Sono il servo di tutti coloro che servono Dio

bimbo-e-agnellodi Silvia Guidi

Pochi Pontefici hanno costruito materialmente e spiritualmente così tanto futuro come Gregorio Magno, personalmente convinto che la fine dei tempi fosse vicina; pochi sono stati più autorevoli di quel successore di Pietro che definiva se stesso servus servorum Dei.
"Aveva assunto il ruolo di guida della Chiesa - scrive Lucia Castaldi, studiosa che si è occupata spesso delle opere di Papa Gregorio - per obbedienza alla volontà divina e volle che al proprio nome fosse sempre associato questo appellativo quale manifesto della totale e incondizionata adesione al disegno di Dio. Questa denominazione, della quale esistevano già attestazioni precedenti e che trova la sua matrice nella citazione evangelica "chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti" (Marco, 10, 43-44), divenne emblema del suo grandioso pontificato. Dall'età carolingia la dicitura servus servorum Dei è stata collegata indissolubilmente alla figura del Papa, quasi sinonimo di Pontefice romano". Un sigillo che esprime umiltà e sollecitudine pastorale, ma anche radicale disponibilità a porre attenzione ai segni dei tempi e a lasciarsi guidare dalle concrete circostanze dell'epoca in cui si vive, riaffermando implicitamente, tra l'altro, il carattere profetico del compito del vescovo di Roma. Servus servorum Dei, infatti, riecheggia l'appellativo dei profeti: "servo di Dio" è, nell'Antico Testamento, il destinatario di una missione di annuncio e salvezza per il popolo. "Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta" risponde Samuele alla misteriosa voce che lo chiama (i Samuele, 3, 9-10). Nella forma greca, la formula "servo di Dio" o "di Cristo" era già presente nelle lettere degli apostoli e ripetuta per devozione nei primi secoli cristiani sia dai presbiteri che dai semplici fedeli; lo stesso titolo servus servorum Dei fu usato, fino al secolo XII, anche dagli arcivescovi di Ravenna.
La tradizione vuole che per ben due volte Gregorio abbia tentato di allontanarsi da Roma per sottrarsi al pondus delle incalzanti preoccupazioni secolari. Ancora diacono, aveva deciso con un gruppo di confratelli del monastero di Sant'Andrea al Celio di partire per evangelizzare l'Inghilterra. Dopo tre giorni di viaggio, durante una sosta, mentre era immerso nella lettura, vide avvicinarsi una locusta. Osservando il piccolo insetto e riflettendo sul suo nome (quasi loco sta, riporta Giovanni Immonide che nel secolo ix scrive la sua più completa biografia), capì che Dio gli stava chiedendo di restare. Poco dopo gli emissari del Pontefice lo raggiunsero costringendolo a tornare al palazzo Lateranense. Qualcosa di simile accadde pochi anni dopo, quando, morto Papa Pelagio ii, la folla romana lo acclamò suo successore. La tradizione di allora prevedeva che l'elezione del vescovo di Roma venisse ratificata dall'imperatore bizantino; in luogo della lettera di prassi con l'annuncio della nomina, Gregorio inviò a Costantinopoli una missiva nella quale richiese all'imperatore d'Oriente di non convalidare l'elezione. I romani però intercettarono la lettera grazie al praefectus Germano e la sostituirono con quella di nomina. Quando seppe di essere stato scoperto, fece un ultimo tentativo per sottrarsi al destino che lo voleva Pontefice: persuase alcuni mercanti a nasconderlo nel loro convoglio e lasciò la città. Eppure anche stavolta il volere divino lo riacciuffò: una colonna di luce segnalò la grotta dove si era rifugiato e - scrive Giovanni Immonide (Vita Gregorii i papae, liber i, 44) - capitur, trahitur, et apud beati Petri apostolorum principis templum summus pontifex consecratur; lo presero, lo trascinarono con la forza nel tempio di San Pietro e lo consacrarono Papa.

(©L'Osservatore Romano 20 marzo 2013)

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