatti, è formata direttamente proprio di questa Verità" (sant'Agostino)...

Coloro che raggiungono questo grado, entrano nel Santo dei santi, dove i Cherubini, collocati sull'arca, dispiegano le ali per adombrare l'altare della Propiziazione. Questi due Cherubini stanno a significare i due modi o gradi di contemplare le perfezioni invisibili ed eterne di Dio: il primo dei quali tocca l'essenza di Dio; l'altro, le proprietà delle tre Persone divine.

2 Il primo "modo" riguarda, innanzitutto, l'essere, e il senso che il primo nome di Dio è Colui che è; il secondo, considera Dio sotto l'aspetto del "bene" e, anche in questo caso si vuole intendere che esso è il suo primo nome.

La prima denominazione è quella usata nell'Antico Testamento...; la seconda, nel Nuovo... Giovanni Damasceno, rifacendosi a Mosè, afferma che "Colui che è" è il primo nome di Dio; Dionigi l'Areopagita, attenendosi alla parola di Cristo, dice, invece, che il primo nome di Dio è il "Bene".

Dio: "L'essere in sè"

3 La contemplazione delle proprietà invisibili di Dio, sotto l'aspetto dell'unità dell'essenza, comporta, quindi, in primo luogo, la considerazione della nozione "essere". Questa riflessione porterà a concludere che l' "essere in se" è qualcosa di talmente certo che non può essere pensato come non-esistente, come l niente esclude assolutamente l'essere.

            Perciò, come il niente assoluto non ha nulla d'essere e delle sue proprietà, così, inversamente, l'essere in sè non ha nulla del non-essere, nè in atto nè in potenza, nè nella realtà nè nella nostra riflessione. Il non-essere, infatti, essendo privazione dell'essere, non può venir pensato se non in relazione al concetto di essere; l'essere, invece, non può mai essere concepito in relazione ad alcun altro concetto, perché tutto ciò che conosciamo o lo conosciamo come negazione di essere o come essere possibile o come essere reale.

Ora: se il non-essere non può essere pensato se non in relazione all'essere, e l'essere possibile se non in relazione all'essere reale; e se la nozione di essere riporta necessariamente alla nozione di "atto puro", ne segue che l'essere è la prima nozione che si presenta all'intelletto, e si identifica con l'atto puro.

            Ma l'atto puro non può identificarsi con un essere particolare, che è qualcosa di limitato, perché commistione di atto o di potenza; né con un essere analogo, che non trovando affatto riscontro nella realtà, non è assolutamente possibile che sia in atto.

Non resta dunque, che identificare quest'essere con l'Essere divino.

 

"Come il pipistrello davanti alla luce..."

4 E' davvero strana, perciò, la cecità del nostro intelletto, il quali si lascia sfuggire ciò che gli si presenta per primo, e che condiziona ogni altra sua conoscenza.

            Ma come l'occhio del corpo, distratto dalla verità dei colori, non vede la luce, che pure è l'elemento che glieli rende visibili o,se anche la vede, non vi pone attenzione; così l'occhio del nostro spirito, attratto dagli esseri particolari e dai concetti, perde di vista proprio quell'Essere, che è al di là di ogni specificazione. Eppure quest'essere è la prima nozione che gli si presenti all'intelletto, e tutte le altre cose non si possono comprendere se non partendo da questa nozione.

            Accade "all'occhio del nostro spirito, davanti alla realtà abbagliante delle cose sensibili, quello che accade al pipistrello davanti alla luce" (Aristotele). Assuefatto alle tenebre degli esseri e dei fantasmi del sensibile, gli sembra di non veder niente quando è colpito dalla luce dell'Essere sommo. E non comprende che proprio quella "caligine" è, invece, la luce più chiara per il nostro spirito, anche se, come l'occhio accecato da luce vivissima, gli sembra di non veder proprio niente.

Dio nelle sue perfezioni

5 Quest'Essere purissimo... ti si presenterà come Essere primo, eterno, semplicissimo, attualissimo, perfettissimo e assolutamente unico.

6... Infatti, poiché Dio è l'essere per definizione, non può essere che il primo; perché primo - che non è stato fatto, cioè, né da sé né dagli altri - è eterno; perché primo ed eterno - cioè non molteplice - è anche semplicissimo; perché, inoltre, primo eterno e semplicissimo esclude ogni composizione di potenza e di atto, e perciò è attualissimo; perché primo, eterno, semplicissimo e attualissimo è anche perfettissimo e non può essere che unico..."E' impossibile che quell'essere al quale convengono tutte le perfezioni sia più di uno" (Aristotele).

            Perciò, se Dio si presenta come essere primario, eterno, semplicissimo, attualissimo, e perfettissimo non è possibile che si possa pensare che Egli non esista e che sia più di uno solo ...  Se a tutto questo rifletterai nella candida semplicità del tuo spirito, sarai già, in qualche modo, illuminato dalla luce divina.

