La Santità come desatellizzazione

Santità e Vita



In occasione della provvidenziale pubblicazione dell'Esortazione di Francesco “Gaudete et Exsultate”, sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, ripropongo una piccola riflessione sulla Santità ed il suo legame ineludibile con la desatellizzazione.

"... Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre,

la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle

e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me,

non può essere mio discepolo"

 - vangelo di Luca 14, 26-27 -

Il Vangelo, la lieta notizia, essendo Parola di Dio, giunge alle "midolla dell'anima" come ci ricorda l'apostolo Paolo proprio perché conosce e plasma il cuore dell'uomo di ogni uomo.

Feriti anche da trasferenze genitoriali ma soprattutto dal peccato originale che ci fa vedere e percepire Dio come un nemico, come un padre tiranno, oscuro, incomprensibile e talvolta sadico, ci difendiamo davanti a parole lapidarie come queste di Gesù nel Vangelo di Luca.

Ma come? Ci viene da chiederci... come può essere un Dio buono colui che non riconosce il valore degli affetti? Come può essere Dio un Padre se mi toglie ciò che mi ha donato: la vita, la salute, gli affetti più veri dell'amicizia, la stabilità professionale, la stima del prossimo e tutto ciò che è correlato a questi valori?

Il Termine "odia" non ha certo un valore negativo nel Vangelo ma una proposta, esigente e vitale, di fare ordine.
La teologia proposta da Gesù non è quella di Maometto che chiede dal fedele una obbedienza cieca e incondizionata. Gesù, che conosce l'"opera delle sue mani" (Sl. 138,8), sa bene che non c'è "uomo" se non c'è relazione e pertanto, pur confermando l'Onnipotenza, l'Onniscienza, la Maestà di Dio annuncia il "novum", il vangelo appunto:

Dio è Padre,
non padrone;
custode e non tiranno;
degno di Amore e non di paura;

vicino e presente oltre che l'Altissimo.

 

Questo è il vangelo, la buona notizia per cui Gesù è venuto al mondo e per cui è stato messo a morte proprio da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo.
Questo è il Novum per cui la creazione stessa, dell'uomo e del cosmo è stata pensata: Dio è Padre e noi siamo figli nel Figlio per opera dello Spirito Santo.

Ogni crescita umana, sia intellettiva che psicologica, che affettiva, che nozionistica è segnata dal limite, dalla parola "fine". 
“Telos” (τέλος) in greco, la parola "fine", non indica qualcosa di negativo ma piuttosto qualcosa che si definisce e che apre, pertanto, ad una crescita verso nuovi orizzonti.
E questo porre il "fine" è l'opera della Sapienza, l'opera dello Spirito Santo.

Ecco, Gesù, con la sua esortazione all'odio verso gli affetti, la stabilità "mondana" e la propria vita, non ha fatto altro che indicare e chiarire il senso del finito.

È finito ontologicamente nell'essere, ciò che è limitato e che non è appunto infinito.
Pertanto se l'uomo, nella sua onestà e nella sua richiesta di senso, cerca l'infinito, cade in contraddizione nel cercare il "tutto" nelle situazioni che "tutto" non sono. Questo è il prodromo e l’effetto della ferita di origine di cui abbiamo già parlato nel cammino sui Bisogni fondamentali e la filautia (La Croce Quotidiano, 8 settembre 2016)

 Finito, inoltre, contemporaneamente, richiama al "senso" del modus vivendi: confondendo il dono dal "donante", cioè colui che fornisce il dono, per pigrizia (accidia) non fai che costringere te stesso (aperto all'infinito) a rimanere circoscritto, chiuso, protetto, ingabbiato in una prigione più stretta e drammatica di qualunque altra prigione:

quella della dissipazione, dell'ignoranza e dell'involuzione dell’essere.

È strano, a volte si percorre il cammino di una intera esistenza alla completa fuga dalla richiesta di senso. Abbrutiti. Talvolta per ignoranza, talvolta perché sì, ci abbiamo provato ma ci è sembrata una fregatura ed una contraddizione.

Provate a chiedere a voi stessi o alla persona che vi è accanto il "perché" vive... il "perché" profondo della sua quotidianità e delle sue scelte.

Pertanto l'incapacità di "odiare" ci fa immergere in ciò che dovremmo relativizzare senza essere mai capaci di dare il "perché"; ecco che il relativo diventa fondamento:

  * il lavoro come fonte vera di vita
coinvolti in ritmi e desideri indotti di consumismo, produttività e di riempimento del vuoto infinito che abbiamo dentro. Per cui ecco:

--- le "operazioni trionfo", le vacanze sognate, l'uomo "faber" che nasce dalla produttività, i corsi rogersiani di vendita, il culto della proprietà, la macchina nuova, la tv satellitare, l'ultimo smartphone, persino le operazioni valoriali totalizzanti, come movimenti (ecclesiali e non), partiti e movimenti di pensiero, rischiano di porre strutturalmente l'incapacità di "odiare" perché essi stessi diventano il perché di senso senza far trascendere oltre. L'uomo mendica "cisterne screpolate" (Ger. 2,13) per un briciolo di stima, una goccia di riconoscenza.

