L'olmo e la vite

cristo-viteIl ricco e il povero si sostengono a vicenda come i tralci si appoggiano al tronco di un albero

di Manlio Simonetti

Il significato del motto che ha scelto per sé Papa Francesco, miserando atque eligendo, inserito nel suo originario contesto, l'omelia 21 del monaco anglosassone Beda (VII-VIII secolo), dedicata all'"interpretazione di Matteo, 9, 9-13, la chiamata di Levi, è quanto mai perspicuo: Gesù ha pietà del pubblicano e lo chiama a sé, cioè egli sceglie in ragione della sua misericordia. Avulso per altro dal contesto il significato del motto appare quanto mai generico: bisogna esercitare la misericordia a beneficio di tutti, ma discernere come esercitarla.
  Possiamo forse precisare meglio il significato che il Papa attribuisce al suo motto collegandolo con un'espressione di Ignazio di Antiochia che egli ha pronunciato proprio all'inizio della prima allocuzione rivolta alla folla che acclamava in piazza San Pietro la sua elezione: "la Chiesa di Roma che presiede nella carità". Siamo intorno all'anno 120, e il vescovo di Antiochia, in viaggio verso Roma dove morirà per Cristo esposto alle belve nel circo, scrive alla comunità cristiana di quella città, e nell'ampia formula iniziale di saluto, la definisce, insieme con altre espressioni laudative ("degna di Dio, degna di onore, e così via)", con quella di "colei che presiede nella carità".
L'espressione è di significato tutt'altro che cristallino ed è stata interpretata in modi diversi. Una buona interpretazione recita: "bisogna intendere che la Chiesa di Roma tiene il primo posto in ciò che è essenziale nella religione cristiana, la fede e la carità" (Othmar Perler).
Sulla base di quanto si sa dell'attività di Papa Francesco quando era arcivescovo di Buenos Aires, è evidente che il significato che egli annette all'espressione ignaziana s'incentra su agàpe, sull'amore fraterno come fondamento di vita incentrata sui capisaldi originari della tradizione cristiana, in una dimensione comunitaria che considerava essenziale l'esercizio attivo della carità nel senso più concreto del termine, ben lontano dal semplice flatus vocis cui ormai si è ridotto.
Non credo estraneo all'argomento di questa nostra più che rapida suggestione l'apertura a un testo proveniente dalla Roma cristiana di pochi anni posteriore al viaggio di Ignazio, il Pastore di Erma. È un invito alla penitenza postbattesimale rivolto a chi, già cristiano, fosse incorso in qualche mancanza molto grave. In questo contesto penitenziale spicca con la massima evidenza l'importanza che Erma annette al buon uso della ricchezza, tale che per lui significa un sistematico dare, da parte di chi ha in abbondanza, a quanti non hanno di che vivere. Sei inutile, dice Erma al cristiano ricco, e soltanto se darai in abbondanza al fratello meno fortunato di te, potrai diventare utile, sia a te sia agli altri. L'insistenza di tale invito, che percorre come un filo rosso tutto il contenuto di questa prolissa opera, è compendiato efficacemente nella seconda similitudine, quella dell'olmo e della vite, ispirata dall'usanza di appendere la vite all'olmo, tipica dell'Italia centrale già in quel lontano tempo. Non so se Papa Bergoglio abbia letto il Pastore, ma certo quel che egli pensa quanto al rapporto che, nella Chiesa, dovrebbe intercorrere tra ricco e povero, credo che non sia molto lontano da quanto qui ci dice Erma.

(©L'Osservatore Romano 20 marzo 2013)

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