Di stupore in stupore

7 Ma c'è ancora dell'altro che può aumentare il tuo stupore... Se continuerai la tua riflessione con mente pura, si farà ancor più luce in te, e vedrai che quell'essere è anche ultimo, proprio perché è primo;... è continuamente presente, perché eterno;.... è il più grande, perché il più semplice;... è il più immutabile, perché il più attuale;... è immenso, perché perfettissimo;... è inesauribile verità, perché somma unità...

8 ...E poiché è così uno e diverso, quest'essere è tutto in tutte le cose, sebbene le cose siano tante ed esso uno solo. Questa sua unità assoluta, unita alla verità completa e alla bontà purissima fanno di lui il modello di ogni virtù, l'esemplare di tutte le forme e la sorgente di ogni comunicazione.

Perciò da Lui, per Lui, e in Lui sono tutte le cose, perché è l'onnipotente e la bontà per essenza...

 

CAPITOLO SESTO

La conoscenza della Trinità nella riflessione sul'idea del bene

1 ...Come l'essere in sé è il principio radicale di ogni visione dell'essenza divina ed è al fondamento della conoscenza dei suoi attributo, così anche il "bene" si pone a fondamento primario della conoscenza delle produzioni divine (che sono il Figlio e lo Spirito Santo).

2 La riflessione, qui, si deve fare attenta. Il Sommo Bene è ciò che non permette niente di meglio. Né si può pensarlo non esistente, perché è chiaro che è meglio essere che non essere; anzi, è tale che non lo si può correttamente pensare, senza pensarlo uno e trino. "Il bene, infatti, è, per sua natura, diffusivo di se stesso" (Pseudo-Dionigi); il Sommo Bene è, perciò, diffusivo di sé in sommo grado. Ma questa diffusione non potrebbe essere tale se non fosse attuale ed intrinseca, sostanziale ed ipostatica, naturale e volontaria, gratuita e necessaria,continua e perfetta.

            Ora nel Sommo Bene c'è, da tutta l'eternità, una produzione attuale e consostanziale di ipostasi,eguali in dignità al principio  dal quale procedono in via di generazione e spirazione, in modo tale che queste ipostasi si presentino fin dall'eternità, quali con-principianti di un eterno principio. In altre parole, c'è in questo principio un amato e un co-amato, un generato e uno "spirato", e cioè il Padre il Figlio e lo Spirito Santo. Se così non fosse, Dio non sarebbe il Sommo Bene, dal momento che non si diffonderebbe in sommo grado...

La contuizione del bene

Sforzati, dunque, di fissare l'occhio della tua anima fino alla contuizione della purezza di questa Bontà. Essa è l'atto puro di un Principio che ama di amore gratuito e necessario, nello stesso tempo che è mutuo e reciproco; che si diffonde in pienezza per via di natura e di volontà. Questa effusione produce il Verbo, espressione di tutte le cose, e il Dono (dello Spirito), che è fonte di tutti i doni. Questo ti darà la possibilità di vedere come, mediante la piena comunicabilità del bene, si giunga alla necessità della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo...

3 e tuttavia questa riflessione non ti deve dare l'illusione di comprendere l'incomprensibile: l'occhio della tua anima ha ancora di che meravigliarsi nella considerazione delle perfezioni della Trinità. Il mistero della Trinità si presenta infatti come somma comunicabilità e insieme proprietà particolare di ciascuna persona, come somma consostanzialità e pluralità di ipostasi, come massima somiglianza e distinzione personale, come somma eguaglianza gerarchica, come coeternità ed emanazione, continuità e diffusione. Chi, nel considerare così grandi meraviglie, non sarà preso da stupore?

Ora, tutte queste proprietà nella Trinità si spiegano se pensiamo che esse trovano la loro origine nell'infinita bontà di Dio...

Cristo, sintesi di tutta la realtà

6 Ed allora volgiti all'altare propiziatorio e vedrai come in Cristo sia presente: unità di persona, trinità di sostanza e dualità di nature; perfetta unità di determinazione e pluralità di volontà; perfezione di Dio e perfezione dell'uomo insieme a pluralità di proprietà, unità di adorazione insieme a differenza di grado; unità di glorificazione sopra ogni cosa insieme a ineguaglianza di dignità; e, infine, unità di dominio con distinzione di poteri.

7 Con questa riflessione l'illuminazione della mente è ormai perfetta, perché - quasi fossimo al sesto giorno della creazione - le si presenta l'uomo fatto a immagine di Dio. E l'immagine esprime somiglianza.

            Ne deriva che, quando l'anima contempla in Cristo, Figlio e immagine perfetta di Dio, la nostra umanità, così mirabilmente esaltata e così ineffabilmente a lui unita..., è giunta allo stadio della perfezione, e cioè all'illuminazione perfetta del sesto grado, come Dio al sesto giorno.

Non le resta che attendere il giorno del riposo: il giorno, cioè, in cui l'ansia della ricerca cessa e lo spirito si riposa nella quiete dell'estasi.