D'altronde chi è attaccato alla gestione della "massa", sovente massone, di destra o di sinistra, amante del potere (o tutt'e tre perché no!) vuole e si impegna, notte e giorno, a far vivere nella "prigione" dei bisogni indotti; i quali sarebbero "opzionali" ma devono essere posti (dalle lobby del potere) come indispensabili per l'esistenza di coloro che si vuole assoggettare. Insomma.. una corsa vuota verso il vuoto, e chi si guarderà le mani alla fine della vita rischierà di farlo con disperazione

* la vita affettiva come gratificazione infinita dei bisogni infantili; e si sa i bisogni infantili non sono mai contenti! Per cui ecco:


 --- il "vitellonaggio" ad oltranza (scusato con mille paure) di figli che rimangono stabili come amebe nelle proprie famiglie senza mai costruirsi una vera vita affettiva e professionale. Rimane strisciante una sottile intesa psicologica, inestricabile, tra il genitore e il figlio (che altro non è che mancanza di dignità ed opportunismo) di lamentarsi l'uno dell'altro ma di non prendere una posizione di "valore". Un "patto d'acciaio"; che è tale perché borghesamente coperto dal "tutto va bene, non ci sono problemi..."

 --- l'adorazione del sesso come linguaggio compensatorio svilente il suo significato profondo di "dono e di comunione". Diventando esclusivamente linguaggio di comunicazione-pulsione e non piuttosto di valorizzazione di sé e dell'altro. Nasce tutto un filone, web ed extra web, di ricerca "del punto del piacere", delle "tecniche di seduzione" ed affini.

 --- l'omeostasi di coppia, ossia l'incapacità di crescita personale ed assieme. Tra le tante accuse che hanno rifilato a Gesù, c'era quella di “rovina famiglie”, se appunto si permetteva di porre sé stesso sopra un valore così monolitico come l'amore tra un uomo ed una donna e la famiglia stessa. Tuttavia è proprio in nome dell'importanza dell'amore umano e della vita familiare che Gesù mette in guardia sulle stabilità stagnanti che si possono instaurare nella vita di coppia. Così come ricorda l'apostolo Paolo nella lettera ai cristiani di Efeso al cap5 versetto 32:
Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!

 Spesso infatti non ci si "sceglie" per crescere, quanto per "sedersi". La coppia e la famiglia che non si confronta con questa Parola di Cristo, e con tutto il suo messaggio di “odio evangelico”, rischia inevitabilmente di impantanarsi nei luoghi comuni, di non avere stimoli pedagogico-educativi, di cadere nella noia e nello spegnimento della gioia, di imborghesirsi dietro la superficialità... del "tutti fanno così"... dei vizi privati e delle pubbliche virtù... l'ipocrisia diventa lo standard esistenziale e ci si dimentica che alla base della vita di coppia c'è la necessita di "odiare" evangelicamente parlando, cioè la desatellizzazione.


 --- il culto del corpo ossia lo stare in forma, la somatolatria. Come un sepolcro nuovo si cerca spasmodicamente il bello a vedersi, il narcisismo dei selfies perenni accumulando il pieno di marciume dentro; è questione di priorità... d'altronde che cosa non si farebbe per mendicare un po’ di stima?

--- la satira ironica e non l'umorismo; la differenza è nella voglia di costruire o di ridicolizzare l'altro. La vera satira, quella umoristica, è quella che sposta il peso dalla bilancia dell'interesse (politico o mass-mediatico) a quello dell'eternità e delle questioni di "senso". La satira si avviluppa nell'io, l'umorismo si desatellizza da sé e punta al trascendente. Pone il bene e la leggerezza del cuore perché "lo spazio di un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno solo." (2PT. 3,8)

 --- La "lamentosi" ha radici lontane nel peccato originale in cui nessuno si prende le sue responsabilità davanti alle scelte con una critica responsabile e propositiva e con “senso di cura”,  favoreggiando piuttosto le isterie quotidiane e quelle di rotocalco. Molto dell'anti-papismo e del suo contraltare, la "papolatria", nasce da questa sorta di motivo silente e sotterraneo che "ama", letteralmente ama, non fare il salto della desatellizzazione: "Io sono perché mi lamento", oppure "io sono per il culto del poster che mi sono creato". E mi lamento, mi lamento, mi lamento, diffondendo la cultura del lamento.

--- il rancore reiterato verso l'altro e verso sé stessi rimane una delle più sottili forme di schiavitù e di ignoranza. Una corazza invincibile che rende schiavi ed immaturi. Un vero e proprio buco nero dell'anima.

