Il lupicino che si mutò in agnello

andreacorsini3Pubblichiamo ampi stralci dell’omelia che il cardinale prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi ha tenuto martedì 5 nella cappella Corsini della basilica di San Giovanni in La-terano in occasione della messa celebra-ta per la memoria liturgica di sant’Andrea Corsini.

di ANGELO AMATO
Confesso che la figura di sant’Andrea Corsini non mi era familiare. La biblioteca dei santi è una miniera grandiosa. Più la si esplora e più ri-vela con generosità i suoi tesori na-scosti, che sono le esistenze esem-plari dei martiri e dei confessori eroici della fede. Addentratomi in questa grandiosa biblioteca, mi sono quindi soffermato sulla figura di sant’Andrea Corsini, questo carmeli-tano fiorentino dinamico, sangui-gno, deciso, vissuto in pieno me-dioevo. Nacque infatti a Firenze dalla nobile famiglia Corsini, il 30 novembre 1302, festa di sant’A n d re a apostolo, da cui prese il nome. A questo punto, ci chiediamo, in-sieme ai biografi contemporanei: co-me valutare le notizie biografiche pervenuteci? Sono documenti affi-dabili? Sono consapevole che alcuni storici carmelitani contemporanei — come, a esempio, Andrea Sabatini e Ludovico Saggi — per una certa ca-renza di prove documentarie, avan-zano riserve su alcuni dati e date della vita del nostro santo. Tuttavia, al di là dei legittimi scrupoli storio-grafici, è certo che esiste una ogget-tiva tradizione di notizie, che non possono non corrispondere alla figu-ra e all’opera del nostro santo; e so-lo a lui e non ad altri. Anche a quel tempo, infatti, non si inventavano notizie su personaggi viventi o scomparsi da poco, pena la derisio-ne e l’accusa di falsare la verità dei fatti. Anche a quel tempo un pitto-re, pur interpretando secondo la sua poetica il personaggio da ritrarre, non poteva allontanarsi dalla realtà. Non poteva, a esempio, aggiungere i capelli a un personaggio totalmente calvo. Sarebbe stato ridicolizzato. Del resto, dalla tradizione iconogra-fica più antica, sappiamo, a esem-pio, che Pietro era riccioluto, mentre Paolo era completamente calvo. Rassicurato da queste considera-zioni e facendo affidamento su do-cumenti coevi e su biografi di poco posteriori, diciamo subito che la mamma del nostro santo, la notte prima del parto, ebbe una visione, che le causò molta inquietudine. So-gnò di aver partorito un «lupicino», che, fuggito nella chiesa del Carmi-ne, si mutò in agnello. Questa espe-rienza la spinse a educare con mag-gior cura il piccolo, che, però, cre-scendo, entrò nel giro di amicizie scellerate. Diventò così un vero dis-soluto, dandosi al gioco, agli spetta-coli e all’immoralità. Agli avverti menti materni, rispondeva con di-sprezzo, perseverando nel male. Questo mosse la pia madre a prega-re più intensamente per la sua con-versione. La preghiera fervorosa del-la santa mamma, al pari delle lacri-me di santa Monica, ottenne la gra-zia. Un giorno, mentre il giovane si accingeva a uscire per divertirsi, si accorse che la mamma piangeva e le chiese il motivo. La povera donna gli riferì della visione del «lupici-no», che poi si trasformava in agnel-lo, aggiungendo, tra le lacrime, che desiderava vedere questo cambia-mento in lui. Queste parole, accom-pagnate da lacrime e pronunziate con tenerezza e pietà, commossero talmente il giovane, che subito pro-mise che da lupo sarebbe diventato agnello. Si recò nella chiesa del Car-mine e davanti all’altare della San-tissima Vergine, si offrì a Dio e alla divina Madre. L’offerta fu accettata, il suo cuore fu cambiato, i lacci del male furono spezzati. Non solo, ma Andrea Corsini decise anche di farsi religioso. Verso i quindici anni vestì l’abito dei carmelitani. Un biografo del Settecento, il gesuita Jean Croi-set, nota: «Tutte le passioni alle qua-li si era abbandonato nel mondo, si ribellarono con violenza, perché si sentirono reprimere; ma egli le do-mò con tanta prontezza e a forza di sì grandi austerità, di sì continua mortificazione di tutti i suoi sensi, con un silenzio sì rigoroso e conun’assiduità sì grande all’orazione, che ne restò appieno vittorioso pri-ma