Il peccato radice di ogni tristezza

fałat Julian PopielecMessa del cardinale Comastri per i dipendenti vaticani nel mercoledì delle Ceneri

Con un’esortazione a «buttar via ogni maschera con la quale tentiamo di nascondere le nostre brutture» il cardinale arciprete Angelo Comastri si è rivolto stamattina, 13 febbraio, ai dipendenti della Città del Vaticano che nella basilica di San Pietro hanno partecipato alla consueta concelebrazione eucaristica del mercoledì delle Ceneri.
All’omelia il porporato ha spiega-to che la Quaresima «inizia con un deciso invito a scoprire e a portare alla luce le distanze da Dio ancora presenti dentro di noi, nel centro in-teriore da cui partono i nostri com-portamenti». Per questo bisogna ap-profittare di questo tempo «per ta-gliare l’erba cattiva dell’o rg o g l i o , dell’egoismo e di ogni cattiveria nel campo della nostra vita». In pratica bisogna «lottare contro la tentazio-ne della falsità, della bontà di fac-ciata, dei gesti vuoti che non parto-no dal cuore, ma che tentano inutil-mente di nascondere la cattiveria del cuore», perché — ha sottolineato — «il peccato è il vero impedimento della gioia, la radice di ogni tristez-za, la causa subdola di ogni nostra inquietudine». E siccome «non è fa-cile riconoscere questa verità, rico-noscendoci peccatori noi mettiamo la premessa del cambiamento e ini-ziamo il cammino verso la gioia pa-squale». Successivamente il cardinale Co-mastri ha evidenziato che «la con-versione interiore si esprime in at-teggiamenti esteriori, i quali a loro volta sono prova e verifica della sin-cerità delle nostre intenzioni». Tali atteggiamenti sono i tre tradizionali dell’itinerario quaresimale: elemosi-na, preghiera e digiuno. Quanto alla prima, il porporato ha ricordato che l’elemosina «non è una semplice offerta per poi conti-nuare a vivere nell’egoismo quoti-diano e nell’affanno dell’accumulo, che è tipico di chi non crede in Dio». Tutto ciò si chiama ipocrisia, «e Gesù ci mette in guardia da que-sto drammatico rischio». Al contra-rio l’elemosina deve essere «l’e s p re s -sione di una vita guidata tutta dalla stella della carità; il segnale di una opzione totale per la carità sempre e con tutti», anche «quando nessuno ci vede». Perciò «la prima elemosi-na è l’atteggiamento di attenzione nei confronti degli altri». Infatti la Quaresima invita «a dare di più e con più amore, a scoprire nuove oc-casioni di carità, a fare il primo pas-so verso persone o situazioni che abbiamo sempre evitato, a costruire il ponte della riconciliazione, ad ab-battere il muro del nostro orgoglio che ci separa dagli altri». Sulla preghiera il cardinale cele-brante ha detto che essa deve mi-gliorare partendo dal cuore. Del re-sto se non è capace di trasformarci, «vuol dire che il cuore non prega. Se dopo la preghiera — ha avvertito — non sentiamo il bisogno di vivere più intensamente la carità, vuol dire che la nostra preghiera pesava di or-goglio e, pertanto, non ha raggiunto Dio». Perché, in definitiva, la Qua-resima è anche un tempo opportuno per verificare lo stato di salute della nostra preghiera. Infine riferendosi alla pratica del digiuno, il porporato lo ha definito «uno strumento di libertà, un taglio del laccio che impedisce di cammi-nare». Per tale motivo esso costitui-sce «una rivincita della libertà sull’istinto, un allenamento della vo-lontà, affinché camminiamo spedita-mente nella via del bene; è un per-corso indispensabile per diventare liberi». E il cardinale ha dispensato anche piccoli consigli concreti per mettere in pratica questa forma di penitenza: «rinunciare al fumo, a una spesa superflua, ascoltare pa-zientemente una persona pesante, perdonare un torto ricevuto, fare il primo passo verso chi ci ha offesi, diffondere serenità e smorzare le piccole tensioni che nascono ogni giorno».

© Osservatore Romano - 14 febbraio 2013


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