DIO SOPRA DI NOI

Capitolo settimo

L'estasi mentale e mistica, nella quale lo spirito trova la sua quiete, mentre la vita intima passa nella vita di Dio

1 La sei riflessioni che abbiamo compiuto sono state come la salita dei sei gradini del trono del vero Salomone, che portano alla pace. Qui giunto, l'uomo pacificato trova il riposo nella quiete del suo spirito, che è stato trasformato in una Gerusalemme interiore...

Ci siamo elevati, gradatamente, dalla contuizione di Dio fuori di noi mediante le sue orme e nelle sue orme, a quella dentro di noi attraverso la sua immagine e nella sua immagine, alla intuizione di lui sopra di noi mediante lo splendore della sua luce riflessa in noi e ci siamo posti, infine, nel cono stesso di questa luce, sempre però tenendo presente la nostra condizione di itineranti e la limitatezza operativa del nostro spirito.

            Giunti al sesto grado, l'anima ha  potuto ammirare in Dio, Primo e Sommo Principio, e in Gesù Cristo, mediatore tra Dio e gli uomini, realtà mirabili che non hanno l'eguale nelle creature e che nessuna intelligenza, anche la più acuta, può comprendere appieno.

            Approfondendo la speculazione, non resta all'anima ora, che trascende non solo il mondo sensibile, ma se  stessa. In questa ascesa, Cristo è via e porta, scala e veicolo; l'altare propiziatorio collocato sull'arca di Dio e il mistero nascosto dal principio dei secoli.

Dai sillogismi e i carismi

2 Chi si rivolge a questo propiziatorio con tutta l'anima e fissa lo sguardo su Gesù crocifisso con spirito di fede, di speranza e di carità, con devozione, ammirazione, entusiasmo, venerazione, lode e giubilo fa davvero la Pasqua con Lui, e cioè realizza il "passaggio"...

3 Questo prodigio è già avvenuto in san Francesco. Nell'estasi della contemplazione sul monte della Verna - dove appunto ho meditato quel che qui ho scritto - gli apparve un Serafino con sei ali in forma di crocifisso: io e parecchi altri lo abbiamo appreso dalla bocca di chi gli fu compagno e, in quel momento, era con lui.

            Fu allora che, nel rapimento dell'estasi, in lui si operò il "passaggio" in Dio, e divenne un modello di vita contemplativa come prima lo era stato la vita attiva...

4 Un "passaggio", però, che, per essere perfetto, comporta la necessità di dover lasciar da parte ogni operazione intellettuale, e, spinti dalla necessità dell'amore,trasformare in Dio la pienezza di tutti i nostri affetti. E' un dono mistico e arcano, questo, che nessuno conosce prima di averlo sperimentato; per riceverlo, bisogna desiderarlo ma non può essere desiderato se il fuoco dello Spirito Santo, che cristo ha mandata sulla terra, non ci bruci interiormente.

A ragione, dunque, l'Apostolo dichiara che questa mistica sapienza è una rivelazione dello Spirito Santo.

Tutto è grazia

5 Se è questa la natura dell'ascesa, è chiaro che l'uomo da sé non può far nulla, e a poche serva qualunque sforzo umano. Ciò comporta che bisogna far ricorso all'unzione più che alla ricerca, alla letizia interiore più che alla lingua. Non è opera della parola o della penna, ma è tutto dono di Dio, e cioè dello Spirito Santo; poco o niente può fare la creatura, perché è tutto opera del Creatore d'ogni cosa: Padre e Figlio e Spirito Santo..

6 E se tu volessi sapere in qual modo può avvenire tutto questo, bisogna che tu ti rivolga alla grazia e non alla scienza, all'anelito interiore e non all'intelletto, al gemito della preghiera e non allo studio dei libri, allo sposo e non al maestro, a Dio e non all'uomo, all'oscurità e non alla chiarità. Non alla nostra luce, ma a quel fuoco incandescente, che infiamma e trasporta in Dio, mediante mistici rapimenti e sublimi folgorazioni.

Questo fuoco è Dio stesso e la fornace dove esso è acceso è posta a Gerusalemme. Ma chi lo accende è Cristo con la fiamma della sua passione ardentissima, e ne è incendiato veramente solo chi può dire: la mia anima ha scelto una fine violenta e le mie ossa hanno bramato  la morte. Solo che abbraccia la morte è in grado di vedere Dio, poiché non si può dubitare della verità di queste parole: Nessuno può contemplare la sua faccia, e rimanere in vita.

Morire per vivere la vita piena

Ed allora, moriamo. Entriamo nella luminosa caligine di Dio, imponendo silenzio a cure, concupiscenze e apparenze. Passiamo, con Cristo crocifisso, da questo mondo al Padre. Dopo la visione del Padre, noi potremo dire con Filippo:

Questo ci basta!

0
0
0
s2smodern