della fine del suo anno di novi-ziato». Diventato sacerdote, nel 1348 fu eletto provinciale di Toscana. Era l’anno della peste che imperversò in tutta la regione, e a Firenze in modo particolare, facendo strage anche dei carmelitani. Il nostro santo si ado-però alacremente a ripopolare i con-venti e a riaccendere l’amore alla di-sciplina e alla regola. Nell’ottobre del 1349 fu nominato vescovo di Fiesole e all’inizio del 1350 iniziò il suo ministero, riportando la curia vesco-vile da Firenze a Fiesole. Il Croiset commenta: «L’obbligazione di vive-re da vescovo non portò alcun cam-biamento alle pratiche del suo pri-mo istituto. Persuaso quanto un ve-scovo debba essere più santo, che un semplice religioso, aggiunse nuo-ve austerità alle sue ordinarie morti-ficazioni». Attento e minuzioso nell’amministrazione dei beni, il Corsini segnava di proprio pugno le entrate e le uscite di tutto quell’in-sieme di opere che facevano capo a lui. Visitò le parrocchie, istituì una confraternita di sacerdoti in onore della santissima Trinità, costruì chiese, restaurò la cattedrale di Fiesole, portò concordia nella disputa tra Milano e Bologna. Morì a Fiesole, il 6 gennaio 1373, giorno dell’Epifania (ovviamente, secondo il calendario fiorentino). La notte della Candelo-ra successiva, il suo corpo fu trafugato dai suoi confratelli e portato nella chiesa del Carmine a Firenze, dove tutt’ora riposa. Questo episo-dio conferma la grande fama di san-tità che circondava la sua persona e che veniva riconosciuta dai confra-telli e da tutti i fiorentini. Nessuna meraviglia, quindi, se nel 1440, Eu-genio IV lo dichiarò beato e se, nel 1629, Urbano VIII lo inserì ufficial-mente nell’albo dei santi. Poco tem-po dopo, Papa Alessandro VII(1655-1667), ne fissò la festa al 4 febbraio. La bolla di canonizzazione fu pro-mulgata poi, nel 1724, da Benedetto XIII. Alla intercessione del nostro santo fu attribuita, tra l’altro, la vit-toria di Anghiari, riportata nel 1440 dai fiorentini contro le truppe di Fi-lippo Maria Sforza. Per ricordare questo evento, si stabilì che ogni an-no fosse offerto un torcetto di cera all’altare di sant’Andrea e a spese del comune si vestissero venti pove-ri. Sia nella chiesa fiorentina del Carmine sia in San Giovanni in La-terano, a Roma, furono erette delle sontuose cappelle in suo onore. Nel-la Cappella Corsini fiorentina ci so-no alcuni rilievi marmorei, che ri-propongono tre eventi importanti della vita del santo: l’apparizione della Vergine nel giorno della sua prima messa; la promessa da lui fat-ta alla Madonna di accettare l’epi-scopato di Fiesole e la sua appari-zione alle armate fiorentine nella vit-toriosa battaglia di Anghiari. Quali sono gli aspetti duraturi, e quindi significativi anche per noi oggi, della figura di sant’A n d re a Corsini? Anzitutto, l’esperienza del-la conversione e l’aiuto di una ma-dre santa, che con la sua preghiera e il suo buon esempio lo riportò sulla retta via. In secondo luogo, la sua devozione alla Vergine lo fece pro-gredire nella virtù, confermandolo nei suoi propositi di santità. Ma ci sono numerosi altri aspetti notevoli del suo ministero episcopale, come, a esempio, l’atteggiamento di leale fedeltà al Papa, l’attaccamento alla sua residenza presso la cattedrale di Fiesole con l’invito ai parroci e ai rettori di chiese a fare altrettanto. Vigilava, poi, attentamente sulla mo-rale dei suoi sacerdoti, esortandoli a vincere l’ignoranza e a evitare i gio-chi. Sottoponeva a nuovo esame teologico chi non dava prova di buona dottrina. Ma, soprattutto, è ben documentata la sua carità verso i poveri, mediante elargizioni ed ele-mosine. È questo il suo lascito più duraturo. Il Necrologium antiquum conventus Carmelitarum Florentiae, che è un codice della Biblioteca Na-zionale di Firenze, riassume la figu-ra del nostro santo in questi termini: Homo iustus et virtute caritatis famo-sus, elemosinis deditus. Anche l’iscri-zione del 1385 incisa sul suo sepol-cro riporta: Pater auxiliator egenis (Padre che aiuta i bisognosi).

© Osservatore Romano - 9 febbraio 2013

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