La lista della nostra riflessione potrebbe continuare a lungo ma vale la pena ricordare e centrare il nostro discorso:

La santità, biblicamente intesa, viene definita dal termine CADOSH, appunto "santo". Dio infatti nella Sua perfezione è Cadosh, Cadosh, Cadosh, cioè tre volte santo.
Cioè sommamente e perfettamente santo.

Dove la santità non è l'aureola o la riconoscenza del favore del popolo dei credenti ma l'essenza stessa di Dio.

Dio è santo, cioè separato, tutt'altro; non è inquadrabile, non chiudibile in uno schema; neanche nella Parola di Dio stessa che svela e ri-vela Dio, ma non lo racchiude. Proprio per questo è importante l'azione continua dello Spirito Santo nell'autocoscienza della Chiesa (nella Tradizione e nel suo magistero e nella sua guida) e nel singolo fedele.
Come dice l'apostolo:

"Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno!" (2Pt. 3,11-12)

È grazie a questa trascendenza che Dio si fa immanenza, cioè compagno e vicino intimo dell'uomo, in Gesù Cristo che puoi "attendere", fare tenda e nel contempo "bruciare" per iniziare l'incendio e il fondersi di tutto ciò che non è infinito.
È grazie alla Sua trascendenza che Dio in Gesù ti chiede di "odiare", cioè di porre un "fine" a ciò che è finito e riconoscere la realtà. Lo scotto da pagare alla mancanza di "odio" è la fine della gioia, il vuoto, la disperazione e la distrazione dalle vere necessità tue e del fratello.

Certo "odiare" costa e talvolta si sceglie di rimanere nella prigione dorata dell'ignoranza, del "tiriamo innanzi", nello smarrimento di cui siamo più carnefici che vittime.

Interessante è considerare che il termine Cadosh ha la stessa radice di Cadash, l'atto con cui viene reciso il cordone ombelicale.
Cioè il gesto con cui si inizia una autonomia ed un'esistenza, cioè la primigenia “desatellizzazione”. Ecco perché non si può essere santi senza "tagliare" tutto ciò che è cordone ombelicale; ecco perché non si può maturare nella fede senza "odiare" tuo padre, tua madre, tua moglie, i tuoi figli, i tuoi fratelli, le tue sorelle e perfino la tua vita...;

ecco perché non si può essere adulti psichicamente e ancor più spiritualmente, se non si dice "fine" e il senso del limite di ciò che non è eterno.
Porre il fine è definire, è riconoscere che tutto è un dono continuo di un Padre amoroso. Anche la croce, qualunque essa sia, perché nel suo mistero svela chi sei veramente tu, proponendo un iter (unico e personale) di trascendenza.

 Ogni sofferenza merita rispetto, silenzio, epokè, vicinanza, com-passione ed arte; sì la sofferenza merita "arte". Tuttavia anche questa è una "cosa finita" che non deve essere assolutizzata ripiegando il nostro volto sul dolore. Perché la gioia è alla tua porta e bussa costantemente. Ed al nostro cuore riesce più facile credere, fermandoci, al Giovedì Santo e al Venerdì Santo che compierci nello sfolgorante Mistero di Pasqua. Ma il Dio del terzo giorno non si conosce se non compiendo la grande desatellizzazione, quella della fede robusta, radicata, non nozionistica ma esistenziale, nel Risorto

Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore,
e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. (Rm. 10,9)

 "Odiare", tagliare il cordone ombelicale, santificarsi significa, allora, aprire quella porta e far entrare con Gesù tutti quelli che incontrerai.

Essere santi, dunque, "lasciare che i morti seppelliscano i loro morti" (Mt. 8,21), non è dunque per qualcuno chiamato a "scelte speciali" ma è l'essenza stessa dell'essere di Cristo, appartenergli e amarlo con tutte le nostre viscere.

Egli, infatti, è il primo che ha messo ciascuno di noi prima di ogni affetto e ha messo il nostro bene prima di ogni privilegio e soddisfazione personale.

Se dunque Egli si è dato tutto, a ciascuno di noi, anche noi, grazie a Lui possiamo e dobbiamo donarci senza riserve a Lui e al Bene dei nostri fratelli.
E se Egli, come Dio è asceso per forza propria anche noi "odiando", desatellizzandoci possiamo essere "rapiti" (análempsis) in Lui. E, con Lui, trascinare, responsabilmente, ciascuno che abbiamo incontrato, amici e nemici; questi ultimi diventano dunque, grazie alla desatellizzazione, "all'odio evangelico", i nostri amici.

Qui risiede la gioia e la pienezza della bellezza... e non altrove.

Rapisca ti prego Signore

l'ardente e dolce forza del Tuo Amore

l'anima mia da tutte lecose che sono sotto il Cielo

perché io muoia per amore dell'Amore tuo

come tu ti sei degnato di morire per amore dell'amore mio - Absorbeat di S. Francesco -


Paul
(da una catechesi agli adulti del 1994 elaborata per www.lacrocequotidiano.it )


PRESENTE NELLA VERSIONE PER ABBONATI, 7 aprile 2018

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