Soliloquia: La povertà è un mezzo, il principio ed il fine è Cristo

Michelangelo Caravaggio 022Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». (Lc. 17,17-19)

Mi raccontava un frate minore che nei tempi del noviziato si facevano grandi discussioni e lotte per la povertà.  

“Vi era quasi una gara. Ora in età matura ci si accorge – mi diceva – che queste lotte avevano in sé indubbiamente degli aspetti equivoci, perché venivano assolutizzate come un fine. Tuttavia se non ci fossero state oggi, inevitabilmente, saremmo ancora più “sbragati”, imborghesiti”.

In effetti la sapienza di governo di San Bonaventura, uomo coltissimo, umilissimo, che non ha avuto il modo e il tempo di fornire un apporto sistematico del suo pensiero come san Tommaso e che – secondo il mio parere – avrebbe colmato quello che manca all’Aquinate, ebbe un gran da fare nel discernere lo spirito autentico di Francesco nei suoi confratelli cercando di orientare e talvolta di sedare derive pauperistiche ed ideologiche.

Ora la povertà intesa come condizione esistenziale non è certo il fine del Vangelo.

Proprio il salmo di oggi ci esorta:

Difendete il debole e l’orfano,

al povero e al misero fate giustizia!

Salvate il debole e l’indigente,

liberatelo dalla mano dei malvagi. (Sl. 82,3-4)

 

Tuttavia è anche vero che la povertà, l’indigenza fisica può facilitare la richiesta e l’avvento del Regno.

Se riflettiamo bene, nel Vangelo di oggi, abbiamo 10 indigenti, dei malati di lebbra. Vivono una povertà per ciò che concerne la salute. Solo uno su dieci, tra l’altro pagano – cioè senza “puzza sotto il naso”, di appartenere a determinati privilegi elettivi – riconosce la mano di Dio e ringrazia. Tra i dieci indigenti riconosce Gesù solo colui che è doppiamente povero. Nel corpo e nello spirito.

Nel contempo è bene riconoscere che se queste 10 persone fossero state sane, non indigenti e povere a causa della malattia, forse neanche uno avrebbe riconosciuto Cristo. Perché dice il salmo:

Alla ricchezza, anche se abbonda

Non attaccare il cuore. (Sl.62,11)

Ed ogni esortazione, se riportata dal salmista ispirato, significa proprio che ogni volta che non siamo indigenti, siamo a rischio di impermeabilità alla grazia. Non cerchiamo altro che il benessere e il tornaconto dell’ombelico.

Il Verbo stesso d’altronde ha scelto, con l’Incarnazione, di abbassarsi, di farsi povero, indigente, bisognoso. E’ la via privilegiata di Dio. Narrano alcune mistiche che, crescendo in età, lo sguardo di Cristo spesso aveva gli occhi socchiusi, per tutto il male che vedeva intorno a sé. Veramente noi neanche immaginiamo quanto siamo costati a Cristo Signore. L’unico vero umile.

Dobbiamo dunque vedere cosa significhi la povertà per il Vangelo.

Essa è una condizione previa, la beatitudine cardine: “Beati i poveri in spirito perché di essi “è” il Regno di Dio”. (Mt. 5,5)

E’ vero che si sceglie la povertà dopo l’incontro con il Signore. Molti santi hanno avuto questo percorso.. San Francesco, san Martino, Zaccheo, S. Antonio Abate.. ma è anche vero che senza un povertà previa, una domanda umile e profonda, non sarebbe entrata nel cuore la vera ricchezza del Regno che porta poi alla spoliazione.

Pertanto se vi è una povertà previa da coltivare è quella di avere un cuore umile, come il lebbroso guarito e pagano, che riconosce il Signore.

E Poi diventerà ricco perché salvato.

Occorre fare le domande giuste a Dio ed alla Chiesa, altrimenti non arrivano le ricche risposte e la vera povertà.

C’è infatti una forma sottile di ricchezza, della mente e del cuore, piena di sé, magari dei propri talenti, che impedisce alla grazia di fare il suo lavoro. Quella avara ricchezza di coloro che necessitano di essere ascoltati non perché stanno cercando la Verità ma perché cercano appigli e conferme per le loro confusioni ed isterie. E seminano zizzania, dentro e fuori di loro. Incapaci di vedere, soprattutto, il bene puntano il dito sulle cose che non funzionano, non per servire, ma perché il sottolineare il male, le contraddizioni, alimenta la propria autostima.

In genere sono persone, uomini e donne, che non hanno mai centrato un personale cammino vocazionale. Né lo cercano.

 

Ma come accade questo?

Un baratro è l'uomo e il suo cuore un abisso.. (Sl. 64,7)

Un abisso chiama l’abisso. (Sl. 42, 8)

Ma stare davanti all’abisso fa paura perché, feriti, non ci fidiamo di Cristo. Ed ecco nascere i surrogati del razionalismo, dello spiritualismo, dell’ideologia. Del Conservatorismo e del Modernismo. Del Pelagianesimo, della Gnosi e di quel pernicioso adattamento al mondo, anestetico di ogni paura.

Ogni eresia, piccola o grande di ogni tempo è una fuga, una incapacità di stare davanti all’abisso e alle rette domande che esso comporta.

 

Si può infatti essere poverissimi ma essere attaccati ad una penna. In definitiva a quelle sicurezze orgogliose difficili da smantellare. Si perde l’orizzonte delle vere necessità e si fonda l’autostima sui nostri falsi problemi. Ed è una forma smodata di ricchezza ed una mancanza di povertà.

 

Non fondiamo la nostra autostima - potremmo dire in altro linguaggio – nell’amore di Cristo verso di noi. Quell'amore che persuade l'apostolo e che è inattaccabile (Rm. 8, 38-39).

Pur di non essere previamente poveri e fare le giuste domande a Dio, ci abbeveriamo a “cisterne screpolate”. E cerchiamo attorno conferma su queste cisterne e vi portiamo molti. Non per servire, ma per confermare noi stessi nell’errore. Siamo disonesti perché non riconosciamo che abbiamo paura dell’Abisso e non ci tuffiamo nell’abbraccio di Cristo.  

 

“Signore non ti importa che moriamo?” (Mc. 4,38), rimproveriamo Cristo quando la barca è nel mezzo della tempesta e prossima a rovesciarsi.  

«Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» (Mc. 4,40), ci risponde Gesù.

Cioè, sovente, siamo gente ricca di sé. Ci comportiamo come i nove lebbrosi che, dimentichi di Cristo, continuano ad essere ricchi pur essendo, forse, umanamente, poveri. Non abbiamo bisogno di salvezza.

 

La povertà allora è un dono, legato al Timor di Dio, a quella perenne coscienza sottomessa di stare prostrati davanti a Dio e di riconoscerlo dove Egli si manifesta. Magari anche nelle apparenti ed umane contraddizioni. Come ad Abramo, come a Mosé… Magari stravolgendo le nostre aspettative.

«Nudo uscii dal seno di mia madre,

e nudo vi ritornerò.

Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,

sia benedetto il nome del Signore!» (Gb. 1,21)

perché

“Sul monte il Signore provvede.” (Gn. 22,14)

E qual è questo monte? Quello che Dio ti indica dove sacrificare il “tuo Isacco”; qualunque esso sia.

Non vi è povertà più grande di questa.

Paul Freeman

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